lunedì, gennaio 12, 2026

 

Sard&brei : storie, leggende, curiosità Parte 2


Secoli di buio

Dall’ottavo all’undicesimo secolo la storia ebraica della Sardegna non sfugge all’oscurità che avvolge l’isola quando l’impero romano d’oriente l’abbandona al suo destino.
La Sardegna piomba in una sorta di limbo, scollegata da quanto sta avvenendo tra Italia ed Europa. Ancora a metà del XII secolo il geografo e viaggiatore arabo al-Idrisi, al servizio del re normanno di Sicilia Ruggero II, annota: “Gli abitanti della Sardegna sono rum (cristiani) Romani d’Africa e Berberi che vivono separati dalle altre nazioni rum”.
L’isolamento viene meno quando il controllo della Sardegna giudicale e delle sue risorse diventa oggetto di contesa tra le repubbliche di Pisa e Genova. Mercanti toscani e liguri, ma anche provenzali e catalani - sia cristiani che ebrei - approfittano del clima favorevole ai commerci stabilendo i loro fondaci nei porti di Cagliari, Bosa e Alghero.

la svolta aragonese

La vera svolta per la presenza israelita inizia con la conquista aragonese di 2/3 della Sardegna a spese dei Pisani, sconfitti ed estromessi dall’isola tra il 1323 il 1326.
Il coinvolgimento degli Ebrei richiede una piccola digressione. Nella penisola iberica si era riversata una quota consistente della Diaspora. Pur tra alterne vicende, la minoranza ebraica era cresciuta sino a diventare la più numerosa, culturalmente vivace e prospera del Mediterraneo occidentale. Basti considerare che nel Trecento si stima che in Spagna vivessero oltre 200.000 Ebrei contro i circa 50.000 presenti in Italia.
Questo spiega l’importanza del sostegno finanziario assicurato dai facoltosi Ebrei catalani e valenzani alla spedizione militare dell’infante Alfonso che materializza il Regnum Sardiniae et Corsicae inventato da Papa Bonifacio VIII. In cambio, il futuro re Alfonso IV e i suoi immediati successori sul trono d’Aragona incentivano l’insediamento ebraico nei nuovi possedimenti sardi concedendo a chi decida di trasferirvisi un’esenzione triennale da alcune imposte.

La politica dei sovrani aragonesi ha successo. L’esempio più evidente è la juharia (giuderia) di Cagliari, la più importante dell’isola, attestata dal 1346 e che alla fine del Quattrocento arriverà a contare circa il 5% della popolazione cittadina.
La collocazione del quartiere ebraico è significativa: gli Ebrei, infatti, vanno a vivere in una porzione della cittadella fortificata costruita dai Pisani a loro uso esclusivo e in cui hanno sede le massime autorità civili ed ecclesiastiche.
Nella Cagliari attuale occorre uno sforzo di fantasia per immaginare le anguste strade intorno al bastione di Santa Croce risuonare del brusio delle conversazioni in catalano o ladino (giudeo-spagnolo) che filtrava da abitazioni e botteghe in un microcosmo che racchiudeva ricchi e poveri, negozianti di cibi kosher e argentieri, medici, notai e prestatori di denaro a tasso d'interesse alla clientela cristiana.

In parallelo, nel Capo di Sopra spicca la juharia de l’Alguer (Alghero). La comunità ebraica e il suo qahal (organo di autogoverno) si segnalano per integrazione nella vita sociale e culturale della “piccola Barcellona”, ripopolata nel 1354 da coloni catalani in sostituzione degli abitanti sardi e liguri espulsi dalla cittadina.
Altre colonie ebraiche sono documentate a Iglesias, Oristano e Sassari.

In equilibrio sul filo del rasoio

Nel complesso, durante il XIV secolo e parte del secolo seguente la condizione degli Ebrei sull’isola è un’estensione di quella codificata negli statuti di Barcellona e delle principali città catalane: vivono confinati in quartiere separato dai cristiani ma non sono sottoposti a particolari restrizioni al movimento o proibizioni all’esercizio di professioni che saranno la norma nei ghetti.
Gli Ebrei, inoltre, godono dello status di Servi della Corona, una forma di protezione regia che li mette al riparo dagli abusi di potere della nobiltà cristiana e del clero. In Sardegna tale protezione si rivelerà più efficace che altrove. Le fonti, infatti, non riportano notizia di pogrom o espulsioni di massa che, invece, accompagnano in Europa il dilagare della peste nera a metà del Trecento.
La minoranza ebraica sarda viene risparmiata anche dall’ondata di saccheggi, massacri e conversioni forzate che nel 1391 si abbatte su città e villaggi di Castiglia, Aragona e Baleari, lasciando dietro di sé una tragica scia di sangue e terrore.

Non si deve, però, incorrere nella falsa impressione che la situazione degli Ebrei sull’isola fosse invidiabile e solida.
Lo scenario della Sardegna tra il XIV e il XV secolo è drammatico. Uscita dissanguata dalla pestilenza, l’isola non solo non dà segno di resilienza ma sprofonda in una spirale di crisi economica e demografica causata dalle devastazioni della guerra tra Aragonesi e Giudicato di Arborea, che imperversa sino al 1420, e dall’imposizione del sistema feudale iberico.
In poche parole sono tempi grami anche per quanti, come gli Ebrei di Sardegna, risiedono in prevalenza nei pochi centri urbani di rilievo.

Gli Ebrei, inoltre, hanno imparato a loro spese che la tolleranza e la protezione dei governanti - siano essi califfi musulmani o monarchi cristiani - si pagano mostrandosi pacifici e collaborativi verso le pretese delle autorità locali in materia di tasse su cimiteri e sinagoghe, licenze, dazi ecc. e, a maggior ragione, verso le richieste di contributi ordinari o straordinari che provengono dalla corona.
Coltivare la benevolenza del re poteva non dare i frutti sperati o addirittura ritorcersi contro gli Ebrei alla morte del sovrano, come avviene nel 1369 nel regno di Castiglia e León.
A Pietro detto “Il Crudele”, scomunicato per i suoi atteggiamenti anticlericali e il favore accordato agli Ebrei, succede il fratellastro fratricida Enrico di Trastamara. Questi per gran parte del suo regno infierisce e "fa cassa" sugli Ebrei castigliani con multe, confische e misure discriminatorie, punendoli per il sostegno fornito a Pietro.

I re cattolici: cala il sipario

Sarà un pronipote di Enrico di Trastamara, Ferdinando II “Il Cattolico”, a far saltare definitivamente il sistema che aveva regolato la convivenza tra Ebrei e cristiani nei reami spagnoli.
Nato nel 1452, erede ai troni di Aragona, Navarra, Sardegna e Sicilia in virtù del complicato incastro di matrimoni e successioni tra casate reali, Ferdinando di Trastamara-Aragona viene educato per essere un comandante militare, un diplomatico e un cattolico intransigente; oggi diremmo un cristiano fondamentalista.

Ferdinando II
Nel 1475 sposa la futura regina di Castiglia e León Isabella sfidando la contrarietà del suocero: passo decisivo nel processo di fusione tra le due corone di Spagna.
Sebbene si sia scritto di un suo lontano retaggio ebraico trasmesso dalla linea materna, una volta salito al trono (1479) Ferdinando II mette in chiaro di considerare i sudditi non cattolici alla stregua di ospiti non graditi, inconciliabili con la sua visione del regno. Difatti raddoppia la tassa annuale a carico delle comunità  ebraiche e i contributi straordinari per guerre e spedizioni militari legate alla Reconquista.
Di comune accordo con la consorte, inoltre, chiede e ottiene da Papa Sisto IV l’autorizzazione a istituire in Spagna un Tribunale della Santa Inquisizione di nomina regia, affidandone l’organizzazione al tristemente noto frate domenicano Tomás de Torquemada.

All’atto della capitolazione di Granada, ultimo bastione musulmano nella penisola iberica, Ferdinando e Isabella siglano il Decreto dell’Alhambra (31 marzo 1492) che mette gli Ebrei di tutti i possedimenti spagnoli davanti a un’alternativa secca: restare, abiurando e ricevendo il battesimo, o subire la confisca dei beni ed essere espulsi.
Così alla scadenza del 31 luglio 1492 dai porti della Sardegna salpano le ultime navi cariche di esuli ebrei in cerca di rifugio in Italia (Napoli, Palermo, Stato Pontificio, Livorno, Ducati di Urbino, Ferrara e Mantova, Venezia), sulle coste del Nordafrica e presso l’impero ottomano. La popolazione ebraica della Sicilia condividerà lo stesso destino appena un anno dopo.

Sardegna marrana: siamo tutti parenti?

Se la parabola degli Ebrei in Sardegna si conclude ufficialmente nel 1492, la cultura e le tradizioni ebraiche sopravvivono per generazioni, sia pure in forme occulte e travisate, in seno alle famiglie ebree convertitesi al cattolicesimo pur di non abbandonare le loro case e gli affetti.
Nella sua “Storia degli ebrei in Sardegna” il canonico Giovanni Spano quantificava in circa 5.000 gli Ebrei che lasciarono per sempre l’isola, mentre mancano informazioni sul numero degli Ebrei conversi, che con tutta probabilità fu cospicuo.

In Spagna questi “nuovi cristiani”, chiamati spregiativamente marrani (da porco/carne di maiale, sinonimo di individuo di dubbia integrità morale, spergiuro, impostore) furono mal tollerati, soggetti a delazioni e denunce all’Inquisizione in quanto sospettati di praticare in segreto l’ebraismo.
Specie sotto la guida di Torquemada, migliaia di loro furono processati e condannati a morte con l’accusa di essere ricaduti nella miscredenza dopo aver abbracciato la fede cristiana.
Al contrario, in Sardegna i conversi passano indenni il vaglio dell’Inquisizione, insediatasi a Cagliari nel 1493 presso il convento di San Domenico e poi trasferitasi in contrada Is Stelladas, nelle campagne fuori le mura del capoluogo.
La macchina repressiva agli ordini dell’inquisitore Sancho Marin non tarda a produrre un clima di terrore nell’isola, ma le denunce e i processi istruiti riguardano in massima parte casi di credenze e pratiche “magiche” ereditate dai culti pre-cristiani e di presunta stregoneria.

Come mai tale diversità di trattamento? Si può ipotizzare che in Sardegna gli Ebrei anoussim (convertiti sotto costrizione) siano stati particolarmente accorti nel dissimulare la loro doppia vita, che i loro vicini di casa, compaesani e persino parroci abbiano badato alle qualità delle persone più che alla stretta conformità religiosa (mi piacerebbe pensarlo) oppure che Ebrei e Sardi fossero mescolati al punto di far recedere le autorità da propositi persecutori.
Quest’ultima opzione potrebbe trovare supporto in questo post della professoressa Giuliana Mallei.
Dalla consultazione del registro fiscale relativo alla tassa annua che ogni suddito ebreo era tenuto a versare alla corona, conservato negli archivi reali di Spagna, emergerebbe inaspettatamente una lista di contribuenti dai cognomi squisitamente sardi o molto diffusi in Sardegna.
La professoressa riporta i cognomi Addari, Alba, Arba, Aroni, Bacchis, Campus, Casula, Deiana, Depau, Elias, Farina, Gaias, Lai, Lecca, Macis, Mameli, Manca, Mancosu, Matta, Mossa, Nonnis, Olla, Pala, Piga, Raccis, Salis, Sanna, Sarais, Secci, Serra, Tedde, Tola, Urru, Zara, Zurru e Zizi, puntualizzando che si tratta di un elenco non esaustivo.
In sostanza, la tesi è che nelle vene di pressoché tutti i Sardi scorrerebbe una percentuale di sangue israelita.
«Siamo tutti parenti» era il mantra di un ometto d’età indefinibile che tanti anni fa passeggiava sulle strade del mio paese munito di bastone e di quel disarmante sorriso infantile di chi è rimasto bambino nel corpo di un adulto. Chissà che nella sua innocenza non avesse ragione.

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domenica, gennaio 04, 2026

 

Sard&brei parte 1: storie, leggende, curiosità



Per il primo post del 2026 ho scelto di tornare su un argomento trattato di striscio quasi 8 anni fa: gli Ebrei in Sardegna.
Una serie di articoli letti sul web ha nuovamente stuzzicato la mia curiosità su un capitolo affascinante della storia e della cultura isolana, nel quale gli spazi bianchi dovuti all’assenza o alla distruzione delle fonti sono la norma, non l’eccezione.
In corso d’opera ho dovuto arrendermi alla necessità di dividere la trattazione in due parti, sebbene questo non renda meno anacronistica la sfida di pubblicare testi lunghi, oltretutto su uno strumento di comunicazione ormai marginale come un blog personale,

Il primo contatto

In sede accademica c’è sufficiente consenso intorno alla ipotesi che data al VIII secolo avanti Cristo l’arrivo dei primi israeliti e cananei in Sardegna, giunti come equipaggio, guardie del corpo o soci in affari a bordo delle navi dei mercanti fenici impegnati a espandere il controllo sulle fonti del commercio di metalli (es: lo stagno estratto in Spagna, Cornovaglia e Devon, essenziale per la metallurgia del bronzo).
A differenza della penisola iberica, non ci sono pervenute testimonianze archeologiche di questo primo contatto tra Sardi nuragici ed Ebrei, né di successivi durante la ben più penetrante occupazione militare e coloniale cartaginese, Ciò potrebbe essere riflesso di una presenza numericamente esigua se non occasionale.

La legione ebraica perduta

Per trovare riscontri di una presenza stabile di Ebrei in Sardegna bisogna andare direttamente nella Roma imperiale del primo secolo d.C.
Durante il regno di Ottaviano Augusto (27 a.C - 14 d.C) gli Ebrei censiti a Roma e nel resto d’Italia sono oltre 8.000 su una popolazione complessiva di circa 8-10 milioni.
Sennonché nel 19 d.C Tiberio impone l’arruolamento forzato nei ranghi degli auxiliaria di circa 4.000 giovani liberti e figli di liberti ebrei, spedendoli in Sardegna a rafforzare i presidi dislocati a protezione delle popolazioni latinizzate, dei vasti latifondi e della rete viaria dai frequenti sconfinamenti delle tribù sarde non urbanizzate (i mastrucati latrones citati da Cicerone) sparse nei monti del Gennargentu, del Goceano e della Gallura.
Nella sua opera Antichità Giudaiche, lo storiografo ebreo Flavio Giuseppe indica come causa dell’editto punitivo una truffa perpetrata ai danni di una nobile matrona romana. Convertita alla fede ebraica e persuasa a donare un’ingente quantità di porpora e oro al tempio di Gerusalemme, la matrona avrebbe scoperto che dei suoi doni era stato fatto un uso assai diverso. Sdegnato per l'affronto subito, il marito avrebbe informato del raggiro l’imperatore, di cui era intimo amico.
Al di là dell’aneddoto, Tiberio in un colpo solo decima la comunità ebraica romana, divenuta ingombrante e turbolenta, e senza scomodare le legioni interviene su un cronico problema di ordine pubblico di una provincia nella quale, ufficialmente, la pax romana vige dal 232 a.C.

Nel 50 d.C gli Ebrei sopravvissuti alla disciplina militare in distaccamenti isolati, esposti alle imboscate di popolazioni ostili e alle febbri malariche (in un’epoca in cui l’aspettativa media di vita non superava i 40-50 anni), sarebbero stati raggiunti da familiari e correligionari espulsi da Roma per ordine dell’imperatore Claudio.

In tempi recenti si è almanaccato sul destino di questa sorta di “legione ebraica perduta” e su una discendenza da matrimoni misti che avrebbe perpetuato, in tutto o in parte, la memoria delle proprie radici etnico-religiose sino alle soglie del Medioevo.
Lo storico e glottologo Massimo Pittau attribuiva agli eredi di quegli infelici il popolamento di Ozieri e Giave. Altrove è stata suggerita una matrice israelita per l’insediamento medievale estinto di Olevani, annidato in un'impervia vallata del supramonte di Urzulei (Ogliastra) e di cui ho scritto qui.
Altri ancora hanno ipotizzato la presenza di un’area sacra al culto ebraico sulle alture del massiccio dei Sette Fratelli, una ventina di km a NE di Cagliari; sito che sarebbe stato scelto perché la conformazione delle sette cime evocava i bracci della menorah.

I vuoti causati da Tiberio e Claudio vengono colmati già entro il primo secolo da Ebrei fuggiti dalla Giudea allo scoppio della prima rivolta ebraica e da prigionieri di guerra condotti a Roma come schiavi da Vespasiano e Tito. Alla fine del secolo, infatti, nella capitale sono attestate 10 sinagoghe ed è nota la presenza di almeno 43 insediamenti nella penisola, in Sicilia e Sardegna.
Nei secoli successivi gli Ebrei di Sardegna non lasciano tracce evidenti a eccezione di sporadiche citazioni della comunità cagliaritana e dell’iscrizione in giudeo-latino corredata di sacro candelabro sul sepolcro di una certa Beronice in una catacomba sull’isola di Sant’Antioco (IV-V secolo d.C).
Nondimeno è assai probabile che famiglie ebree abbiano avuto un peso rilevante sia nei commerci all’interno dell’isola (nella mappa, la ricostruzione della rete viaria imperiale in Sardegna secondo l'itinerario Antonino) sia come finanziatori o armatori delle navi onerarie che facevano la spola tra i porti sardi e il grande hub marittimo di Ostia-Porto, alla foce del Tevere.

Sardegna bizantina e un grande Papa

La sinagoga della Karales romana sopravvive alle restrizioni al culto e alla manutenzione degli edifici sacri imposte da Costantino e dai suoi successori, restando attiva alla caduta dell’impero romano d’occidente, sotto il dominio dei Vandali e durante la guerra gotica.
Nel 590, in una Sardegna prostrata dal carico fiscale e dall’inefficienza e venalità dell’amministrazione bizantina, la sinagoga cagliaritana viene confiscata dalle autorità. Non è un provvedimento isolato, dato che nel medesimo anno vengono poste sotto sequestro le sinagoghe di Palermo e Terracina.

In seguito, tuttavia, l’edificio deve essere stato riconsegnato alla comunità ebraica perché è l’oggetto di una lettera inviata nel luglio 599 da Papa Gregorio Magno all’arcivescovo cagliaritano Ianuario (Gennaro).
Si tratta di un documento interessante sia perché apre una finestra sulla condizione degli Ebrei nella transizione dalla tarda antichità all'alto Medioevo sia come spunto di riflessione sulla tormentata convivenza tra cristianità e popolo eletto.

Nella missiva il pontefice informa Gennaro di aver ricevuto in udienza una delegazione di Ebrei di Cagliari che lamentavano l’occupazione della loro sinagoga in corso da mesi. il lunedì di pasquetta, infatti, un tale Pietro, ebreo converso battezzato la notte precedente, aveva fatto irruzione nel tempio alla testa di un gruppo di scalmanati sistemandovi una croce, un’icona della Vergine e le vesti bianche ricevute con il battesimo, arringando i presenti affinché si convertissero.
Gregorio Magno si rammarica dell’accaduto, difende il diritto del popolo ebraico ad avere un proprio edificio di culto e rimprovera Gennaro per la prolungata inerzia, sollecitandolo a intervenire senza ulteriori indugi.

La tolleranza e il rispetto verso gli Ebrei del 64mo Papa sono confermati anche da una lettera al clero sardo in cui raccomanda di non negare protezione agli schiavi ebrei che chiedano asilo nelle chiese e da quella ai vescovi di Arles e Marsiglia, esortati a non ricorrere al battesimo forzato. Purtroppo l’esempio di Gregorio Magno avrà scarso seguito tra i suoi successori al soglio pontificio.

to be continued...

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giovedì, febbraio 20, 2025

 

Via Gialeto e le carte false


Nel mio paese d’origine, come in altri comuni della Sardegna, c’è una via intitolata a Gialeto. In tanti anni non mi sono mai domandato chi o cosa fosse Gialeto: se uomo illustre o località meritevole d’essere ricordata nella toponomastica. Mai avrei immaginato, però, che una strada potesse essere dedicata a un personaggio inventato.

Già, perché Gialeto, condottiero sardo che sul finire del VII secolo d.C avrebbe cacciato i Bizantini dall’Isola diventando il primo Giudice-sovrano di Cagliari nonché l’artefice anche degli altri tre Giudicati della Sardegna medioevale, è esistito solo nella fantasia del frate francescano Cosimo Manca e dei complici che l’aiutarono a fabbricare, a metà Ottocento, il falso storico delle cosiddette Carte di Arborea.

Nascita di una contraffazione

La vicenda ha inizio nel 1845, quando il frate minore pattadese Cosimo Manca fa visita al caglaritano Pietro Martini, autorevole storico, politico e direttore della biblioteca universitaria di Cagliari, porgendogli un documento su pergamena scritto in una grafia antica e scolorita dal tempo al punto di risultare pressoché illeggibile.
Martini sobbalza: quel documento ha tutta l’aria di essere autentico, risalire al XIV secolo e provenire dalla cancelleria del Giudicato di Arborea durante la reggenza della giudicessa Eleonora Bas-Serra, la leggendaria eroina della resistenza all’invasione aragonese della Sardegna.

Martini, tuttavia, prende tempo: vuole che il documento sia studiato in modo scientifico. Cerca perciò il conforto del parere di altri eruditi isolani tra cui spicca Ignazio Pillito, scrivano e specialista in paleografia che lavora presso l’Archivio Comunale di Cagliari. Solo a posteriori si scoprirà che l’archivista era il braccio della macchinazione, ovvero colui che si occupava di realizzare le pergamene.

Nel giro di circa un decennio, al primo documento se ne aggiungono altri, andando a formare un corpus che spazia su vari argomenti: cronache, atti giuridici, poemi, sonetti e panegirici scritti in latino, volgare italiano e sardo medievale che Pillito, ovviamente, non ha problemi a decifrare e trascrivere.

Un miraggio troppo bello per essere vero

Nel clima romantico e nazionalista di metà Ottocento la scoperta di quell'incredibile tesoro è un’autentica bomba per vari motivi:

Le Carte di Arborea trovano il sostegno di personaggi di spicco nel regno sabaudo come Carlo Baudi di Vesme e Alberto La Marmora, che provvedono a farne pervenire copia all’Accademia delle Scienze di Torino.
Baudi di Vesme fa di più: riesce a strappare a Theodor Mommsen, storico e massima autorità mondiale in materia di filologia ed epigrafia, la promessa di analizzare le pergamene. Il responso del luminare tedesco arriva ai primi del 1870 ed è lapidario: le Carte di Arborea sono un falso.

Conseguenze

Il verdetto gela il mondo accademico isolano e piemontese che, tuttavia, accetta la sentenza senza protestare, consapevole di essere cascato con tutte le scarpe in una figuraccia di dimensioni colossali.
Mommsen mantiene il riserbo sui falsi di Arborea fino all’ottobre 1877 quando, ospite di un convegno a Cagliari, semina l’imbarazzo tra i presenti rievocando la vicenda. In più, lo storico conclude il suo intervento sostenendo in modo assai poco prudente che anche la giudicessa Eleonora d’Arborea non era altro che una leggenda.
Mal gliene incorse: un gruppo di sconosciuti lo affrontò mentre si dirigeva all’imbarco del piroscafo per fare ritorno in Germania e gli sottrasse taccuini e carteggi, facendoli a pezzi in quanto “non era degno di maneggiare argomenti che non conosceva”.

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martedì, agosto 30, 2022

 

Chi di GALSI ferisce...



Era inevitabile che, con le quotazioni del metano sul libero mercato schizzate alle stelle e il timore di un futuro prossimo di ristrettezze con i rubinetti dei metanodotti russi chiusi da Mosca, si riesumasse con rimpianto il ricordo del progetto - abortito - del gasdotto Algeria-Italia, noto come GALSI.
Nei giorni scorsi, infatti, eurodeputato eletto con la Lega ha presentato un’interrogazione per chiedere alla Commissione Europea chiarimenti in merito al GALSI, ricevendo in risposta il rabbuffo della Commissaria all’Energia, l’estone Kadri Simson, che ha avuto vita facile nel puntare il dito sull’incapacità dei governi italiani di utilizzare i 120 milioni di euro stanziati dall’Europa, non spesi e perciò tornati nel bilancio UE.

Cosa era, sulla carta, il GALSI?

Il progetto, sviluppato in partnership da Sonatrach, Edison, ENEL, Wintershall, Hera Trading, Sfirs (finanziaria della Regione Sardegna) e Snam Progetti, prevedeva la realizzazione di un gasdotto dai giacimenti nell’entroterra algerino sino a Piombino, dove il metano sarebbe stato immesso nella rete energetica nazionale.
Il percorso si sarebbe snodato per quasi 600 km attraverso condutture sottomarine e per circa 270 km in una dorsale a terra in Sardegna, con il territorio tagliato quasi in diagonale da SW (Porto Botte) a NE (Olbia).
Per il completamento dell’opera erano previsti 20 anni di lavori per un costo complessivo che stimato intorno ai 4 miliardi di €.
A pieno regime per il GALSI sarebbero fluiti 8 miliardi di metri cubi di gas metano l’anno: un contributo al fabbisogno energetico nazionale sostanzioso anche se non risolutivo, stante che i consumi annui di gas naturale in Italia sono nell’ordine di oltre 76 miliardi di mc, e in ogni caso una mossa intelligente in un’ottica di diversificazione dei fornitori.

Perché il GALSI non è decollato?

Questa è la parte più complicata del racconto. Spulciando gli articoli d’archivio risalenti a una dozzina e passa di anni fa è difficile destreggiarsi tra polemiche nimby, interrogativi legittimi, strategie idi mercato e decisioni prettamente politiche.

In discussione c’era la reale convenienza dell’opera. Le analisi di mercato, infatti, portavano a dubitare che anche nel lungo periodo le quotazioni del metano avrebbero avuto rialzi tali a rendere profittevole l’investimento; Edison, uno dei principali partner, fu la prima a mettere le mani avanti in questo senso.

Diverso è il discorso sulla vita operativa del gasdotto, legata allo stato delle riserve di idrocarburi nei giacimenti algerini. Se la stima di 25 anni prima dell’esaurimento era corretta, anche qualora fossero stati rispettati i tempi di consegna gli 8 miliardi di mc di gas sarebbero stati garantiti per un lasso di tempo di 5 anni o poco più.
Ne sarebbe valsa comunque la pena?
Sì, se si pensa alla nostra dipendenza energetica che rende attrattivi i giacimenti off-shore non ancora coltivati nell’Adriatico benché le stime sulle loro riserve di idrocarburi siano piuttosto modeste. Secondo alcuni esperti, se si sfruttassero tutti i giacimenti presenti sul territorio italiano si arriverebbe a coprire per alcuni anni circa il 10% del fabbisogno energetico in luogo dell’attuale 6% (3,3 miliardi di mc).

Ci sarebbero, poi, i controversi capitoli dell’impatto ambientale e del rapporto sacrifici/benefici per la Sardegna, non a caso gli argomenti su cui maggiormente infuriarono le polemiche.
L’attraversamento del territorio isolano avrebbe inevitabilmente comportato sacrifici notevoli in termini ambientali, di espropri e di limitazioni alle attività.
Anche prestando fede alle rassicurazioni sul ripristino ambientale presenti nel progetto, quali sarebbero state le contropartite per l’isola? Sulla carta NIENTE.
Nessuna royalty, dato che il gas sarebbe stato estratto all’estero, e non un solo mc del metano trasportato, di cui si prevedeva solamente il transito.
La metanizzazione della Sardegna, con le reti gas che tuttora coprono solo un numero irrisorio di comuni, non era un problema di competenza del GALSI. I costi - improponibili - di realizzazione degli allacci e delle diramazioni sarebbero stati, perciò, totalmente a carico delle casse comunali, consortili o regionali. Ancora di recente i vertici dell’ENEL hanno ribadito che nel futuro energetico della Sardegna non c'è posto per il metano (en passant, una manna per il GPL distribuito in bombole e bomboloni).
Era da scartare anche la possibilità di ottenere come partita di giro sconti sulle forniture alle imprese isolane energivore perché si dava per scontato che ciò avrebbe fatto scattare la mannaia dell’Unione Europea sugli "aiuti di Stato".

A torto o a ragione, pertanto, il GALSI si presentava come un progetto per molti versi solido e sensato, sfidante dal punto di vista ingegneristico ma mai del tutto convincente sotto il profilo della sostenibilità ambientale, economica e sociale. In altre parole, una mega infrastruttura difesa poco e male dagli stessi proponenti e - vista dalla Sardegna - l’ennesima servitù imposta all’isola.

Dal punto di vista politico, infine, è quanto mai probabile che il GALSI sia stato sacrificato dai governi succedutisi dal 2011 in poi un po’ per il mutato quadro economico mondiale e nazionale, con l’onda della recessione arrivata dagli USA e il debito pubblico italiano messo sotto stretta sorveglianza dall'Europa, un po’ perché, per una convergenza di interessi tra imprese e partiti, si scelse di andare al risparmio affidandosi al metano russo, conveniente e disponibile pronta cassa.

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domenica, agosto 22, 2021

 

Terapia domiciliare Covid: l’inferno e le buone intenzioni



Da qualche giorno seguo, sconcertato, il caso delle mail inviate ai medici di medicina generale sardi dal Cor.Sa, la centrale operativa regionale per il coordinamento delle attività sanitarie e sociosanitarie territoriali, “su indicazione della direzione regionale dell’assessorato alla sanità” avente per oggetto: “attivazione protocolli per terapia domiciliare Covid”.

La mail in questione suggerisce ai medici di famiglia un protocollo alternativo alle indicazioni ministeriali in caso di sospetta positività dei loro assistiti associata a sintomi lievi, tali da non rendere necessaria l’immediata ospedalizzazione.
Laddove il Ministero della Salute a fronte di un tampone positivo si limita a consigliare una terapia domiciliare a base di paracetamolo (tachipirina) al bisogno e “vigile attesa” (leggi termometro e saturimetro), il nuovo protocollo suggerisce ai medici di base di attivare un'aggressione precoce dei sintomi infiammatori mediante “presidi di provata efficacia e antibiotici associati, senza attendere l’esito del tampone”.

In buona sostanza, i suggerimenti che arrivano con l’imprimatur dell’assessorato regionale alla sanità recepiscono le istanze del “Comitato Terapia Domiciliare Covid 19”, in apparenza una rete nata spontaneamente sui social al nobile fine di mettere a disposizione consigli e prescrizioni di medici specializzati, medici di base e paramedici per il trattamento a domicilio delle forme lievi/non acute di infezione da SARS-CoV2, riducendo in questo modo la pressione sui presidi ospedalieri.

Dove sta il problema?

C’è che lo schema proposto dal Comitato Terapia Domiciliare Covid 19 contempla un arsenale di integratori vitaminici, flavonoidi (quercetina), mucolitici, antipiretici/antinfiammatori (ibuprofene), antibiotici (azitromicina), antimalarici (idrossiclorichina) e antielmintici (ivermectina) sulla cui “provata efficacia” contro il virus c’è la parola dei medici che aderiscono al Comitato contro le indicazioni del Ministero della Salute e le linee guida dell’AIFA.

C’è poi l’ambiguità di fondo nei confronti dei vaccini, formalmente non osteggiati ma verso cui si consiglia una incongrua profilassi pre-vaccinale che dovrebbe scongiurare i rischi di effetti collaterali avversi, specie in vista della inoculazione di richiamo.
C’è, infine, che completare un ciclo di terapia domiciliare comporta una spesa non indifferente a carico dell’assistito, considerato che il costo stellare di alcuni farmaci-chiave non è coperto dal SSN.

Per quanto non mi competano giudizi di tipo medico-scientifico, mi pare evidente che il Comitato Terapia Domiciliare Covid 19 si sia ritagliato uno spazio ben preciso nella contrapposizione tra scienza medica e virologia “ufficiali” e medici "dissidenti", fautori di approcci terapeutici alternativi, che trovano consensi principalmente nel variegato universo complottista e novax.

Tirando le somme c'è quanto basta per ritenere quanto meno discutibile l’apertura di credito da parte dell’assessorato regionale alla sanità.
L'assessore si difende sostenendo che con il protocollo si è solo inteso dare ai medici di famiglia uno strumento in più per fornire una terapia domiciliare adeguata ai loro assistiti, evitando di intasare gli ospedali, e che ciascun medico sarà libero di utilizzare tale risorsa “in scienza e conoscenza”.
Sarà, ma è notorio che l’inferno è lastricato di buone intenzioni.

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lunedì, luglio 23, 2018

 

La sepoltura del nobile



A volte ci si imbatte casualmente in microstorie intriganti, ma che ci lasciano presi all'amo della curiosità perché manca il seguito.
Per esempio, quella della cosiddetta "Sepoltura del nobile".

Siamo negli anni '30 del secolo scorso in una zona in aperta campagna nel territorio di Oliena (NU). Tutto intorno null’altro che oliveti, foraggere, vigneti e pascoli. L'unica presenza "storica" di rilievo è data dai ruderi del vicino villaggio nuragico di Vruncu 'e s'arvure.


Durante lavori di aratura, il vomere incontra una resistenza inattesa. Il proprietario ferma il giogo e controlla: l’aratro ha scalzato di lato e portato alla luce quella che sembra la copertura di una tomba sconosciuta, sino ad allora occultata dallo strato superficiale del terreno.

Fattosi istintivamente il segno della croce, il contadino scruta all’interno della sepoltura. Non ha intenzione di mancare di rispetto al defunto, chiunque sia, ma è curioso e magari spera nella presenza di qualche oggetto di valore che possa portare un po' di soldi in casa.
Ciò che vede lo lascia senza parole: uno scheletro che ancora indossa quelli che hanno l'aria di essere i resti di fastosi abiti nobiliari.
La visione, però, dura poco: l’esposizione all’aria e alla luce del sole distrugge e polverizza i tessuti del vestiario, lasciando in vista solo le ossa calcinate dal tempo.

La storiella gotica finisce qui: le domande sull’identità dello scheletro e sul perché una persona in apparenza altolocata sia stata sepolta in aperta campagna, dimenticata da tutti, invece che in terra consacrata non hanno risposta.
O forse le risposte ci sono, ma bisogna interpellare le persone giuste per arrivarci.

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sabato, maggio 12, 2018

 

Quando in chiesa si pregava Sant'Aronne


Della chiesa citata nel titolo non resta che un po’ di pietrame delle fondamenta a malapena distinguibile nel sottobosco. Apparteneva a un piccolo villaggio medievale, Olevani (od Olàfani), situato in una remota vallata dell’Alta Ogliastra apprezzata dai trekker perché gli impervi sentieri montani conducono a Codula di Luna e a quel paradiso marino chiamato Cala Luna.
Dell’esistenza del villaggio, estintosi tra il XII e XIII secolo per ragioni imprecisate (siccità, carestia, malattie, contrasti con altre comunità) è rimasto appena qualche brandello di notizia tramandato nella memoria orale dei paesi confinanti (Urzulei). Si narra ad esempio che Giorgio, primo vescovo di Suelli canonizzato come santo, abbia sostato a Olevani nella sua avventurosa visita pastorale (XI secolo). Si tramanda anche il nome del santo patrono cui era dedicata la chiesa del villaggio: Santu Aronau.

Come in un’indagine, un nome diventa un indizio che porta ad altro. Aronau, infatti, altri non sarebbe che l’Aronne (Aaron) dell’Antico Testamento, fratello di Mosè e Gran Sacerdote degli israeliti durante l’Esodo.

Santa Romana Chiesa annovera Aronne tra i santi e beati del calendario (festa il 1 luglio), ma anticamente il suo culto in pubblico era una sorta di concessione speciale ristretta alle famiglie ebree che si erano convertite al cristianesimo.
Per deduzione, l’elevazione a santo patrono implicherebbe una consistente presenza israelita a Olevani.

Da dove venivano questi ebrei e perché avevano scelto di vivere in un luogo tanto defilato?

L’unica fonte storica che abbia una qualche attinenza riguarda i 5.000 ebrei di Roma che l’imperatore Tiberio avrebbe fatto deportare sulla costa orientale sarda a seguito di tumulti scoppiati nella capitale.
Gli storici romani tagliano corto sulla sorte di questi infelici, spediti a fare da “cuscinetto” tra le pacifiche popolazioni latinizzate della costa e i “barbari” (barbaricini) dell’interno: sarebbero morti di stenti e di malattia a causa dell’insalubrità dei luoghi.

Per amore di ipotesi, se si volesse credere a una discendenza ebraica tanto prolifica e tenace da perpetuarsi per un millennio, ciò significherebbe che i deportati non erano solo di sesso maschile o che la deportazione abbia coinvolto interi nuclei familiari, dato che l’appartenenza al popolo ebraico si trasmette solo per via matrilineare. Si dovrebbe ipotizzare, inoltre, che la conversione al cristianesimo, avvenuta in epoca imprecisata, non avesse cancellato la consapevolezza delle radici ebraiche.

La presenza di piccole, ma influenti comunità ebraiche nei poverissimi villaggi dell’Ogliastra almeno fino alla messa al bando imposta dai cristianissimi re di Spagna è sempre stata un argomento a metà tra la speculazione di antropologia culturale e la leggenda a causa della totale assenza di documentazione.
La scoperta del culto tributato a Sant’Aronau non sposta gli equilibri, ma d’altra parte il mistero e le domande insolute sono parte integrante del fascino del Medioevo.

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domenica, aprile 22, 2018

 

Missing a bro'





È difficile scrivere di persone che conosci, ancora di più se si tratta di persone cui hai voluto un gran bene e non sono più di questo mondo. Eppure ho bisogno di scriverne per far scivolare la pena, l’oscuro senso di rimorso e per elaborare il senso di perdita.

Ho perso il migliore amico di una vita.

Potrei dire che l’ho perso diversi anni fa perdendolo di vista, come succede non solo per via della lontananza ma anche per quella sorta di pudore che porta a rispettare gli spazi e la riservatezza altrui. Non lo si sarebbe detto, con quella corporatura massiccia, l’espressione severa e la battuta arguta sempre in canna, ma Pierluigi era una persona sensibile, orgogliosa e riservata.

Ricordo ancora la prima volta che lo incrociai per strada. Era una calda mattinata d’inizio settembre, il giorno seguente sarebbe iniziata ufficialmente l’avventura del Ginnasio ed ero di ritorno in paese da una passeggiata verso il Bivio Carmine.
In direzione opposta vidi salire due coetanei mai visti prima che parlottavano tra loro: uno mingherlino con la faccia scaltra e l’altro che sembrava un assiduo frequentatore di palestre.
La prima impressione non fu molto positiva. Quei due potevano essere degli attaccabrighe - pensai - con il piccolo nei panni della mente e quello grosso in quelli del forzuto dall'intelligenza limitata. Finì che ci ritrovammo nella stessa classe e che Pierluigi si dimostrò un ragazzo calmo, educato, con un gran senso dell'ironia e dell'autoironia e con interessi non proprio comuni per i quattordicenni dell'epoca come il body building, i rapaci e le specie in via di estinzione.

Il passaggio da meri compagni di classe, superficialmente in buoni rapporti, ad amici avvenne al liceo e nell’anno della maturità.
All’interno della classe, un gruppetto aveva iniziato a passare insieme il tempo anche fuori dell’orario scolastico per studiare, ma non solo. Ci univa la sensazione di essere alle porte della nostra vita di adulti; ci spalleggiavamo, ci scambiavamo sogni, speranze e timori un po’ come nella canzone di Venditti “Notte prima degli esami”.
Pierluigi si mise con Annamaria, una compagna di classe che viveva in un appartamentino in affitto in paese e che sarebbe stata la sua compagna di vita da allora in poi.

All’università, Pierluigi e Annamaria si iscrissero alla facoltà di medicina e chirurgia e io a quella di giurisprudenza. Sembravamo destinati a perderci di vista: giri diversi, impegni diversi, la loro intimità di coppia che imponeva rispetto e discrezione.
Invece fu proprio allora che la generosità e la disponibilità di Pierluigi vennero fuori e l’amicizia tra noi divenne un punto fermo.
Specialmente dopo che mi staccai da Comunione e Liberazione e intorno a me crollò la rete sociale su cui avevo fatto affidamento, andare a trovare di tanto in tanto Pierluigi e Annamaria nel dopocena divenne un rito estremamente piacevole e rasserenante. Poteva capitare che mi trattenessi a parlare con Pierluigi sino a notte fonda perché lui sapeva come prendermi, o forse sarebbe più corretto dire sopportarmi. Tra noi c’era estrema facilità di discorso, complicità, scambio arricchente di esperienze, interessi, curiosità e cortesie.

C’era un unico argomento implicitamente tabù: gli esami universitari. Sapevo che sia Pierluigi sia Annamaria si erano impantanati ai primi esami e che questo pesava loro molto anche per le scontate ripercussioni nei rapporti con le rispettive famiglie.
Con il senno di poi, posso solo immaginare che quell’esperienza fallimentare sia stata un tarlo che ha scavato in profondità nell’autostima di Pierluigi. Aver “sprecato” quell’opportunità di studio non solo l’aveva costretto a rivedere al ribasso le sue ambizioni, ma era anche il peso umiliante di dover ancora dipendere economicamente dai suoi e di essersi dimostrato non all’altezza della fiducia riposta in lui.
Si dava da fare in ogni modo; era sempre disponibile a dare una mano nei lavori in campagna dai suoi e dai genitori di Annamaria, ma tutto questo, evidentemente, era solo un ripiego temporaneo e insoddisfacente.

Continuammo a frequentarci anche dopo la mia laurea. Quando poi, trasferitomi a Milano, decisi di sposarmi fu per me del tutto naturale scegliere Pierluigi come “best man”.
Gradualmente, però, i nostri rapporti divennero sempre più rarefatti e saltuari, le reticenze sul suo presente più ampie. Di internet e dei social neanche a parlarne. Tuttavia quando ci si trovava, in Sardegna, era come se non ci fossimo mai persi di vista e, dentro di me, lui continuava a essere una presenza certa.

E si arriva al presente, inaspettato e doloroso.

Un messaggio da parte di mio fratello m’informa di aver avuto la conferma di una voce giunta casualmente da una fonte poco attendibile: Pierluigi era morto a metà marzo.
Incredulità, sconcerto, dolore lancinante. Com’era stato possibile che una cosa così enorme fosse passata sotto silenzio? Perché? Cos'era successo?

La ragione è venuta a galla con pudore: Pierluigi si è suicidato, a quanto pare al culmine di un periodo depressivo, e ora riposa nel cimitero del suo paese. La famiglia ha gestito il lutto nel massimo riserbo.

Avrei potuto fare qualcosa per evitare questo epilogo? Avrei potuto essergli vicino invece di limitarmi a pensare come sarebbe stato bello incontrarlo nuovamente e parlare come ai vecchi tempi?
E Annamaria? Prima o poi riuscirò a parlare con lei, anche se onestamente non so cosa mai potrò dirle che non sia dannatamente inutile.

Pierluigi era una bella persona, quasi un fratello per me, e il mondo mi sembra più vuoto e solitario senza la nostra amicizia.

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sabato, aprile 29, 2017

 

Il lato non affilato della memoria





Ieri notte ho avuto notizie di una persona persa di vista quasi 40 anni fa: una bella persona conosciuta per poco tempo, ma di cui serbavo un bel ricordo.
Mi ero sempre ripromesso di informarmi ma, data la lontananza, il lunghissimo silenzio e la complicazione di non essere compaesani, non sapevo come farlo con la dovuta discrezione, senza infastidire o generare inutili incomprensioni.

Per me la fregatura sta nel fatto che, nella memoria, le amicizie con cui non ho più contatti restano esattamente come le ho lasciate: gli anni, le rughe e i capelli grigi, i matrimoni riusciti o deragliati, i figli e i problemi di salute sono tutte esperienze con cui non devono fare i conti, anche se sono perfettamente consapevole che si tratta di un artificio, una costruzione mentale, qualcosa di totalmente irreale.

Tornando a bomba, per farla breve ho saputo che questa persona così solare, simpatica e alla mano è morta circa 8 anni fa.
Il diabete, che già condizionava la sua vita quando la conobbi, se l'è portata via scavandola lentamente e silenziosamente, goccia a goccia, saccheggiando i suoi talenti un pezzo per volta.
Non so come spiegare cosa ho provato venendo a sapere che era morta da tempo: è stato come riaffacciarsi in una stanza della casa in cui si è cresciuti e trovarla vuota, in rovina, polverosa e silenziosa.

Non me la sono sentita di chiedere maggiori ragguagli sulla sua vita: sarebbe stato fuori luogo mettere in imbarazzo il mio interlocutore con domande indiscrete e personali, in ogni caso irrilevanti. Preferisco tenermi il calore del ricordo di un'amicizia adolescenziale e immaginare che la persona che conobbi abbia avuto la vita piena, negli affetti, nel lavoro e nel sociale, che meritava.

La memoria è un'arma a doppio taglio, ma qualche volta si ha la possibilità di scegliere la parte non affilata.

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lunedì, settembre 14, 2015

 

Messaggi nella bottiglia messi in piazza



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È piovuto così, corredato di foto in giacca e cravatta molto anni '70, lo stupefacente annuncio a scopo matrimoniale ancora fresco di pubblicazione sulla timeline di un gruppo Facebook che seguo.

Nel suo essere allo stesso tempo inaspettato, anacronistico e inappropriato, quest'annuncio francamente mi spiazza. Infierire sarebbe sin troppo facile, ma anche ingeneroso e irrispettoso nei confronti di uno sconosciuto, di un ospite che si è reso vulnerabile al pubblico dileggio.

Ci sarebbe altro da dire sull'uso quanto meno approssimativo dei social media e da eccepire sullo stereotipo della donna sarda come angelo del focolare, ma al momento provo soprattutto tristezza e irritazione, quasi fossi stato io a mettere in piazza la mia solitudine.

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giovedì, luglio 02, 2015

 

Condizionamenti



waterFlegetonte sta picchiando duro: traspirazione a 1000 malgrado il ventilatore acceso non-stop e, ovviamente, grande consumo d'acqua per reidratarsi.

Ed è proprio il ricorso più frequente al rubinetto che mi ha fatto pensare a quanto siano profondi e duraturi i condizionamenti acquisiti: nello specifico, quello del razionamento idrico.

Ancora oggi, dopo oltre 20 anni di permanenza in Lombardia, quando apro il rubinetto del lavello o del lavandino una parte di me teme che il getto si riduca rapidamente a un gocciolio e che dalle tubature arrivi il risucchio gorgogliante delle bolle d'aria.
È stato decisamente più facile liberarsi dell'abitudine di acquistare i fardelli di acqua minerale al supermercato che togliersi l'incubo dell'acqua di rete erogata solo poche ore al giorno.

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giovedì, febbraio 26, 2015

 

Random bombing




Mercoledì 17 febbraio 1943 due stormi di bombardieri medi statunitensi B-25 “Mitchell” decollati dall’Algeria fecero rotta verso l’aeroporto militare di Villacidro, dove erano di stanza caccia e bombardieri italiani e tedeschi, per “neutralizzarlo”.

I bombardieri al 17º Bomb Wing arrivarono sul bersaglio, ma rinunciarono a sganciare a causa delle pessime condizioni di visibilità.
I bombardieri del 310º Bomb Group, invece, mancarono l’obiettivo finendo per errore una dozzina di km a nord, nella zona collinare su cui sorge il paese di Gonnosfanadiga.
Forse mal interpretando le coordinate e la loro posizione, lo stormo attaccò il paese indifeso sganciando il carico di bombe a frammentazione ed effettuando mitragliamenti a bassa quota.
bombing Gonnosfanadiga WWII
L’incursione avvenne nel primo pomeriggio (intorno alle 15.00) cogliendo totalmente alla sprovvista la popolazione di Gonnosfanadiga.
Le bombe caddero nel centro nel paese e nelle strade principali. L’effetto delle schegge metalliche liberate dagli ordigni fu devastante: 83 persone morirono e altre 98, in gran parte donne e bambini, subirono ferite e mutilazioni.
Trattandosi di un paesone agricolo, privo di qualsivoglia installazione di interesse bellico o strategico, l’errore di valutazione di chi comandava lo stormo fu marchiano e difficilmente scusabile.

Questa pagina ingloriosa è stata rimossa dalla memoria dei comandi Alleati e dalla storia del 310º Bomb Group, più volte decorato per le azioni portate a termine con successo in Nord Africa e in Italia durante la WWII.

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Wednesday, February 17th, 1943 two formations of USAF B-25 "Mitchell" medium bombers took off from Algeria flying en route to the military airport of Villacidro (Southern Sardinia) to "neutralize it”.

The bombers of the 17th Bomb Wing arrived on target, but gave up to drop bombs due to poor visibility conditions.
The bombers of 310th Bomb Group, instead, missed the target ending by error about a dozen miles north, on the hills on which stands the town of Gonnosfanadiga.
Perhaps misinterpreting the coordinates and their position, the group attacked the defenseless town dropping the load of cluster bombs and carrying out strafing.

The raid took place in the early afternoon (around 3:00 PM) seizing totally off guard the population of Gonnosfanadiga.
The bombs fell downtown and in some of the broader streets. The effect of metal splinters was devastating: 83 people died and 98 others, mostly women and children, were badly injured.
Gonnosfanadiga was - and still is - a rural town, without any installation of military or strategic interest, then the error of assessment of who commanded the bomb group was ignominious and hardly excusable.

This inglorious page has been removed without any excuse by the Allies and from the history of 310th Bomb Group, repeatedly decorated for many successfully completed actions in North Africa and Italy during WWII

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lunedì, febbraio 02, 2015

 

La storia è anche questione di prospettive, da rivedere




Sardinia and history

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lunedì, novembre 17, 2014

 

Zona interdetta



Zona Franca Integrale: game over?

Agli entusiasti della base sembrava cosa fatta: questione di giorni se non di ore. Invece, la spallata finale per entrare trionfalmente nelle sconfinate praterie della Zona Franca Integrale prevista entro l'estate scorsa è stata congelata sine die.
Come un elastico teso al massimo, la spinta del movimento guidato dalla dottoressa Randaccio e dall’avvocato Scifo si è arrestata nel momento stesso in cui, per un’illusione ottica elettorale alimentata dall'appoggio del governatore uscente Cappellacci, la meta è sembrata a un passo dall'essere raggiunta.
Ritraendosi, l’elastico ha brutalmente rispedito i supporter della Zona Franca Integrale al punto di partenza non prima, però, di aver depositato alcuni candidati sui banchi dell’opposizione in consiglio regionale.

Forse è ancora presto per parlare di riflusso: certo è che la rivendicazione di una Zona Franca Integrale per la Sardegna ha seguito un percorso simile a quello del Movimento dei Forconi: bolle cresciute impetuosamente e di colpo implose in un nulla di fatto.
La “chiamata alle armi” della primavera scorsa nel nome di una fiscalità di vantaggio estesa a tutti i residenti in Sardegna oggi appare un ricordo immalinconito di cui si parla malvolentieri. D’altra parte, vedere quella che sembrava la madre di tutte le battaglie sovraniste ridotta a nave corsara sigillata in una bottiglia e chiusa in qualche cassetto della politica regionale è uno spettacolo poco edificante anche per chi, come me, era dichiaratamente scettico.
Tanto per completare l’opera, nei giorni scorsi sono comparse le prime serie crepe ai vertici del movimento Zona Franca che lasciano pensare a scialuppe calate in mare.

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giovedì, marzo 27, 2014

 

Il prezzo del sangue


St micheleA distanza di quasi un mese eccomi nuovamente a scrivere del mio paese di origine, balzato suo malgrado agli onori della cronaca per le circostanze in cui è morto Roberto Aresu, noto Birullo, ex rivenditore di automobili non ancora cinquantenne ucciso martedì mattina dalla deflagrazione di una carica di esplosivo collegata all’accensione della sua autovettura.

Un’esecuzione in piena regola, dunque, pianificata ed eseguita con freddezza nello stile tipico della criminalità organizzata.
La vittima aveva sì pendenze giudiziarie legate a un’inchiesta su un giro di truffe, ma niente che lo candidasse a bersaglio di una "punizione" tanto eclatante e feroce.
Proprio le modalità inusuali del delitto, insieme alla consapevolezza che solo circostanze fortuite hanno fatto sì che l’esplosione non avesse un bilancio finale ancora peggiore, hanno gettato il paese nello sgomento.

Ancora una volta, esattamente come nel maledetto ferragosto di sangue del 1972, è stata squarciata e messa a nudo la fragilità di un’irragionevole sicurezza: quella di Lanusei oasi (quasi) inviolabile di tranquillità dove, al massimo, si può morire di noia perché “tanto non succede mai niente”.

Senza voler essere irriverente, purtroppo non c’è alcun Arcangelo Michele che veglia alle porte di Lanusei per sbarrare il passo alle fiammate di violenza e al malessere che serpeggia da anni in Ogliastra, estrema periferia al collasso di una Sardegna economicamente in disarmo.
Da una parte, il boato assordante del tritolo non ha fatto precipitare Lanusei dal purgatorio di una decadenza dignitosa e ancora a misura d'uomo all’inferno dell’invivibilità, del sospetto e della paura.
Dall'altra, la morte di Roberto Aresu ha spezzato l'incantesimo, l'illusione che il male restasse a distanza di sicurezza e che la triste contabilità degli omicidi commessi nelle campagne, dei bossoli recapitati nei plichi, delle auto incendiate, delle vigne e degli uliveti devastati, delle rapine agli uffici postali e ai furgoni portavalori potesse solo sfiorare il paese.

La ferita, il lutto e il timore saranno metabolizzati e la quotidianità, con tutti i suoi problemi, tornerà ad avere il sopravvento non per un surplus di cinismo, ma perché così è la vita.
Per tornare a una normalità con i piedi per terra, però, servirà tempo e lo sforzo dei miei compaesani nel risaldare le fila, recuperando una coesione di comunità che forse è stata data per scontata mentre si era sfilacciata, svuotandosi come le strade del centro.
Al momento questa mi sembra la sola risposta perché i Lanuseini non si ritrovino a sospirare sfogliando album di fotografie ingiallite.

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venerdì, febbraio 28, 2014

 

Obituary calls



Ci sono piccole cose che ti segnano il tempo. Disseminate con apparente casualità, stanno lì a dimostrarti che sì, stai invecchiando, e senza neanche passare per l’anticamera della saggezza.
C’è, ad esempio, quell’accentuarsi del pessimismo che ti fa storcere il naso dinanzi a un governo nazionale appena nato in cui scorgi il perpetuarsi, al di là delle sigle di partito, del marketing politico autoreferenziale degli ultimi 20 anni nonché l’apoteosi di quella comunicazione che privilegia la forma sulla sostanza, il contenitore sul contenuto e la narrazione sull’ideazione.

Ma ancor di più ti accorgi del tempo che passa, inesorabile, da certe telefonate in teleselezione che prendono una piega, per così dire, “obituaria”.
angry phonecall
«Pronto? »
«Ueeeeee! Marce’!!»
«Oooh, ciao! come state?»
«Non c’è male, insomma. Zoppico da tre giorni, Xxxxxx è a letto con la bronchite, Yyyyyy dovrebbe fare una visita oculistica...»
«Andiamo bene!!!»
«Eeeh... sai com’è. Piuttosto, hai presente Tizio ?»
«Mmm... Aspe’... Sì!»
«È morto. Hanno fatto il funerale l’altro ieri»
«Taddannu! E non era neanche così anziano»
«Scherzi?!? La buonanima aveva 87 anni. Stava male già da un po’»
«Ah! Poveretto»
«E di tzia Caia ti ricordi?»>
«Non mi dire che pure lei...»
«No no... è ricoverata in ospedale: femore rotto»
«Merda, ma come è successo?»
«Pare un capogiro mentre scendeva dalle scale. Sai chi altro è morto da poco?»
«...»


Il mio mondo perde pezzi e somiglia sempre più alla pagina dei necrologi: ca@@o.

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sabato, febbraio 08, 2014

 

Radici



Che perda cravada intr ‘e su coru
s'ammentu ‘e tie est dolu ki non sanat

panorama lanusei scomposto

Del posto in cui si nasce non si riesce quasi mai a dire qualcosa di nuovo, di sapido e di profondo che vada oltre la banalità del risaputo o della parafrasi di qualche fonte abusata.
Nel mio caso, poi, si aggiunge l’amarognola consapevolezza di una membrana di estraneità mai venuta meno, come se io e il mio paese di origine - Lanusei - ci fossimo studiati per anni mantenendo le distanze.

A un’analisi razionale, persino la mozione degli affetti e l’orgoglio nel proclamarmi, in ordine decrescente di importanza “Lanuseino, Ogliastrino, Sardo, Italiano, cittadino del mondo” si rivelano per ciò che sono: il bisogno di ancorare a una narrazione più grande la definizione del sé e la volontà ostinata di appartenere a una storia che non m'appartiene più.

Lanusei è l’ambivalenza della memoria che ricama sui ricordi piacevoli, alterandoli affinché siano più dolci e struggenti, mentre sigilla quelli scomodi nella luna nera dell’inconscio con il loro carico di schegge taglienti d'incomunicabilità, disprezzo, derisione, senso di alienazione e lutto.

Lanusei è una ferita che non rimargina. Lanusei è una spina nel fianco che non smette di dolere; è il battito del cuore che viene a mancare ogni volta che penso alla resa al fatalismo della mia famiglia d’origine e a quel poco che resta del mio passato già destinato all’oblio.

Quando sono partito per andare a lavorare non pensavo che sarei rimasto lontano tanto a lungo. Senza alcuna vergogna ammetto, però, che mi sentivo sollevato dall’angoscia di non trovare spazio per realizzarmi e dare un senso a quell’accozzaglia di interessi enciclopedici che, messi insieme, non facevano una professione spendibile in paese.

A Milano mi lega unicamente il lavoro, anche se troverei difficile rinunciare ai suoi ritmi, alle sue risorse e a certe sue comodità. Non si tratta d'ingratitudine: nemmeno quando ho messo su famiglia ho smesso del tutto di sognare un ritorno a casa che non fosse forzato, a capo chino o con i piedi in avanti.
Forse c’è un po’ di spirito di rivalsa in questo sogno tenuto nel cassetto, ma preferisco pensare che sia voglia di serenità, di ritrovare quella parte di me rimasta ad ammirare il panorama in cima a pissicuccu.

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sabato, novembre 30, 2013

 

Infima astuzia o grossolana ignoranza?


blog di Vittorio ZaniniNon meriterebbe attenzione alcuna il blogger residente nell’Appennino bolognese che, prendendo spunto dalle vittime dell’alluvione in Sardegna, ha pensato bene di rimestare nei peggiori luoghi comuni e nei più biechi insulti a sfondo razzista per confezionare una tonante e livorosa invettiva contro i sardi.

La collezione di accuse generalizzate e di affermazioni infamanti del tutto gratuite induce a pensare che il blogger abbia cognizioni appena superficiali, approssimative e per stereotipi della realtà sarda, ma soprattutto che consideri i sardi alla stregua di una fastidiosa colonia di parassiti che, oltre a infettare e devastare l’isola, succhia risorse preziose all’economia italiana.
Pertanto, la Sardegna sarebbe un paradiso se solo i sardi non fossero mai esistiti, ma poiché - purtroppo - esistono, sarebbe una liberazione se decidessero di tagliare i ponti con l’Italia e andassero alla deriva nel Mediterraneo per i fatti loro.

La requisitoria del blogger si commenta da sola. Il punto è capire il perché di una simile colata di disprezzo.

Forse è proprio vero che sotto la patina di ipocrisia, buoni sentimenti ed educazione noi italiani siamo ancora irriducibilmente e ottusamente tribali, campanilisti, tendenzialmente ostili verso qualsiasi "forestiero" come ai tempi in cui, al Nord, qualcuno esponeva in vetrina il cartello "vietato l'ingresso ai cani e ai meridionali/ai sardi". Oggi l'attenzione si è spostata verso gli immigrati, come dimostra ampiamente il tasso di intolleranza e di ferocia verbale dei commenti sui social network ogni qual volta si sfiori l’argomento, ma in memoria restano sempre le vecchie etichette spregiative da applicare a calabresi, siciliani, napoletani/campani, romani e sardi.
Questo non spiega, tuttavia, le ragioni di un attacco frontale ai sardi giunto a distanza di giorni dall’alluvione e, per giunta, anomalo rispetto alle tematiche dominanti del blog.
Resta aperto, perciò, il dubbio se sia stata un’inconsulta esplosione di astiosità e di ignoranza o, quel che sarebbe peggio, una squallida provocazione in puro stile troll studiata a tavolino per conquistare un quarto d’ora di visibilità.

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domenica, settembre 15, 2013

 

Zona Francamente Inconsistente



Zona Franca Integrale

Non ho alcun interesse specifico a schierarmi nella disputa sulla cosiddetta Zona Franca Integrale per la Sardegna. Anzi, a conti fatti schierarsi - soprattutto sul Web - significa cercare guai, data la crescente inclinazione di chi popola i social network a passare direttamente all’insulto, alla minaccia e al rogo in effige senza prendersi il disturbo di argomentare il dissenso verso le opinioni sgradite.
Tuttavia mi dispiace, e lo dico sinceramente, che molti si spendano con entusiasmo e generosità per una battaglia spacciata per l’accesso alla Terra Promessa e la panacea di tutti i problemi della Sardegna, mentre le basi giuridiche ed economiche appaiono fragili e fumose al punto di sembrare una fuga nell’immaginario.

Se le cose andranno come penso, non ci sarà nessuno abbastanza onesto da rivolgersi pubblicamente a questa base di attivisti ammettendo: “Scusate, abbiamo sbagliato”. Temo invece che la Zona Franca Integrale andrà a fare compagnia ai protocolli di cura rigettati, alle scie chimiche e ai chip sottocutanei di controllo nel repertorio della “informazione alternativa” come esempio di grande opportunità sfumata per il complotto demo-pluto-giudaico-massonico dei soliti poteri forti assecondati da politici sardi prezzolati.

Cerco ora di spiegare di cosa sto parlando. I fautori della Zona Franca Integrale vogliono l’estensione all’intero territorio regionale della Sardegna del regime di extradoganalità previsto per i porti e i punti franchi, ovverosia zone che fanno parte del territorio di uno Stato, ma sono considerate fuori dei suoi confini doganali e, perciò, esentate dall’applicazione di dazi doganali, IVA e accise su prodotti e servizi.

Che io sappia, in Italia esistono due località in cui si applica da tempo la Zona Franca: Livigno e l’exclave di Campione d’Italia. Altre due zone potrebbero beneficiarne, ma hanno preferito ottenere dallo Stato forme di fiscalità di vantaggio di altro genere: la Val d’Aosta (per Statuto Regionale) e il territorio di Gorizia.
A livello europeo, invece, gli esempi di Zona Franca applicata sono gli arcipelaghi delle Canarie e delle Azzorre e i territori francesi d’oltremare.
L’evidente ragion d’essere delle Zone Franche è compensare, attraverso un regime fiscale speciale, la penalizzazione dovuta a una collocazione geografica ultra-periferica e disagiata, promuovendo l’allineamento delle economie locali a quelle degli Stati di appartenenza e prevenendo lo spopolamento.
Senza questi oggettivi e riconosciuti presupposti di svantaggio, l’Unione Europea non è propensa a dare semaforo verde all’istituzione di nuove Zone Franche, classificandole come inammissibili “Aiuti di Stato”. Non a caso, l’istruttoria di Bruxelles sulla Zona Franca di Livigno è stata chiusa perché il regime extradoganale è applicato su un ambito territoriale talmente ristretto e isolato da non creare apprezzabili fenomeni di distorsione del mercato.

Problema numero 1: la Sardegna rientra nei parametri comunitari per ottenere lo status di Zona Franca integrale?
In linea di principio, l’insularità della Sardegna è indiscutibile, così come è oggettivo lo svantaggio competitivo delle merci prodotte sull’isola. Inoltre, sin dai trattati istitutivi della CEE uno degli obiettivi di fondo che l’Europa si è data è quello di ridurre il divario tra i livelli di sviluppo delle diverse regioni e il ritardo di quelle più svantaggiate e insulari.

Sta di fatto, però, che anche in sede di revisione del regolamento attuativo del codice dogale comunitario, avvenuta pochi mesi fa, la Sardegna non è nominata tra i territori esenti dai dazi doganali.
Dimenticanza? Tradimento? Complotto?
Forse sarebbe più giusto parlare di ignavia - antica e recente - a livello regionale, dato che l’istituzione di punti franchi è prevista dall’articolo 12, comma secondo, dello Statuto regionale approvato con Legge Costituzionale nel lontano 1948. Per inciso, il primo comma stabilisce la competenza esclusiva dello Stato in materia di regime doganale.
Inoltre, in attuazione dell’articolo 12 dello Statuto, il Decreto Legislativo 10 marzo 1998 n.75 dispone l’istituzione in Sardegna ”di zone franche nei porti di Cagliari, Olbia, Oristano, Porto Torres, Portovesme e Arbatax, nonché in altri porti e aree industriali a essi funzionalmente collegate o collegabili. La delimitazione territoriale delle zone franche e la determinazione di ogni altra disposizione necessaria per la loro operatività viene effettuata, su proposta della regione, con separati decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri”.

E qui viene il bello.
Sebbene io abbia abbandonato da oltre un ventennio gli studi giuridici, trovo fumosa e difficile da difendere l’interpretazione estensiva degli articoli citati fatta dai sostenitori della Zona Franca Integrale, secondo cui la Sardegna vanterebbe dal 1948, e tanto più dal 1998, un diritto all’extradoganalità per il 100% del suo territorio.
Si vorrebbe che la perimetrazione dei porti franchi e delle aree industriali a essi funzionalmente collegate o collegabili sia il grimaldello logico-giuridico per quest’operazione di copertura integrale. Per quanto mi riguarda, in punta di diritto la trasformazione implicita dei porti franchi in isola franca mi sa tanto di “credevo fosse amore, invece era un calesse”.
Inoltre, anche seguendo lo schema previsto dal decreto legislativo del ’98 è poco plausibile che il governo nazionale appoggi l’istituzione di una Zona Franca su scala regionale non fosse altro perché sarebbe come gettare un cerino acceso nella polveriera dei rapporti Stato-Regioni e sulla più che precaria stabilità dei conti pubblici.

In ogni caso le chiacchiere in libertà sono state tante, gli annunci roboanti pure, ma i fatti dicono che l’Europa tra pochissimo chiuderà a chiave il fascicolo delle zone franche e la Sardegna resterà al palo.

Quesito numero due: ammettiamo per ipotesi che la Regione abbia proposto, il governo nazionale acconsenta e l’Europa sia disponibile a fare buon viso a cattivo gioco. La Zona Franca Integrale è davvero la cura miracolosa contro il declino e la desertificazione della Sardegna?

La visione suggestiva propagandata dai promotori della Zona Franca Integrale è il cartello dei prezzi alle pompe di benzina, gli scaffali che traboccano di merci a prezzi da sballo, i casinò in stile Las Vegas e le imprese che bussano alla porta per investire e dare occupazione.
Si tratta, però, di una “cartolina” ampiamente ipotetica, perché ciò che funziona a Livigno o a Campione non è detto che sia replicabile su scala molto più vasta.
La ragione sta nel fatto che la Zona Franca Integrale non è sinonimo di paradiso fiscale alla San Marino o isole Cayman e, da sola, non basta ad attirare investimenti internazionali e creare nuovi posti di lavoro. I maggiori benefici del regime extradoganale consentito dalla UE, infatti, ricadono sulle imprese che fanno export su export come quelle che movimentano container nel Porto Canale di Cagliari.
Per vincere la concorrenza di Paesi come Turchia, Serbia, Montenegro, Croazia e Slovenia, che possono mettere sul piatto sgravi fiscali importanti e un costo del lavoro quasi irrisorio, occorre affiancare la Zona Franca con robusti incentivi da parte della Regione e dello Stato.
Ergo, ogni posto di lavoro creato dalla Zona Franca avrà un costo aggiuntivo semi-occulto a carico dei contribuenti, con tutto ciò che ne consegue in termini di stabilità e di sostenibilità economica.

Non dimentichiamo un altro dettaglio: con l’eventuale avvento della Zona Franca Integrale, la Regione Sardegna dovrebbe raddoppiare l’attenzione sulla tenuta del proprio bilancio perché i 9/10 del gettito IVA generato sul territorio regionale che oggi lo Stato deve ritrasferire ai sensi dell’articolo 8 dello Statuto regionale si ridurrebbero a un magro rivoletto.
A tutti questi inconvenienti, tuttavia, si potrebbe ovviare qualora la ZFI fosse realmente in grado di fare da volano a una robusta crescita dell’economia sarda.

Ok, fin qui le mie obiezioni di principio. Tralascio quelle legate al goffo intervento di un noto personaggio pubblico in cerca di maquillage all’immagine perché trattasi di soggetto notoriamente capace di provocare danni anche quando non prende iniziative.

Resta però il fatto che no ci si può limitare a dire NO schizzinosi, a difendere l’indifendibile classe dirigente sarda che in 60 anni si è baloccata in chiacchiere e nella spartizione di feudi, prebende e fondi pubblici, ad assistere inerti all’impoverimento e alla disgregazione di un’isola lasciata senza futuro, da cui chi può emigra.
Il merito dei promotori di Zona Franca Integrale è aver rimesso al centro dell’attenzione le questioni dell’isola che si sta spopolando e dell’insufficiente attuazione di misure di fiscalità di vantaggio e dei porti franchi.
Su questi argomenti chiunque reggerà le sorti della Regione Autonoma della Sardegna dopo le prossime elezioni amministrative dovrà misurarsi e dare risposte, possibilmente con i fatti.

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domenica, luglio 07, 2013

 

Considerazioni frullate


Enrico il Temporeggiatore
Enrico letta

Non che ci si aspettasse chissà quali fuochi d’artificio, ma se il governo delle larghe intese presieduto da Enrico Letta doveva segnare in qualche modo la riscossa della politica che fa politica, beh, siamo nel pieno del peggiore mezzogiorno di vuoto che si ricordi dai tempi dei monocolore “balneari” dei primi anni ’70.

Letta & Co. prendono tempo, rimandano, posticipano scadenze mentre sembrano darsi da fare sul motore sempre più ingolfato dell’Italia in crisi, ma l’impressione è che si sia davvero alla pantomima finale prima che il sipario cali su un Paese in bancarotta, clinicamente morto.


Sardegna bella e impossibile

Se la situazione del trasporto pubblico in Italia pare avviata a una progressiva, inarrestabile involuzione, la Sardegna si trova in una condizione di strangolamento che la sta relegando sempre più ai margini del flusso turistico e che penalizza il già depresso scambio di merci da e per la Penisola.

Ferryboat
Il mondo è cambiato davvero parecchio da quando i traghetti erano il mezzo di gran lunga più popolare ed economico per spostarsi tra le due sponde del Tirreno.
Oggi forse la qualità del viaggio via mare è migliorata rispetto alle “carrette” di 30 anni fa, traboccanti di viaggiatori che bivaccavano alla meno peggio sulle poltrone dei bar e sui pavimenti di corridoi e pianerottoli, tra toilette che diventavano impraticabili e irrespirabili poche ore dopo la partenza e sistemazioni di 2a classe su cui è meglio sorvolare.
Però i prezzi per una traversata che varia dalle 11 alle 14 ore, (Genova-Olbia e Genova-Porto Torres), sono diventati roba da crociera.
Anche senza cercare i soliti picchi di alta stagione, i cari armatori che da un annetto a questa parte hanno il monopolio delle rotte sono diventati carissimi con tariffe che, comprensive di cabina e trasporto di una utilitaria, si fumano da poco meno di 500 a oltre 900 euro, peraltro con differenze tra scalo e scalo che non hanno una logica evidente.

Si dirà che si paga il lusso di trasportare la propria autovettura. Chi va in vacanza con coniuge e figli al seguito e conosce la rete viaria sarda, però, sa che sull’isola l’automobile è tutto tranne che un optional, così come lo sanno bene anche le agenzie di noleggio auto che, simpaticamente, sull’isola praticano tariffe maggiorate fino al 50% rispetto ad altre regioni d’Italia.
Tirare il collo alla gallina o spremere il limone fino all’ultima goccia non è mai stata una politica saggia, ma tanto nessuno dice niente.


Un insulto esemplare
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Lo scambio al veleno tra Sir John Montagu e l’attore Samuel Foote è una vera chicca che fa impallidire gli insulti dozzinali e le sguaiate dichiarazioni di certe assolute nullità elette al parlamento italiano.

John Montagu (1718-1792), quarto Conte di Sandwich (sì, proprio quello del panino imbottito n.d.r.) e Primo Lord dell'Ammiragliato sotto il re Giorgio III, era noto per la sua corruzione, cattiva gestione e, soprattutto, per l'inclinazione patologica al gioco d'azzardo. Il nobiluomo inglese era così dipendente dalle carte da andare da pub in pub e da club in club, a Londra, in vere e proprie maratone di gioco d'azzardo che proseguivano per giorni interi, senza interruzioni neanche per mangiare poiché il tempo trascorso lontano dal tavolo verde era, a suo parere, tempo sprecato.
Come molti appartenenti a una casta prima e dopo di lui, Montagu era tanto indulgente verso se stesso in privato quanto arci-conservatore e moralista in pubblico.
Montagu: “Mi sono chiesto spesso, Foote, quale catastrofe la spedirà prima all’altro mondo, se la sifilide o la forca”
Foote: “Milord, ciò dipenderà da una di queste due circostanze: che io abbracci la vostra amante oppure i vostri principi”

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