lunedì, gennaio 12, 2026

 

Sard&brei : storie, leggende, curiosità Parte 2


Secoli di buio

Dall’ottavo all’undicesimo secolo la storia ebraica della Sardegna non sfugge all’oscurità che avvolge l’isola quando l’impero romano d’oriente l’abbandona al suo destino.
La Sardegna piomba in una sorta di limbo, scollegata da quanto sta avvenendo tra Italia ed Europa. Ancora a metà del XII secolo il geografo e viaggiatore arabo al-Idrisi, al servizio del re normanno di Sicilia Ruggero II, annota: “Gli abitanti della Sardegna sono rum (cristiani) Romani d’Africa e Berberi che vivono separati dalle altre nazioni rum”.
L’isolamento viene meno quando il controllo della Sardegna giudicale e delle sue risorse diventa oggetto di contesa tra le repubbliche di Pisa e Genova. Mercanti toscani e liguri, ma anche provenzali e catalani - sia cristiani che ebrei - approfittano del clima favorevole ai commerci stabilendo i loro fondaci nei porti di Cagliari, Bosa e Alghero.

la svolta aragonese

La vera svolta per la presenza israelita inizia con la conquista aragonese di 2/3 della Sardegna a spese dei Pisani, sconfitti ed estromessi dall’isola tra il 1323 il 1326.
Il coinvolgimento degli Ebrei richiede una piccola digressione. Nella penisola iberica si era riversata una quota consistente della Diaspora. Pur tra alterne vicende, la minoranza ebraica era cresciuta sino a diventare la più numerosa, culturalmente vivace e prospera del Mediterraneo occidentale. Basti considerare che nel Trecento si stima che in Spagna vivessero oltre 200.000 Ebrei contro i circa 50.000 presenti in Italia.
Questo spiega l’importanza del sostegno finanziario assicurato dai facoltosi Ebrei catalani e valenzani alla spedizione militare dell’infante Alfonso che materializza il Regnum Sardiniae et Corsicae inventato da Papa Bonifacio VIII. In cambio, il futuro re Alfonso IV e i suoi immediati successori sul trono d’Aragona incentivano l’insediamento ebraico nei nuovi possedimenti sardi concedendo a chi decida di trasferirvisi un’esenzione triennale da alcune imposte.

La politica dei sovrani aragonesi ha successo. L’esempio più evidente è la juharia (giuderia) di Cagliari, la più importante dell’isola, attestata dal 1346 e che alla fine del Quattrocento arriverà a contare circa il 5% della popolazione cittadina.
La collocazione del quartiere ebraico è significativa: gli Ebrei, infatti, vanno a vivere in una porzione della cittadella fortificata costruita dai Pisani a loro uso esclusivo e in cui hanno sede le massime autorità civili ed ecclesiastiche.
Nella Cagliari attuale occorre uno sforzo di fantasia per immaginare le anguste strade intorno al bastione di Santa Croce risuonare del brusio delle conversazioni in catalano o ladino (giudeo-spagnolo) che filtrava da abitazioni e botteghe in un microcosmo che racchiudeva ricchi e poveri, negozianti di cibi kosher e argentieri, medici, notai e prestatori di denaro a tasso d'interesse alla clientela cristiana.

In parallelo, nel Capo di Sopra spicca la juharia de l’Alguer (Alghero). La comunità ebraica e il suo qahal (organo di autogoverno) si segnalano per integrazione nella vita sociale e culturale della “piccola Barcellona”, ripopolata nel 1354 da coloni catalani in sostituzione degli abitanti sardi e liguri espulsi dalla cittadina.
Altre colonie ebraiche sono documentate a Iglesias, Oristano e Sassari.

In equilibrio sul filo del rasoio

Nel complesso, durante il XIV secolo e parte del secolo seguente la condizione degli Ebrei sull’isola è un’estensione di quella codificata negli statuti di Barcellona e delle principali città catalane: vivono confinati in quartiere separato dai cristiani ma non sono sottoposti a particolari restrizioni al movimento o proibizioni all’esercizio di professioni che saranno la norma nei ghetti.
Gli Ebrei, inoltre, godono dello status di Servi della Corona, una forma di protezione regia che li mette al riparo dagli abusi di potere della nobiltà cristiana e del clero. In Sardegna tale protezione si rivelerà più efficace che altrove. Le fonti, infatti, non riportano notizia di pogrom o espulsioni di massa che, invece, accompagnano in Europa il dilagare della peste nera a metà del Trecento.
La minoranza ebraica sarda viene risparmiata anche dall’ondata di saccheggi, massacri e conversioni forzate che nel 1391 si abbatte su città e villaggi di Castiglia, Aragona e Baleari, lasciando dietro di sé una tragica scia di sangue e terrore.

Non si deve, però, incorrere nella falsa impressione che la situazione degli Ebrei sull’isola fosse invidiabile e solida.
Lo scenario della Sardegna tra il XIV e il XV secolo è drammatico. Uscita dissanguata dalla pestilenza, l’isola non solo non dà segno di resilienza ma sprofonda in una spirale di crisi economica e demografica causata dalle devastazioni della guerra tra Aragonesi e Giudicato di Arborea, che imperversa sino al 1420, e dall’imposizione del sistema feudale iberico.
In poche parole sono tempi grami anche per quanti, come gli Ebrei di Sardegna, risiedono in prevalenza nei pochi centri urbani di rilievo.

Gli Ebrei, inoltre, hanno imparato a loro spese che la tolleranza e la protezione dei governanti - siano essi califfi musulmani o monarchi cristiani - si pagano mostrandosi pacifici e collaborativi verso le pretese delle autorità locali in materia di tasse su cimiteri e sinagoghe, licenze, dazi ecc. e, a maggior ragione, verso le richieste di contributi ordinari o straordinari che provengono dalla corona.
Coltivare la benevolenza del re poteva non dare i frutti sperati o addirittura ritorcersi contro gli Ebrei alla morte del sovrano, come avviene nel 1369 nel regno di Castiglia e León.
A Pietro detto “Il Crudele”, scomunicato per i suoi atteggiamenti anticlericali e il favore accordato agli Ebrei, succede il fratellastro fratricida Enrico di Trastamara. Questi per gran parte del suo regno infierisce e "fa cassa" sugli Ebrei castigliani con multe, confische e misure discriminatorie, punendoli per il sostegno fornito a Pietro.

I re cattolici: cala il sipario

Sarà un pronipote di Enrico di Trastamara, Ferdinando IIIl Cattolico”, a far saltare definitivamente il sistema che aveva regolato la convivenza tra Ebrei e cristiani nei reami spagnoli.
Nato nel 1452, erede ai troni di Aragona, Navarra, Sardegna e Sicilia in virtù del complicato incastro di matrimoni e successioni tra casate reali, Ferdinando di Trastamara-Aragona viene educato per essere un comandante militare, un diplomatico e un cattolico intransigente; oggi diremmo un cristiano fondamentalista.

Ferdinando II
Nel 1475 sposa la futura regina di Castiglia e León Isabella sfidando la contrarietà del suocero: passo decisivo nel processo di fusione tra le due corone di Spagna.
Sebbene si sia scritto di un suo lontano retaggio ebraico trasmesso dalla linea materna, una volta salito al trono (1479) Ferdinando II mette in chiaro di considerare i sudditi non cattolici alla stregua di ospiti non graditi, inconciliabili con la sua visione del regno. Difatti raddoppia la tassa annuale a carico delle comunità  ebraiche e i contributi straordinari per guerre e spedizioni militari legate alla Reconquista.
Di comune accordo con la consorte, inoltre, chiede e ottiene da Papa Sisto IV l’autorizzazione a istituire in Spagna un Tribunale della Santa Inquisizione di nomina regia, affidandone l’organizzazione al tristemente noto frate domenicano Tomás de Torquemada.

All’atto della capitolazione di Granada, ultimo bastione musulmano nella penisola iberica, Ferdinando e Isabella siglano il Decreto dell’Alhambra (31 marzo 1492) che mette gli Ebrei di tutti i possedimenti spagnoli davanti a un’alternativa secca: restare, abiurando e ricevendo il battesimo, o subire la confisca dei beni ed essere espulsi.
Così alla scadenza del 31 luglio 1492 dai porti della Sardegna salpano le ultime navi cariche di esuli ebrei in cerca di rifugio in Italia (Napoli, Palermo, Stato Pontificio, Livorno, Ducati di Urbino, Ferrara e Mantova, Venezia), sulle coste del Nordafrica e presso l’impero ottomano. La popolazione ebraica della Sicilia condividerà lo stesso destino appena un anno dopo.

Sardegna marrana: siamo tutti parenti?

Se la parabola degli Ebrei in Sardegna si conclude ufficialmente nel 1492, la cultura e le tradizioni ebraiche sopravvivono per generazioni, sia pure in forme occulte e travisate, in seno alle famiglie ebree convertitesi al cattolicesimo pur di non abbandonare le loro case e gli affetti.
Nella sua “Storia degli ebrei in Sardegna” il canonico Giovanni Spano quantificava in circa 5.000 gli Ebrei che lasciarono per sempre l’isola, mentre mancano informazioni sul numero degli Ebrei conversi, che con tutta probabilità fu cospicuo.

In Spagna questi “nuovi cristiani”, chiamati spregiativamente marrani (da porco/carne di maiale, sinonimo di individuo di dubbia integrità morale, spergiuro, impostore) furono mal tollerati, soggetti a delazioni e denunce all’Inquisizione in quanto sospettati di praticare in segreto l’ebraismo.
Specie sotto la guida di Torquemada, migliaia di loro furono processati e condannati a morte con l’accusa di essere ricaduti nella miscredenza dopo aver abbracciato la fede cristiana.
Al contrario, in Sardegna i conversi passano indenni il vaglio dell’Inquisizione, insediatasi a Cagliari nel 1493 presso il convento di San Domenico e poi trasferitasi in contrada Is Stelladas, nelle campagne fuori le mura del capoluogo.
La macchina repressiva agli ordini dell’inquisitore Sancho Marin non tarda a produrre un clima di terrore nell’isola, ma le denunce e i processi istruiti riguardano in massima parte casi di credenze e pratiche “magiche” ereditate dai culti pre-cristiani e di presunta stregoneria.

Come mai tale diversità di trattamento? Si può ipotizzare che in Sardegna gli Ebrei anoussim (convertiti sotto costrizione) siano stati particolarmente accorti nel dissimulare la loro doppia vita, che i loro vicini di casa, compaesani e persino parroci abbiano badato alle qualità delle persone più che alla stretta conformità religiosa (mi piacerebbe pensarlo) oppure che Ebrei e Sardi fossero mescolati al punto di far recedere le autorità da propositi persecutori.
Quest’ultima opzione potrebbe trovare supporto in questo post della professoressa Giuliana Mallei.
Dalla consultazione del registro fiscale relativo alla tassa annua che ogni suddito ebreo era tenuto a versare alla corona, conservato negli archivi reali di Spagna, emergerebbe inaspettatamente una lista di contribuenti dai cognomi squisitamente sardi o molto diffusi in Sardegna.
La professoressa riporta i cognomi Addari, Alba, Arba, Aroni, Bacchis, Campus, Casula, Deiana, Depau, Elias, Farina, Gaias, Lai, Lecca, Macis, Mameli, Manca, Mancosu, Matta, Mossa, Nonnis, Olla, Pala, Piga, Raccis, Salis, Sanna, Sarais, Secci, Serra, Tedde, Tola, Urru, Zara, Zurru e Zizi, puntualizzando che si tratta di un elenco non esaustivo.
In sostanza, la tesi è che nelle vene di pressoché tutti i Sardi scorrerebbe una percentuale di sangue israelita.
«Siamo tutti parenti» era il mantra di un ometto d’età indefinibile che tanti anni fa passeggiava sulle strade del mio paese munito di bastone e di quel disarmante sorriso infantile di chi è rimasto bambino nel corpo di un adulto. Chissà che nella sua innocenza non avesse ragione.

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domenica, gennaio 04, 2026

 

Sard&brei parte 1: storie, leggende, curiosità



Per il primo post del 2026 ho scelto di tornare su un argomento trattato di striscio quasi 8 anni fa: gli Ebrei in Sardegna.
Una serie di articoli letti sul web ha nuovamente stuzzicato la mia curiosità su un capitolo affascinante della storia e della cultura isolana, nel quale gli spazi bianchi dovuti all’assenza o alla distruzione delle fonti sono la norma, non l’eccezione.
In corso d’opera ho dovuto arrendermi alla necessità di dividere la trattazione in due parti, sebbene questo non renda meno anacronistica la sfida di pubblicare testi lunghi, oltretutto su uno strumento di comunicazione ormai marginale come un blog personale,

Il primo contatto

In sede accademica c’è sufficiente consenso intorno alla ipotesi che data al VIII secolo avanti Cristo l’arrivo dei primi israeliti e cananei in Sardegna, giunti come equipaggio, guardie del corpo o soci in affari a bordo delle navi dei mercanti fenici impegnati a espandere il controllo sulle fonti del commercio di metalli (es: lo stagno estratto in Spagna, Cornovaglia e Devon, essenziale per la metallurgia del bronzo).
A differenza della penisola iberica, non ci sono pervenute testimonianze archeologiche di questo primo contatto tra Sardi nuragici ed Ebrei, né di successivi durante la ben più penetrante occupazione militare e coloniale cartaginese, Ciò potrebbe essere riflesso di una presenza numericamente esigua se non occasionale.

La legione ebraica perduta

Per trovare riscontri di una presenza stabile di Ebrei in Sardegna bisogna andare direttamente nella Roma imperiale del primo secolo d.C.
Durante il regno di Ottaviano Augusto (27 a.C - 14 d.C) gli Ebrei censiti a Roma e nel resto d’Italia sono oltre 8.000 su una popolazione complessiva di circa 8-10 milioni.
Sennonché nel 19 d.C Tiberio impone l’arruolamento forzato nei ranghi degli auxiliaria di circa 4.000 giovani liberti e figli di liberti ebrei, spedendoli in Sardegna a rafforzare i presidi dislocati a protezione delle popolazioni latinizzate, dei vasti latifondi e della rete viaria dai frequenti sconfinamenti delle tribù sarde non urbanizzate (i mastrucati latrones citati da Cicerone) sparse nei monti del Gennargentu, del Goceano e della Gallura.
Nella sua opera Antichità Giudaiche, lo storiografo ebreo Flavio Giuseppe indica come causa dell’editto punitivo una truffa perpetrata ai danni di una nobile matrona romana. Convertita alla fede ebraica e persuasa a donare un’ingente quantità di porpora e oro al tempio di Gerusalemme, la matrona avrebbe scoperto che dei suoi doni era stato fatto un uso assai diverso. Sdegnato per l'affronto subito, il marito avrebbe informato del raggiro l’imperatore, di cui era intimo amico.
Al di là dell’aneddoto, Tiberio in un colpo solo decima la comunità ebraica romana, divenuta ingombrante e turbolenta, e senza scomodare le legioni interviene su un cronico problema di ordine pubblico di una provincia nella quale, ufficialmente, la pax romana vige dal 232 a.C.

Nel 50 d.C gli Ebrei sopravvissuti alla disciplina militare in distaccamenti isolati, esposti alle imboscate di popolazioni ostili e alle febbri malariche (in un’epoca in cui l’aspettativa media di vita non superava i 40-50 anni), sarebbero stati raggiunti da familiari e correligionari espulsi da Roma per ordine dell’imperatore Claudio.

In tempi recenti si è almanaccato sul destino di questa sorta di “legione ebraica perduta” e su una discendenza da matrimoni misti che avrebbe perpetuato, in tutto o in parte, la memoria delle proprie radici etnico-religiose sino alle soglie del Medioevo.
Lo storico e glottologo Massimo Pittau attribuiva agli eredi di quegli infelici il popolamento di Ozieri e Giave. Altrove è stata suggerita una matrice israelita per l’insediamento medievale estinto di Olevani, annidato in un'impervia vallata del supramonte di Urzulei (Ogliastra) e di cui ho scritto qui.
Altri ancora hanno ipotizzato la presenza di un’area sacra al culto ebraico sulle alture del massiccio dei Sette Fratelli, una ventina di km a NE di Cagliari; sito che sarebbe stato scelto perché la conformazione delle sette cime evocava i bracci della menorah.

I vuoti causati da Tiberio e Claudio vengono colmati già entro il primo secolo da Ebrei fuggiti dalla Giudea allo scoppio della prima rivolta ebraica e da prigionieri di guerra condotti a Roma come schiavi da Vespasiano e Tito. Alla fine del secolo, infatti, nella capitale sono attestate 10 sinagoghe ed è nota la presenza di almeno 43 insediamenti nella penisola, in Sicilia e Sardegna.
Nei secoli successivi gli Ebrei di Sardegna non lasciano tracce evidenti a eccezione di sporadiche citazioni della comunità cagliaritana e dell’iscrizione in giudeo-latino corredata di sacro candelabro sul sepolcro di una certa Beronice in una catacomba sull’isola di Sant’Antioco (IV-V secolo d.C).
Nondimeno è assai probabile che famiglie ebree abbiano avuto un peso rilevante sia nei commerci all’interno dell’isola (nella mappa, la ricostruzione della rete viaria imperiale in Sardegna secondo l'itinerario Antonino) sia come finanziatori o armatori delle navi onerarie che facevano la spola tra i porti sardi e il grande hub marittimo di Ostia-Porto, alla foce del Tevere.

Sardegna bizantina e un grande Papa

La sinagoga della Karales romana sopravvive alle restrizioni al culto e alla manutenzione degli edifici sacri imposte da Costantino e dai suoi successori, restando attiva alla caduta dell’impero romano d’occidente, sotto il dominio dei Vandali e durante la guerra gotica.
Nel 590, in una Sardegna prostrata dal carico fiscale e dall’inefficienza e venalità dell’amministrazione bizantina, la sinagoga cagliaritana viene confiscata dalle autorità. Non è un provvedimento isolato, dato che nel medesimo anno vengono poste sotto sequestro le sinagoghe di Palermo e Terracina.

In seguito, tuttavia, l’edificio deve essere stato riconsegnato alla comunità ebraica perché è l’oggetto di una lettera inviata nel luglio 599 da Papa Gregorio Magno all’arcivescovo cagliaritano Ianuario (Gennaro).
Si tratta di un documento interessante sia perché apre una finestra sulla condizione degli Ebrei nella transizione dalla tarda antichità all'alto Medioevo sia come spunto di riflessione sulla tormentata convivenza tra cristianità e popolo eletto.

Nella missiva il pontefice informa Gennaro di aver ricevuto in udienza una delegazione di Ebrei di Cagliari che lamentavano l’occupazione della loro sinagoga in corso da mesi. il lunedì di pasquetta, infatti, un tale Pietro, ebreo converso battezzato la notte precedente, aveva fatto irruzione nel tempio alla testa di un gruppo di scalmanati sistemandovi una croce, un’icona della Vergine e le vesti bianche ricevute con il battesimo, arringando i presenti affinché si convertissero.
Gregorio Magno si rammarica dell’accaduto, difende il diritto del popolo ebraico ad avere un proprio edificio di culto e rimprovera Gennaro per la prolungata inerzia, sollecitandolo a intervenire senza ulteriori indugi.

La tolleranza e il rispetto verso gli Ebrei del 64mo Papa sono confermati anche da una lettera al clero sardo in cui raccomanda di non negare protezione agli schiavi ebrei che chiedano asilo nelle chiese e da quella ai vescovi di Arles e Marsiglia, esortati a non ricorrere al battesimo forzato. Purtroppo l’esempio di Gregorio Magno avrà scarso seguito tra i suoi successori al soglio pontificio.

to be continued...

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lunedì, novembre 24, 2025

 

La propaganda sulla pelle dei bambini


Che sui social l’avvocato e influencer Simone Pillon non si capaciti che sia in Germania che in Italia esistano norme che vengono applicate anziché essere piegate alle convenienze della propaganda ormai non fa quasi testo.

D’altra parte l’ex senatore leghista si accoda alle dichiarazioni tranchant e incendiarie del segretario politico della Lega, vicepremier e ministro dei trasporti Matteo Salvini, che sul caso della famiglia andata a vivere in un bosco nel territorio del comune di Palmoli (Chieti) ha parlato di “sequestro” di tre bimbi avvenuto “in maniera indegna, preoccupante, pericolosa e vergognosa”.

Ancora più difficile è giustificare le affermazioni del Guardasigilli Carlo Nordio, ex magistrato, secondo cui “strappare un bambino alla famiglia è un atto estremamente doloroso e grave”, promettendo l’invio di ispettori per “accertamenti approfonditi” sull’operato del tribunale dei minori.

In questa che somiglia a una replica della tambureggiante sceneggiata allo scoppio dell’inchiesta sul cosiddetto “caso Bibbiano”, ciò che si tralascia sistematicamente è descrivere per esteso i retroscena, che non sembrano collimare con la favola populista sulla famigliola felice che ha come unica colpa quella di voler praticare pacificamente uno stile di vita alternativo.
Non si dice, in primis, che il nucleo familiare era già sotto osservazione da parte dei servizi sociali non perché versasse in stato di indigenza, ma perché i genitori stavano eludendo i solleciti a eseguire i lavori indispensabili a rendere meno precarie le condizioni abitative per i loro figli, tra l’altro declinando l’offerta del Comune di Palmoli a trasferirsi temporaneamente in un alloggio nel centro storico durante l’esecuzione degli interventi per dotare l’abitazione nel bosco di luce, acqua e riscaldamento in una zona nota per gli inverni particolarmente inclementi.

Non si dice, inoltre, che la vicenda ha subito un’accelerazione dopo un accertamento sanitario.
I bambini sono stati portati in Pronto Soccorso per sospetta intossicazione alimentare causata dal consumo di funghi; fatto che di per sé può capitare in qualsiasi famiglia. A insospettire gli operatori e ad attivare le verifiche sarebbe stato il comportamento dei piccoli durante la visita medica, descritto come fortemente atipico per la loro età.
Gli atti riferiscono che i genitori avrebbero rifiutato il consenso a visite neuropsichiatriche infantili richieste per valutare i bimbi, appurato che questi ultimi non frequentavano coetanei né praticavano attività sportive, sociali o educative: una deprivazione relazionale che qualsiasi tribunale dei minori reputa rischiosa per lo sviluppo psicofisico di un bambino.
A seguito degli accertamenti, inoltre, sono venute a galla irregolarità non marginali sul piano educativo. I genitori, infatti, avrebbero omesso sia le comunicazioni annuali sia di far sostenere ai figli gli esami di idoneità: adempimenti prescritti per legge quando si opta per l’istruzione parentale.
Senza minimizzare l’impatto emotivo sui bambini dell’allontanamento dall’abitazione di famiglia, infine, si tratta pur sempre di un provvedimento temporaneo e prudenziale che coinvolge la madre, che è sotto valutazione come accade in tanti altri procedimenti analoghi.

Da tutto ciò emergono, secondo me, alcune considerazioni:
• uno dei lavori più ingrati in questo strampalato Paese è quello degli assistenti sociali, chiamati a decifrare e gestire situazioni delicate e di disagio con risorse sempre più risicate, costantemente esposti all’essere mostrificati e accusati di incompetenza, insensibilità, pregiudizio o favoritismi;

• al momento il modo con cui il caso della famiglia nel bosco di Palmoli viene raccontato da esponenti della maggioranza di governo e dai media ha tutta l’aria di essere l’ennesimo trionfo della “politica dell’inciviltà”, della propaganda bava alla bocca costruita cinicamente sulla pelle dei bambini e sull’assunto - tanto diffuso quanto erroneo - che i figli minorenni siano proprietà esclusiva e insindacabile di chi li mette al mondo;

• si sta distorcendo un intervento attuato dallo Stato in linea con la legge e la giurisprudenza consolidata per alimentare la sfiducia nello Stato. Il tempo sarà pure galantuomo, nel frattempo però la macelleria sociale fa i suoi comodi, sicura com’è che non sarà chiamata a risponderne.

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giovedì, novembre 06, 2025

 

Mamdani e Al Smith: lezioni americane


Molti post sui social celebrano l’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York.
Quello del 34nne appartenente a una minoranza, musulmano ed esponente della sinistra socialista del partito democratico è un successo eclatante e niente affatto scontato, specie se si pensa che all’atto della sua nomination molti opinionisti scossero la testa ritenendo che i Dem, tuttora inebetiti dalla sconfitta alle presidenziali, avessero compiuto una scelta suicida.
Tuttavia questo post non è dedicato alla vittoria di Mamdani, bensì a un altro politico Dem di New York, Al Smith, a cui è toccato in sorte il dubbio onore di essere ricordato quasi esclusivamente per la batosta alle elezioni presidenziali del 1928, una delle peggiori mai patite dal partito democratico.

Che c’entra un looser con Mamdani?

Albert “Al” Smith aveva diverse cose in comune con il nuovo primo cittadino della Grande Mela: era orgogliosamente newyorchese, nipote di immigrati (italiani e irlandesi), appartenente a una minoranza religiosa in quanto cattolico, su posizioni liberali e attento al sociale. A differenza di Mamdani, Smith pagò a caro prezzo ciò che lo distingueva.

Per due volte governatore dello Stato di New York, nel 1928 Al Smith sfidò alle presidenziali il candidato repubblicano Edgar Hoover, ministro del commercio uscente sotto la presidenza di Calvin Coolidge.
La sua campagna elettorale, però, andò a schiantarsi contro tre “grandi P”: Pregiudizio, Proibizionismo e Prosperità.

• Pregiudizio
Contro Al Smith si scatenò una virulenta campagna stampa che pescava nella radicata avversione dei protestanti - specie luterani e battisti - nei confronti dei cattolici e del papato. Diversi giornali locali scrissero che, se eletto, Smith avrebbe anteposto l’obbedienza al Papa alla fedeltà alla costituzione e agli interessi degli Stati Uniti. Si insinuò che il candidato Dem intendesse limitare la libertà di leggere la Bibbia e si arrivò a presentare petizioni per chiedere che ai “papisti” fosse applicata l’interdizione ai pubblici uffici sul modello dei Test Act del Regno Unito.

• Proibizionismo
I legami di Smith con l'élite industriale, politica e finanziaria di New York e la sua pragmatica contrarietà alla legge che aveva messo al bando la fabbricazione, vendita, importazione e trasporto di alcolici finirono per esasperare la diffidenza e lo spirito di rivalsa dell’America rurale verso la concentrazione di potere e l'amoralità delle grandi città.

• Prosperità
La campagna elettorale di Smith, infine, non fu capace di colmare lo svantaggio dovuto al fatto che buona parte dell'opinione pubblica attribuiva agli ultimi due presidenti repubblicani il merito di un boom economico che, a un anno dal crack di Wall Street, sembrava ancora inarrestabile.

Lezioni americane

Il responso delle urne fu devastante per i Dem: Hoover vinse a valanga anche in stati tradizionalmente feudo democratico, mentre Smith uscì sconfitto persino a New York, sia pure con uno scarto di circa un migliaio di voti.
A distanza di poco meno di un secolo tante cose sono cambiate negli States, ma altre continuano a esistere e a condizionare l’esito delle elezioni, specie nell’attuale panorama polarizzato, dominato da un personaggio manipolatore e divisivo come Donald J. Trump. Per quanto agli antipodi, la vittoria di Zohran Mamdani e la cocente sconfitta di Al Smith contengono un piccolo ammonimento: meglio non ostinarsi a guardare a quanto accade negli USA attraverso le lenti della vecchia Europa.

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domenica, novembre 02, 2025

 

Ufficiale e whistleblower: riscatto o crisi dell’etica?


Mi ha colpito il caso del maggior generale Yifat Tomer-Yerushalmi, il procuratore generale militare israeliano che ha rassegnato le dimissioni dall’incarico e confermato di essere il whistleblower che ha fatto pervenire ai media il video shock su un gruppo di soldati che picchiavano e violentavano un detenuto palestinese nel famigerato centro di detenzione militare di Sde Teiman, nel sud di Israele.

Difficile pensare che l’alto ufficiale, considerata dalla comunità internazionale troppo indulgente nei confronti della condotta dei soldati in tempo di guerra, non fosse consapevole di avere tutto da perdere: stipendio, carriera, reputazione e amicizie, con in aggiunta la prospettiva di essere incriminata per reati quali rivelazione di atti coperti da segreto e attentato alla sicurezza dello Stato.
Altrettanto difficile ritenere che, rendendo pubblica la prova delle violenze in stile Abu Ghraib nei centri di detenzione militari, Tomer-Yerushalmi avesse sottostimato le reazioni dell’estrema destra ultranazionalista seduta nella coalizione di governo.

Si può solo ipotizzare che stretto nel fuoco incrociato delle critiche alla procura militare, accusata da un lato di insabbiare sistematicamente le denunce sulle condizioni di vita e i trattamenti degradanti cui sarebbero sottoposti i reclusi palestinesi, dall’altro di minare la coesione nazionale e lo sforzo bellico a Gaza dando peso a voci diffamatorie, il procuratore abbia inteso mandare un segnale irrituale ma forte ai contestatori: in nessun caso l’avvocatura con le stellette è disponibile a derogare agli standard etici che le IDF si sono date.
In tal senso depone la lettera di dimissioni presentata al capo di stato maggiore, nella quale Yifat Tomer-Yerushalmi si è assunta la responsabilità di aver approvato la fuga di notizie, motivandola con la volontà di contrastare la propaganda rivolta contro le autorità militari incaricate di applicare la legge.

Com'era prevedibile, il commento del governo Netanyahu, affidato al ministro della difesa Israel Katz, è stato tagliente: “L'avvocato generale militare si è dimesso, e giustamente. Chiunque diffonda calunnie  contro i soldati delle IDF è indegno di indossare l'uniforme delle IDF”.

Lascio aperto il quesito se l’iniziativa dell’ex procuratore generale israeliano segni un riscatto - sia pure parziale, momentaneo e discutibile nelle modalità - dell’etica oppure ne certifichi la crisi.

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domenica, ottobre 05, 2025

 

Arte e antisemitismo


Non è una notizia fresca di giornata, tuttavia continua a produrre un certo clamore nel mondo dell’arte e sul web il procedimento penale in corso nei confronti del pittore barese Giovanni Gasparro, artista quotato non solo in Italia come autore di soggetti a tema sacro.

Gasparro è chiamato a rispondere del reato di cui all’articolo 604-bis c.p, ovvero “Propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa” per un suo dipinto del 2000 raffigurante il martirio di Simonino da Trento e per alcuni commenti a riguardo postati sulla sua pagina Facebook.
Oltre a rischiare una condanna da 6 mesi a 4 anni di reclusione, nelle more del processo Gasparro si è visto rimuovere le sue opere dal catalogo di una esposizione in programma alla pinacoteca della città metropolitana di Bari.

Una vicenda storica rognosa

Un excursus storico è necessario per spiegare come un episodio locale di cronaca nera avvenuto 550 anni fa possa ancora essere argomento di controversie.
Tutto ha inizio a Trento il 23 marzo 1475 - giovedì santo - allorché il padre del piccolo Simone Unverdorben denuncia alle autorità la sparizione del bimbo. Il giorno di Pasqua, Simone viene ritrovato cadavere in una roggia nei pressi dell'abitazione di un ebreo con ferite tali da far ipotizzare la morte per dissanguamento.

Sull’onda di voci incontrollate e di un clima di diffuso antigiudaismo, le indagini si indirizzano sulla pista dell’omicidio a sfondo magico-rituale maturato in seno alla locale comunità ebraica “in odio ai cristiani”.
Diciotto ebrei vengono arrestati e sottoposti a tortura finché non confessano: saranno tutti arsi al rogo. Le esecuzioni non placano la persecuzione. Nel mirino dell’inquisizione e del suo braccio secolare finiscono anche diverse donne, accusate di complicità nell’omicidio e di avere usato il sangue della vittima per impastare il pane azzimo secondo lo schema della diceria nota come delitto del sangue.

Dal punto di vista giudiziario e sociale la vicenda si chiude con una bolla emanata dal principe-vescovo di Trento Johannes Hinderbach, massima autorità religiosa e civile nonché aperto sostenitore della tesi colpevolista, nella quale si fa divieto agli ebrei di risiedere in città. In risposta, i rabbini avrebbero pronunciano un anatema su Trento e la sua popolazione.

Sul piano religioso, Hinderbach non perde tempo nell’avviare la pratica per la beatificazione del fanciullo, ma la Santa Sede concederà il suo benestare solo nel 1588.
Si arriva al 1965, anno in cui il culto del beato Simonino viene soppresso dalle autorità ecclesiastiche.
Simonino è rimosso dal martirologio della chiesa cattolica, le sue reliquie sono traslate dalla chiesa di San Pietro a Trento in una sepoltura anonima ed è abolita anche la tradizionale processione religiosa del 23 marzo in cui venivano esposti ai devoti i presunti strumenti utilizzati per il martirio.
D’altra parte tenere in vita una venerazione popolare basata sugli esiti di un processo che, se non pilotato, appariva pesantemente inquinato da pregiudizi antisemiti si scontrava con il nuovo clima di distensione nelle relazioni con le altre confessioni religiose ispirato dal Concilio Vaticano II conclusosi da poco, tradottosi - tra l’altro - in un gesto dal forte significato simbolico come la rimozione dalla liturgia della millenaria invocazione “per la conversione dei perfidi giudei”.

Torniamo al presente

Giovanni Gasparro si è liberamente ispirato per il suo dipinto alla consolidata iconografia sul martirio di Simonino da Trento, rielaborata secondo uno stile personale che si richiama alla pittura tardo-rinascimentale e metafisica mescolate a una peculiare cura per l'espressività e la resa tridimensionale delle figure.
Simonino, pertanto, è rappresentato circondato da una turba di uomini eccitati e compiaciuti per la cattura. L’origine israelita degli aguzzini è suggerita dall’abbigliamento e dal ricorso quasi caricaturale a tratti fisici quali i nasi adunchi, le folte barbe e le peot (i boccoli portati dagli ebrei ortodossi).
Ed è proprio nell’uso di stereotipi storicamente impiegati per diffamare gli ebrei, combinato all’allarme per il montare dell’antisemitismo a seguito del sanguinoso assedio di Gaza da parte dell'esercito israeliano, che si fonda la denuncia sporta dal rabbino capo di Roma e dal presidente dell’UCEI.

Se si arriva a comprendere la reazione delle comunità ebraiche italiane dinanzi a un’opera e a un post su Facebook percepiti come provocatori, non si può sfuggire a una domanda scomoda:
può la libertà di espressione di un artista essere censurata e punita basandosi su una delle possibili interpretazioni che ne viene data?
In altre parole, non è eccessivo e pericoloso che un dipinto sia fatto rientrare nella fattispecie dell’articolo 604-bis come istigazione a commettere violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi ?

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