domenica, gennaio 04, 2026

 

Sard&brei parte 1: storie, leggende, curiosità



Per il primo post del 2026 ho scelto di tornare su un argomento trattato di striscio quasi 8 anni fa: gli Ebrei in Sardegna.
Una serie di articoli letti sul web ha nuovamente stuzzicato la mia curiosità su un capitolo affascinante della storia e della cultura isolana, nel quale gli spazi bianchi dovuti all’assenza o alla distruzione delle fonti sono la norma, non l’eccezione.
In corso d’opera ho dovuto arrendermi alla necessità di dividere la trattazione in due parti, sebbene questo non renda meno anacronistica la sfida di pubblicare testi lunghi, oltretutto su uno strumento di comunicazione ormai marginale come un blog personale,

Il primo contatto

In sede accademica c’è sufficiente consenso intorno alla ipotesi che data al VIII secolo avanti Cristo l’arrivo dei primi israeliti e cananei in Sardegna, giunti come equipaggio, guardie del corpo o soci in affari a bordo delle navi dei mercanti fenici impegnati a espandere il controllo sulle fonti del commercio di metalli (es: lo stagno estratto in Spagna, Cornovaglia e Devon, essenziale per la metallurgia del bronzo).
A differenza della penisola iberica, non ci sono pervenute testimonianze archeologiche di questo primo contatto tra Sardi nuragici ed Ebrei, né di successivi durante la ben più penetrante occupazione militare e coloniale cartaginese, Ciò potrebbe essere riflesso di una presenza numericamente esigua se non occasionale.

La legione ebraica perduta

Per trovare riscontri di una presenza stabile di Ebrei in Sardegna bisogna andare direttamente nella Roma imperiale del primo secolo d.C.
Durante il regno di Ottaviano Augusto (27 a.C - 14 d.C) gli Ebrei censiti a Roma e nel resto d’Italia sono oltre 8.000 su una popolazione complessiva di circa 8-10 milioni.
Sennonché nel 19 d.C Tiberio impone l’arruolamento forzato nei ranghi degli auxiliaria di circa 4.000 giovani liberti e figli di liberti ebrei, spedendoli in Sardegna a rafforzare i presidi dislocati a protezione delle popolazioni latinizzate, dei vasti latifondi e della rete viaria dai frequenti sconfinamenti delle tribù sarde non urbanizzate (i mastrucati latrones citati da Cicerone) sparse nei monti del Gennargentu, del Goceano e della Gallura.
Nella sua opera Antichità Giudaiche, lo storiografo ebreo Flavio Giuseppe indica come causa dell’editto punitivo una truffa perpetrata ai danni di una nobile matrona romana. Convertita alla fede ebraica e persuasa a donare un’ingente quantità di porpora e oro al tempio di Gerusalemme, la matrona avrebbe scoperto che dei suoi doni era stato fatto un uso assai diverso. Sdegnato per l'affronto subito, il marito avrebbe informato del raggiro l’imperatore, di cui era intimo amico.
Al di là dell’aneddoto, Tiberio in un colpo solo decima la comunità ebraica romana, divenuta ingombrante e turbolenta, e senza scomodare le legioni interviene su un cronico problema di ordine pubblico di una provincia nella quale, ufficialmente, la pax romana vige dal 232 a.C.

Nel 50 d.C gli Ebrei sopravvissuti alla disciplina militare in distaccamenti isolati, esposti alle imboscate di popolazioni ostili e alle febbri malariche (in un’epoca in cui l’aspettativa media di vita non superava i 40-50 anni), sarebbero stati raggiunti da familiari e correligionari espulsi da Roma per ordine dell’imperatore Claudio.

In tempi recenti si è almanaccato sul destino di questa sorta di “legione ebraica perduta” e su una discendenza da matrimoni misti che avrebbe perpetuato, in tutto o in parte, la memoria delle proprie radici etnico-religiose sino alle soglie del Medioevo.
Lo storico e glottologo Massimo Pittau attribuiva agli eredi di quegli infelici il popolamento di Ozieri e Giave. Altrove è stata suggerita una matrice israelita per l’insediamento medievale estinto di Olevani, annidato in un'impervia vallata del supramonte di Urzulei (Ogliastra) e di cui ho scritto qui.
Altri ancora hanno ipotizzato la presenza di un’area sacra al culto ebraico sulle alture del massiccio dei Sette Fratelli, una ventina di km a NE di Cagliari; sito che sarebbe stato scelto perché la conformazione delle sette cime evocava i bracci della menorah.

I vuoti causati da Tiberio e Claudio vengono colmati già entro il primo secolo da Ebrei fuggiti dalla Giudea allo scoppio della prima rivolta ebraica e da prigionieri di guerra condotti a Roma come schiavi da Vespasiano e Tito. Alla fine del secolo, infatti, nella capitale sono attestate 10 sinagoghe ed è nota la presenza di almeno 43 insediamenti nella penisola, in Sicilia e Sardegna.
Nei secoli successivi gli Ebrei di Sardegna non lasciano tracce evidenti a eccezione di sporadiche citazioni della comunità cagliaritana e dell’iscrizione in giudeo-latino corredata di sacro candelabro sul sepolcro di una certa Beronice in una catacomba sull’isola di Sant’Antioco (IV-V secolo d.C).
Nondimeno è assai probabile che famiglie ebree abbiano avuto un peso rilevante sia nei commerci all’interno dell’isola (nella mappa, la ricostruzione della rete viaria imperiale in Sardegna secondo l'itinerario Antonino) sia come finanziatori o armatori delle navi onerarie che facevano la spola tra i porti sardi e il grande hub marittimo di Ostia-Porto, alla foce del Tevere.

Sardegna bizantina e un grande Papa

La sinagoga della Karales romana sopravvive alle restrizioni al culto e alla manutenzione degli edifici sacri imposte da Costantino e dai suoi successori, restando attiva alla caduta dell’impero romano d’occidente, sotto il dominio dei Vandali e durante la guerra gotica.
Nel 590, in una Sardegna prostrata dal carico fiscale e dall’inefficienza e venalità dell’amministrazione bizantina, la sinagoga cagliaritana viene confiscata dalle autorità. Non è un provvedimento isolato, dato che nel medesimo anno vengono poste sotto sequestro le sinagoghe di Palermo e Terracina.

In seguito, tuttavia, l’edificio deve essere stato riconsegnato alla comunità ebraica perché è l’oggetto di una lettera inviata nel luglio 599 da Papa Gregorio Magno all’arcivescovo cagliaritano Ianuario (Gennaro).
Si tratta di un documento interessante sia perché apre una finestra sulla condizione degli Ebrei nella transizione dalla tarda antichità all'alto Medioevo sia come spunto di riflessione sulla tormentata convivenza tra cristianità e popolo eletto.

Nella missiva il pontefice informa Gennaro di aver ricevuto in udienza una delegazione di Ebrei di Cagliari che lamentavano l’occupazione della loro sinagoga in corso da mesi. il lunedì di pasquetta, infatti, un tale Pietro, ebreo converso battezzato la notte precedente, aveva fatto irruzione nel tempio alla testa di un gruppo di scalmanati sistemandovi una croce, un’icona della Vergine e le vesti bianche ricevute con il battesimo, arringando i presenti affinché si convertissero.
Gregorio Magno si rammarica dell’accaduto, difende il diritto del popolo ebraico ad avere un proprio edificio di culto e rimprovera Gennaro per la prolungata inerzia, sollecitandolo a intervenire senza ulteriori indugi.

La tolleranza e il rispetto verso gli Ebrei del 64mo Papa sono confermati anche da una lettera al clero sardo in cui raccomanda di non negare protezione agli schiavi ebrei che chiedano asilo nelle chiese e da quella ai vescovi di Arles e Marsiglia, esortati a non ricorrere al battesimo forzato. Purtroppo l’esempio di Gregorio Magno avrà scarso seguito tra i suoi successori al soglio pontificio.

to be continued...

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