venerdì, giugno 19, 2026
L'armadio senza vergogna
Nella primissima mattina del 10 agosto 1944 a Milano avvenne l’eccidio di Piazzale Loreto. Su ordine del capitano Theodor Saevecke, a capo della Gestapo a Milano e in Lombardia, 15 partigiani detenuti nel carcere di San Vittore vennero fucilati in piazza da un plotone di paramilitari fascisti della “Ettore Muti”.
Accatastati come spazzatura, i cadaveri rimasero esposti sino a tarda sera, oggetto di scherno e vilipendio da parte della milizia repubblichina a guardia del piazzale.
Saevecke e l’alto comando tedesco giustificarono la fucilazione come ritorsione per un camion militare saltato in aria due giorni prima in Viale Abruzzi, applicando il bando del feldmaresciallo Kesselring, comandante supremo delle forze tedesche in Italia, che imponeva l’esecuzione di 10 italiani per ogni soldato tedesco ucciso dai partigiani. Particolare non secondario: nessuna delle vittime dell’attentato di Viale Abruzzi - attribuito ai GAP ma da questi mai rivendicato - era un militare tedesco.
Meno di un anno dopo, Piazzale Loreto avrebbe ospitato lo spettacolo altrettanto brutale e macabro dei cadaveri seminudi di Benito Mussolini e dei gerarchi che l’avevano seguito nel tentativo di fuga.
Gli scheletri nell’armadio
Perché rievocare un crimine di guerra avvenuto 82 anni fa? Perché, come ha indicato in un’interrogazione la deputata Lia Quartapelle, di recente i familiari delle vittime dell’eccidio di Piazzale Loreto si sono visti recapitare un plico contenente la richiesta di restituire le somme corrisposte dallo Stato a titolo di risarcimento.
E qui entra in scena il cosiddetto Armadio della Vergogna.
Fino alla scoperta fortuita avvenuta nel 1994 nell’ex sede del tribunale militare supremo a Roma, un comunissimo armadio sistemato in uno sgabuzzino con le ante addossate al muro aveva occultato gli atti istruttori compiuti dalla magistratura militare italiana sulle stragi nazifasciste, garantendo di fatto l’impunità ai responsabili in Germania e Italia.
Il caso di Theodor Saevecke è paradigmatico di come il diritto alla giustizia fu deliberatamentee sacrificato sull’altare dell’interesse a salvaguardare gli equilibri geopolitici venutisi a creare nell’Europa del secondo dopoguerra.
Reo confesso di esecuzioni di civili e deportazioni di ebrei al momento della cattura da parte degli angloamericani, l’ex ufficiale delle SS non aveva tardato a riciclarsi come agente al soldo della CIA e a fare carriera nella Germania Federale sino a diventare vicedirettore dei servizi di sicurezza sul finire degli anni ’50.
Il curriculum criminale di Saevecke in Polonia, Nordafrica e Italia tornò a galla allorché si inimicò la stampa tedesca con un goffo tentativo d’intimidazione. Nel 1963 la magistratura tedesca chiese la collaborazione delle autorità italiane per verificare le accuse riportate sui giornali. Dopo un palleggio di documenti e responsabilità, il nostro Paese evitò di inviare in Germania la documentazione richiesta.
I dossier usciti dall’Armadio della Vergogna consentirono finalmente di processare e condannare in contumacia Saevecke. A quel punto, però, fu la Germania a fare muro respingendo la richiesta di estradizione. Il criminale di guerra si spense quasi novantenne nel suo letto ad Amburgo.
Questione di vile pecunia?
Tornando all’attualità, la richiesta di restituzione di quanto erogato a titolo di risarcimento sembra segnare un deterioramento in un quadro giuridico già di suo complicato.
Per decenni, infatti, i familiari di vittime delle stragi e di ex deportati si erano dovuti imbarcare in interminabili cause penali e civili ottenendo non di rado sentenze a favore che, però, restavano senza effetto a causa della totale indisponibilità della Germania a farsi carico dei risarcimenti.
Nel 2022, allo scopo di evitare ulteriori frizioni diplomatiche con la Germania, il governo Draghi approvò un DL con cui si stanziava un fondo apposito per i risarcimenti. In questo modo lo Stato italiano si sostituiva a quello tedesco come controparte nelle cause pendenti.
Tuttavia prima la strenua opposizione dell’Avvocatura dello Stato in sede processuale e, in seconda battuta, i ritardi biblici del Ministero dell’Economia nel liquidare i risarcimenti anche a fronte di sentenze passate in giudicato hanno mandato in tilt il sistema. Ora parrebbe addirittura che lo Stato sia passato a fare recupero crediti agendo come se il titolo a beneficiare dei risarcimenti sia stato revocato o si sia estinto.
Al di là dell’importo richiesto indietro, che va da poche migliaia a oltre 200.000 euro, ciò che amareggia e offende è il ceffone assestato alla memoria di persone coraggiose che sacrificarono le loro vite per la liberazione del Paese, ma ancor più insopportabile è lo sberleffo che sembra provenire da quell’armadio che per 40 anni ha reso indisponibile il faldone sull’eccidio di Piazzale Loreto, impedendo ai familiari delle vittime di ottenere in tempi ragionevoli l’allineamento della verità giudiziale a quella storica.
Etichette: Lia Quartapelle, nazifascismo, risarcimenti, stragi, The Smoking Pipe
venerdì, gennaio 30, 2026
Giulio Regeni: giustizia un corno!
Sono trascorsi 10 anni dal ritrovamento del cadavere denudato e sfigurato dalle torture di Giulio Regeni alla periferia del Cairo e la piaga di questo delitto è ancora qui a suppurare.
Nei giorni scorsi un ministro della repubblica si è spinto a lodare la “professionalità” e la “fondamentale collaborazione” dei servizi di sicurezza egiziani a margine di un bilaterale sulla gestione dei flussi migratori; gli stessi apparati che da 10 anni irridono e boicottano sistematicamente gli sforzi della magistratura italiana.
D’altronde, in un decennio governi di ogni colore ci hanno fatto capire in tutte le salse che smuovere la polvere non conviene, che è meglio adeguarsi alla saggezza del manzoniano Conte Zio: "Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire…” e che il diritto - internazionale o nazionale - “vale fino a un certo punto”.
Archiviare la morte di Giulio Regeni come un deprecabile incidente di percorso sarebbe, perciò, un prezzo tutto sommato accettabile da pagare sull’altare della stabilità nello scacchiere mediterraneo e a protezione di commesse militari e contratti strategici per lo sfruttamento di risorse energetiche.
Chi, testardamente, non si allinea alla ragion di Stato e continua a mettersi di traverso a questa china - per inciso la stessa imboccata a suo tempo per l’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin - chiedendo giustizia viene trattato con ipocrita condiscendenza mista a malcelato astio e fastidio.
I due commenti social nello screenshot testimoniano come, a 10 anni di distanza, si continui a rovesciare la responsabilità del crimine sulla vittima, giovane ricercatore sprovveduto e “comunistello” andato in casa altrui a ficcare il naso nel cesto della biancheria sporca.
Avesse avuto meno pretese, se non si fosse fatto abbagliare e ingolosire dal prestigio accademico e dalle risorse finanziarie di un ateneo britannico a quest'ora Giulio Regeni non sarebbe uno spettro che si cerca in ogni modo di esorcizzare e silenziare, eh, su santu de aubi!!
Etichette: Egitto, Giustizia, Italia, Regeni, The Smoking Pipe
martedì, luglio 08, 2025
In cerca dei bimbi perduti di Tuam
Quando, una decina di anni fa, esplose il macabro bubbone del Bon Secours Mother and Baby Home di Tuam, cittadina dell’Irlanda centro-occidentale, fu subito chiaro che si trattava di una delle pagine più oscure e infamanti nella storia della Chiesa Cattolica, in Irlanda e non solo.
Sotto l’erba di un prato attiguo all’ex istituto per madri nubili gestito dal 1925 al 1961 delle Suore del Buon Soccorso emersero tracce consistenti dell’esistenza di una fossa comune che conteneva i resti di poco meno di 800 bambini di età compresa da pochi mesi ai tre anni.
Il sospetto atroce era che l’elevato tasso di mortalità infantile fosse dovuto a malnutrizione e malattie e che ciò spiegasse la pratica di occultare i cadaveri nell’area occupata dalla fossa settica.
Bere o affogare
La notizia riaprì ferite dolorose. Vennero a galla testimonianze sulle miserevoli condizioni di vita e di sfruttamento vissute dalle ospiti a Tuam e in altri centri consimili gestiti in Irlanda da congregazioni religiose femminili. Donne su cui gravava lo stigma di essere rimaste incinte fuori dal matrimonio e “frutti della colpa” a cui era riservato un trattamento altrettanto severo.
Secondo una stima del 2021 - non so quanto accurata - nel mezzo secolo di attività degli istituti per madri nubili si sarebbero perse le tracce di circa 9.000 bambini, facendo ipotizzare che oltre ai decessi vi fosse anche un traffico di minori.
D’altra parte per giovani donne povere e poco istruite, allontanate dalle loro famiglie e ostracizzate dalle comunità di origine, non esistevano alternative al bussare alla porta delle strutture emanazione della Chiesa Cattolica. Di fatto, accettare di espiare il peccato carnale in un regime di semi-reclusione e di lavoro non retribuito costituiva una sia pur minima chance di salvezza per loro e per i bambini: bere o affogare.
Voci dal silenzio
A riportare d’attualità lo scandalo di Tuam è stata la decisione di avviare a breve gli scavi nell’area dell’ex Bon Secours Mother and Baby Home, demolito negli anni ’70 per far posto a un complesso residenziale, ed esumare i resti scheletrici.
Medici forensi e genetisti da vari Paesi si sono offerti di collaborare al difficile compito di esaminare le ossa per estrarne quante più informazioni possibili.
Il responsabile delle operazioni non ha nascosto la complessità del compito assunto, che assorbirà non meno di due anni di lavoro. C’è da tener conto, infatti, che alcuni resti infantili siano mescolati sottoterra, la difficoltà nel distinguere i resti maschili da quelli femminili in soggetti così giovani, l’incognita della conservazione del DNA e la mancanza di dati d'archivio.
Per i bambini perduti di Tuam, che non si sono visti riconoscere dignità né da vivi né da morti, si apre forse una piccola possibilità di essere finalmente ritrovati e ascoltati.
Etichette: ChiesaCattolica, Irlanda, nuns, The Smoking Pipe, Tuam
martedì, luglio 01, 2025
La vittoria del bullismo negoziale trumpiano
Il ministro delle finanze Giorgetti ha definito l'accordo raggiunto in sede OCSE sull'esenzione delle big tech statunitensi dalla Global Minimum Tax come “un compromesso onorevole” che protegge le imprese italiane dalle ritorsioni automatiche originariamente contenute dalla Clausola 899 del Big Beautiful Bill, la manovra economica dell'amministrazione Trump in via di approvazione al Senato USA.
Benché la mia opinione conti come il proverbiale due di coppe quando la briscola è bastoni, a mio avviso l’accordo segna una vittoria per il bullismo trumpiano e una cocente capitolazione davanti a una estorsione per gli altri Paesi OCSE.
Bandiera bianca
Da una parte è comprensibile che si sia preferito cedere alle pretese di Trump per non rendere ancora più complicata e incandescente la negoziazione in corso sui dazi che gli USA intendono applicare sulle merci e servizi importati negli Stati Uniti. Dall’altra, tuttavia, si legittima una devianza creando un precedente pericoloso.
Per capirci, la riunione dell’OCSE aveva tra i principali punti in discussione un argomento spinoso: l’approvazione definitiva della Global Minimum Tax, normativa che prevede un livello base di imposizione per le imprese multinazionali o nazionali che abbiano ottenuto ricavi superiori a 750 milioni di Euro in almeno 2 dei 4 esercizi precedenti.
La normativa è concepita per porre un freno all’erosione fiscale e al trasferimento di utili attraverso l’imputazione a soggetto adempiente di una sede legale o di una filiale situata in Paesi con fiscalità di vantaggio.
Minacciando come suo solito ritorsioni immediate e agitando lo spauracchio della Clausola 899 - poi ritirata dal Dipartimento al Tesoro - Trump ha portato a casa l’esenzione delle multinazionali USA, fissando così un privilegio apertamente antitetico alla ratio delle norme in discussione.
L’arma dei dazi ritorsivi
È istruttivo esaminare il meccanismo della Clausola 899 citata da Giorgetti, così come le ragioni che hanno portato al suo ritiro e che, all’inverso, potrebbero favorire la sua riproposizione strumentale in futuro.
La Clausola 899 avrebbe conferito al Dipartimento al Tesoro USA il potere discrezionale, basato su valutazioni politiche più che economico-finanziarie, di far scattare anno per anno dazi ritorsivi contro i governi che che, a suo giudizio, avessero vessato e trattato ingiustamente le aziende statunitensi.
Attenzione però: la clausola non sarebbe andata a colpire i governi “cattivi”, prendendo invece di mira persone e aziende con legami con "Paesi stranieri discriminatori”.
Tra le potenziali vittime delle ritorsioni, infatti, sarebbero rientrate persone fisiche straniere, società la cui maggioranza azionaria non fosse detenuta da cittadini statunitensi, fondazioni e trust privati; in sostanza, qualsiasi società o struttura estera proveniente dalle giurisdizioni messe di volta in volta nel mirino.
L’obiettivo era chiaro: causare danni economici consistenti alle aziende e agli investitori esteri.
Il meccanismo principale era un aumento annuale del 5% delle aliquote fiscali sul reddito statunitense da dividendi e royalties, plusvalenze e vendite immobiliari delle "persone applicabili”. Le eccezioni contemplate erano pochissime: la Clausola, infatti, avrebbe annullato anche la Sezione 892, che esenta dalla tassazione i fondi sovrani.
A condurre al ritiro della Clausola 899 dalla manovra finanziaria sono state le reazioni allarmate di grandi investitori e analisti finanziari. L’opacità dei criteri per far scattare automaticamente i dazi ritorsivi e, soprattutto, la loro imprevedibilità avrebbero potuto generare insicurezza, scatenando un effetto boomerang sugli investimenti esteri negli USA, vitali per un’economia su cui pesano oltre 3.000 miliardi di debito pubblico da rifinanziare.
In conclusione, la Clausola 899 era un’arma di pressione difettosa, ma nella logica del bullismo negoziale seguita da Donald Trump questo aspetto era del tutto secondario rispetto al suo potenziale come leva intimidatoria. Perciò nessuno può escludere che - “buona la prima” - gli Stati Uniti si serviranno ancora in futuro di simili stratagemmi a danno dei suoi partner commerciali.
Etichette: dazi, economia, Foreign Office, The Smoking Pipe, Trump
giovedì, aprile 24, 2025
Considerazioni sul 25 aprile "sobrio"
Buon 25 aprile, 80mo dalla Liberazione, da festeggiare con quella “sobrietà” che - a parer mio - è un solenne scartavetramento della vescica nonché il parto di un’ipocrisia elevata al cubo.
- Buon 25 aprile “sobrio” alle autorità che si sono viste servire su un piatto d’argento la scusa per disertare o annullare impegni ed eventi graditi quanto una nevralgia al trigemino;
- Buon 25 aprile “sobrio” a quanti, anche quest’anno, si recheranno al Campo 10 del cimitero milanese di Musocco per commemorare tra lo sventolio di sobrie bandiere tricolori con l’aquila e il fascio littorio e l’altrettanto sobria “chiamata del presente” militari e civili che persero la vita avendo scelto di parteggiare per Mussolini e la sua repubblica-fantoccio asservita ai nazisti;
- Buon 25 aprile “sobrio” a quanti non rinunceranno a reclamare l’esclusiva sulla moralità delle piazze decidendo chi ammettere e chi cacciare dai cortei;
- Buon 25 aprile “sobrio” agli immancabili antagonisti di qualcuno o qualcosa;
- Buon 25 aprile “sobrio” a quelli che, per opposte ragioni, ritengono che non ci sia nulla da festeggiare o per cui valga la pena di sollevare le terga dal divano;
- Buon 25 aprile, di cuore, alla democrazia e alla Costituzione repubblicana: due lasciti della Liberazione di cui siamo beneficiari alquanto indegni.
Etichette: 25 aprile, Liberazione, sobrietà, The Smoking Pipe
mercoledì, marzo 26, 2025
This is not America
Prendiamo atto che sull’altra sponda dell’Atlantico è salita al potere gente a corto d'esperienza e di buone maniere; gente che non fa mistero di guardare all'Europa come a un consesso di bottegai avidi, rammolliti e pusillanimi cui va insegnato chi comanda e qual è il loro posto a tavola.
C’è un vicepresidente di belle speranze che nella sconsiderata chat di gruppo su Signal non si trattiene dal vomitare il suo disprezzo verso noi europei e la stizza perché i nostri commerci potrebbero beneficiare delle operazioni belliche decise unilatralmente dallo Zio Sam.
C’è un presidente che, non potendo negare oltre l’esistenza di una falla nella sicurezza nazionale causata dai dilettanti che ha nominato al governo, rincara la dose definendoci parassiti.
C’è, infine, l’incontinente deputata ultra-MAGA che, in conferenza stampa, zittisce una giornalista britannica di Sky News dicendole a muso duro: ”Non ce ne frega un ca**o della tua opinione. Tornatene al tuo paese che ha un enorme problema con l’immigrazione”
Prendiamo atto anche che da noi è in corso una gara tra esponenti del governo a chi si aggiudica l'ambito ruolo di scendiletto preferito delle deliziose personcine di cui sopra.
Etichette: Foreign Office, The Smoking Pipe, USA
giovedì, febbraio 20, 2025
Via Gialeto e le carte false
Nel mio paese d’origine, come in altri comuni della Sardegna, c’è una via intitolata a Gialeto. In tanti anni non mi sono mai domandato chi o cosa fosse Gialeto: se uomo illustre o località meritevole d’essere ricordata nella toponomastica. Mai avrei immaginato, però, che una strada potesse essere dedicata a un personaggio inventato.
Già, perché Gialeto, condottiero sardo che sul finire del VII secolo d.C avrebbe cacciato i Bizantini dall’Isola diventando il primo Giudice-sovrano di Cagliari nonché l’artefice anche degli altri tre Giudicati della Sardegna medioevale, è esistito solo nella fantasia del frate francescano Cosimo Manca e dei complici che l’aiutarono a fabbricare, a metà Ottocento, il falso storico delle cosiddette Carte di Arborea.
Nascita di una contraffazione
La vicenda ha inizio nel 1845, quando il frate minore pattadese Cosimo Manca fa visita al caglaritano Pietro Martini, autorevole storico, politico e direttore della biblioteca universitaria di Cagliari, porgendogli un documento su pergamena scritto in una grafia antica e scolorita dal tempo al punto di risultare pressoché illeggibile.
Martini sobbalza: quel documento ha tutta l’aria di essere autentico, risalire al XIV secolo e provenire dalla cancelleria del Giudicato di Arborea durante la reggenza della giudicessa Eleonora Bas-Serra, la leggendaria eroina della resistenza all’invasione aragonese della Sardegna.
Martini, tuttavia, prende tempo: vuole che il documento sia studiato in modo scientifico. Cerca perciò il conforto del parere di altri eruditi isolani tra cui spicca Ignazio Pillito, scrivano e specialista in paleografia che lavora presso l’Archivio Comunale di Cagliari. Solo a posteriori si scoprirà che l’archivista era il braccio della macchinazione, ovvero colui che si occupava di realizzare le pergamene.
Nel giro di circa un decennio, al primo documento se ne aggiungono altri, andando a formare un corpus che spazia su vari argomenti: cronache, atti giuridici, poemi, sonetti e panegirici scritti in latino, volgare italiano e sardo medievale che Pillito, ovviamente, non ha problemi a decifrare e trascrivere.
Un miraggio troppo bello per essere vero
Nel clima romantico e nazionalista di metà Ottocento la scoperta di quell'incredibile tesoro è un’autentica bomba per vari motivi:
- va a colmare il vuoto di documentazione storiografica sulle origini e i primi secoli dei Giudicati di Cagliari, Arborea, Torres e Gallura;
- presenta le corti giudicali - in particolare quella arborense di Oristano - come centri d’irradiazione di una vivace cultura romanza autoctona, aperta al dialogo con quelle che si vanno affermando in Provenza e in Italia, addirittura in anticipo sulla Sicilia normanna e sveva nella produzione di letteratura e poesia in volgare;
- rafforza il mito di una costante, ostinata resistenza culturale dei sardi alla egemonia dei dominatori.
Le Carte di Arborea trovano il sostegno di personaggi di spicco nel regno sabaudo come Carlo Baudi di Vesme e Alberto La Marmora, che provvedono a farne pervenire copia all’Accademia delle Scienze di Torino.
Baudi di Vesme fa di più: riesce a strappare a Theodor Mommsen, storico e massima autorità mondiale in materia di filologia ed epigrafia, la promessa di analizzare le pergamene. Il responso del luminare tedesco arriva ai primi del 1870 ed è lapidario: le Carte di Arborea sono un falso.
Conseguenze
Il verdetto gela il mondo accademico isolano e piemontese che, tuttavia, accetta la sentenza senza protestare, consapevole di essere cascato con tutte le scarpe in una figuraccia di dimensioni colossali.
Mommsen mantiene il riserbo sui falsi di Arborea fino all’ottobre 1877 quando, ospite di un convegno a Cagliari, semina l’imbarazzo tra i presenti rievocando la vicenda. In più, lo storico conclude il suo intervento sostenendo in modo assai poco prudente che anche la giudicessa Eleonora d’Arborea non era altro che una leggenda.
Mal gliene incorse: un gruppo di sconosciuti lo affrontò mentre si dirigeva all’imbarco del piroscafo per fare ritorno in Germania e gli sottrasse taccuini e carteggi, facendoli a pezzi in quanto “non era degno di maneggiare argomenti che non conosceva”.
Etichette: Gialeto, Sardegna, Storia, The Smoking Pipe
lunedì, gennaio 06, 2025
Quando non è suonata la tua ora
Durante le festività natalizie mi sono concesso qualche ora più del solito spaparanzato davanti alla TV. Il caso ha voluto che guardassi il film Odnà” (“L’unica”) del regista russo Dmitrij Suvorov e la prima stagione della serie TV canadese “Departure”.
Le due produzioni hanno in comune sia l’anno di uscita (2020) sia una trama che si sviluppa intorno a un disastro aereo cui sopravvive, miracolosamente, una sola persona.
Però mentre la sceneggiatura del serie TV è di fantasia, il film è tratto da una storia vera: quella di una ventenne unica superstite della collisione in volo tra un aereo di linea e un bombardiere sovietico avvenuta il 24 agosto 1981.
Nessun intento allarmistico. Gli incidenti sono eventi drammatici e scioccanti, ma rappresentano pur sempre una percentuale irrisoria rispetto al volume del traffico aereo civile; ancora meno sono quelli che provocano la morte di tutte le persone a bordo eccetto una. Tuttavia, se fate un salto su questa pagina web troverete una lista (in inglese) di 30 sciagure aeree avvenute tra il 1970 e il 2010 che hanno esattamente queste singolari caratteristiche.
Tra tutte, mi ha colpito particolarmente il disastro cui scamparono per un soffio il regista tedesco Werner Herzog e il suo attore-feticcio: l’eccentrico (eufemismo) e collerico Klaus Kinski.
Un colpo di sfortuna provvidenziale
Lima,venerdì 24 dicembre 1971. Il ventinovenne Herzog si trova nella capitale peruviana in attesa di imbarcarsi su un aereo di linea che lo porti, insieme alla troupe, le attrezzature e il cast, alla cittadina di Pucallpa, da dove si trasferiranno nella foresta amazzonica per girare il film “Aguirre, furore di Dio”.L’umore nel gruppo non è dei migliori: le riprese hanno già accumulato un giorno di ritardo per via della cancellazione dei voli causa maltempo. Non resta che affidarsi all’unico collegamento per Pucallpa programmato alla vigilia di Natale: il Volo 508 operato dalla compagnia aerea peruviana LANSA.
Solo che, giunti all’aeroporto internazionale di Lima, Herzog e compagni scoprono che i posti rimasti liberi sull’aeromobile - un quadrimotore turboelica Lockheed L-188A Electra - non bastano per tutti. Herzog e i produttori si vedono costretti, perciò, a posticipare ulteriormente la lavorazione del film. Ciò che il giovane regista al colmo della frustrazione ignora è che quel colpo di sfortuna gli sta salvando la vita.
40 minuti dopo il decollo, infatti, sulla rotta del Volo 508 si para l’ostacolo di un’estesa cellula temporalesca con forti turbolenze e fulmini. Tuttavia, forse per non rovinare il Natale ai passeggeri, i piloti decidono di proseguire verso Pucallpa.
20 minuti più tardi un fulmine colpisce l’ala destra causando un incendio. Lesionata dalle fiamme, l’ala destra si spezza, seguita a ruota da un troncone dell’ala sinistra. Ingovernabile e in balia della tempesta, l’aereo si disgrega e precipita. Lo schianto al suolo non lascia scampo ai 6 membri dell’equipaggio e a 91 dei 92 passeggeri.
Contro ogni probabilità, alla caduta da oltre 3.000 metri sopravvive la diciassettenne Juliane Koepcke, in viaggio con la madre. Malgrado fratture e lussazioni, una profonda ferita al braccio e una commozione cerebrale, Juliane trova la forza di trascinarsi per 10 giorni nella foresta pluviale sino a raggiungere un capanno di pescatori, dove viene trovata e soccorsa.
La scia del disastro
L’inchiesta sull’incidente da parte delle autorità peruviane evidenziò le responsabilità dei piloti per non aver invertito la rotta benché consapevoli del rischio per l’aeromobile e per l’incolumità dei passeggeri, ma anche la grave negligenza della compagnia aerea sul piano della manutenzione e della sicurezza dei suoi aeromobili. Dall’esame dei rottami, infatti, emerse che l’aereo non aveva conservato quasi nulla dell’Electra uscito 11 anni prima dallo stabilimento Lockheed, con la quasi totalità delle parti sostituita da pezzi recuperati da L-188 dismessi.
Come se non bastasse, LANSA era “recidiva”. Meno di un anno prima, un altro L-188A della sua flotta era precipitato mentre tentava un atterraggio di emergenza all’aeroporto di Cuczo avendo riscontrato il malfunzionamento di uno dei motori subito dopo il decollo.
Anche in quell’occasione il bilancio era stato pesantissimo: insieme all’intero equipaggio e a 91 passeggeri, nell’incidente avevano trovato la morte due sfortunati contadini.
Al termine delle indagini, LANSA era stata sanzionata con la sospensione per 90 giorni della licenza a operare. Il disastro del Volo 508 portò le autorità a revocare definitivamente la licenza a LANSA, che dichiarò fallimento.
Non ci furono invece conseguenze per la Lockheed. D’altra parte, il costruttore statunitense aveva già pagato caro i gravi incidenti che avevano stroncato sul nascere il successo commerciale del L-188 Electra. A dispetto della cattiva fama, però, l’Electra ha avuto una vita operativa lunghissima nell’allestimento cargo.
Werner Herzog, infine, rimase profondamente colpito dalla tragedia che lo aveva sfiorato e dalle circostanze del salvataggio di Juliane Koepcke, tanto da tornare sull’argomento nel 1998 con il documentario “Le ali della speranza”.
Etichette: disastri, Herzog, Kinski, Lockheed, Peru, The Smoking Pipe
sabato, novembre 23, 2024
Ricordi cagliaritani
Una delle cose che meno apprezzo di Facebook è il refresh della timeline mentre sto leggendo un post e, magari, sto valutando se commentare. Salvo che non conosca o abbia memorizzato l’account, quel post scompare e buonanotte al secchio.
È successo anche per un post dedicato a una delle vestigia più inosservate - o meno valorizzate - della Cagliari medievale: la Torre dello Sperone, nota anche come Torre degli Alberti, di San Michele o di Portuscalas, nel quartiere storico di Stampace.
Eppure si tratta della più antica tra le quattro torri superstiti delle mura erette alla Repubblica di Pisa nei 109 anni (1215-1324) di sua presenza e domino su Cagliari; anni decisivi nel modellare l’impianto della città moderna.
Per questo motivo mi è saltato il ghiribizzo di scrivere un "appunto cagliaritano".
Un passo a ritroso nel tempo
La Karales romana e bizantina, composta da più agglomerati urbani in riva al mare e nell’immediato entroterra, si spopola a partire di primi del VIII secolo d.C.. La città, infatti, discontinua e sprovvista di mura è un bersaglio inerme per le incursioni delle flotte che partono dal Nord Africa islamizzato per razziare e catturare schiavi.
L’Impero Romano d’Oriente, di cui la Sardegna è formalmente provincia, non è in grado di prestare soccorsi, troppo impegnato com’è a difendere quel che resta dei suoi domini in Italia e a lottare per la sua stessa sopravvivenza, con Costantinopoli per due volte stretta d’assedio dagli Arabi. Inutile aspettarsi aiuto anche da Longobardi e Franchi, non attrezzati per affrontare una guerra navale.
Così gran parte della popolazione di Karales e le massime autorità cittadine si trasferiscono in cerca di riparo sulle sponde della vasta laguna di Santa Gilla. Quell’insediamento è la culla da cui emerge un abbozzo di regno autoctono, con l’arconte bizantino che si trasforma prendendo il titolo di Giudice e assumendo le prerogative di un sovrano, sia pure con una carica in parte elettiva.
Sant’Igia è la capitale e la residenza elettiva del Giudice di Cagliari, della cancelleria e dell’arcivescovo, sebbene fino alla seconda metà del XI secolo la corte giudicale rimanga itinerante per non dare riferimenti alle scorrerie saracene.
Le ingerenze pisane e la fine del giudicato
Riconnessi alla sfera culturale ed economica dell’Italia e dell’Europa alto medievale dopo l’intervento congiunto di Pisa e Genova, alleate per sventare la minaccia rappresentata dalle basi stabilite in Sardegna dall’emiro maiorchino Mujāhid ibn ʿAbd Allāh (italianizzato in Mugetto o Museto), i quattro giudicati sardi sono troppo fragili per non dipendere dalla protezione non disinteressata delle repubbliche di Pisa e Genova e del papato, destinandosi a fare la fine delle pedine sacrificabili nei giochi di potere dell’epoca.
In particolare Pisa, in competizione con Genova per la supremazia nel Mediterraneo occidentale, non tarda a prendere di fatto il controllo sui commerci e sulla politica dei giudicati sfruttandone le rivalità e le successioni dinastiche complicate dagli intrecci di parentela tra le quattro casate regnanti.
Si arriva al 1215, anno in cui il nobile pisano Lamberto Visconti, giudice consorte di Gallura, attacca il Giudicato di Cagliari, prende in ostaggio la giudicessa Benedetta e il marito ed estorce loro la concessione del colle disabitato che era stato l’acropoli di Karales per edificarvi una cittadella fortificata, Castel di Castro, ad uso esclusivo dei Pisani: viene così posta la prima pietra del quartiere Castello e della Cagliari moderna.
Troppo tardi gli ultimi due giudici di Cagliari tentano di sottrarsi alle ingerenze pisane stipulando accordi con Genova e cacciando i pisani dalla rocca cagliaritana. La reazione di Pisa è un’armata di terra e navale rafforzata da truppe degli altri tre giudicati. Sant’Igia viene cinta d’assedio nel 1257. La squadra navale inviata da Genova tarda ad arrivare e la capitale giudicale capitola nel luglio 1258, venendo rasa al suolo dai vincitori.
La Torre dello Sperone
Come recita l’epigrafe murata, la costruzione della Torre dello Sperone viene ultimata nel mese di marzo del 1293 durante il mandato di un esponente della casata degli Alberti, Conti di Prato, come capitano del popolo di Castel di Castro.
La Cagliari pisana sta vivendo una fase di relativa tranquillità ed espansione malgrado nel 1287 la potenza marittima di Pisa abbia subito un durissimo colpo con la sconftta nelle acque della Meloria. Ai piedi della rocca, destinata a sede delle istituzioni e alle residenze dei patrizi pisani, stanno crescendo i tre quartieri di Stampace, Marina (Lapola) e Villanova che ospitano rispettivamente attività artigianali e commerciali, i magazzini e le dimore dei lavoratori portuali e i contadini.
Le autorità pisane decidono di munire i sobborghi di mura, torri e bastioni a protezione sia dalle incursioni saracene sia, soprattutto, da possibili colpi di mano dei genovesi.
Il sistema di fortificazioni creato dai pisani sarà rivisto, rafforzato e ampliato dagli spagnoli nel XVI secolo su progetto dell’architetto castrense Rocco Cappellino. La Torre dello Sperone, tuttavia, è tra le opere che si salvano, divenendo una delle porte che collegano “Stampace alto” e “Stampace basso”, ossia l’estensione extra muros del quartiere che digrada verso il mare.
La torre si salva anche dalla demolizione delle mura di Stampace, Marina e Villanova decisa ai primi dell’Ottocento, allorché Cagliari perde la qualifica di piazzaforte militare ed è libera di ridisegnare il proprio assetto urbanistico.
Negli anni trascorsi a Cagliari sono passato infinte volte a fianco della torre, finendo per non fare più caso alla sua presenza, ingabbiata com'è tra altri palazzi, l'ospedale militare e quel goiellino che è la chiesa barocca di San Michele. Mi sono chiesto più volte se il segreto della sua longevità non stia proprio nel non rubare l'occhio, nell'arte sottile di mimetizzarsi nel paesaggio.
Etichette: Cagliari, Ricordi, The Smoking Pipe
martedì, ottobre 15, 2024
Chi vuole rottamare l'ONU?
All’atto di fondare l’ONU all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale si sarebbe potuto e dovuto fare tesoro dei limiti e dei compromessi che avevano sancito il fallimento della Società delle Nazioni nel suo compito più delicato ed eminentemente politico: risolvere per via diplomatica i conflitti tra gli Stati membri e, come extrema ratio, intervenire sul campo per imporre il cessate il fuoco per motivi umanitari e avviare un processo di pacificazione.
Le scelte fatte allora dalle potenze egemoni ci hanno consegnato l’ONU che conosciamo: pletorica, decorativa, di fatto ininfluente dal punto di vista della deterrenza, condannandola a collezionare negli ultimi 40 anni disastrose debacle tra cui Beirut (1983), "Restore Hope" in Somalia (1992/1993) e, soprattutto, l’onta incancellabile di Srebrenica (1995).
Perciò trovo quasi grottesche le proteste delle cancellerie occidentali per la violazione del diritto internazionale compiuta da Israele attaccando le postazioni UNIFIL nel Sud del Libano e intimando al contingente multinazionale di levarsi dalle scatole.
Altrettanto grottesca è la malafede di certi supporter puri-e-duri di Israele che sembrano avere appena scoperto l’acqua calda, ossia che la presenza dei Caschi Blu non ha raggiunto l’obiettivo di disarmare le milizie paramilitari e assistere le forze armate libanesi nel riprendere il controllo del confine meridionale.
Mi domando dove fossero i difensori del diritto internazionale e del bon ton diplomatico quando il governo e l’ambasciatore di Israele screditavano l'ONU e bullizzavano verbalmente il Segretario Generale dell’Organizzazione, l’ex premier portoghese Antonio Guterres, “colpevole” di criticare il governo Netanyahu per il numero spaventoso di morti e feriti tra i civili e per l'incombente catastrofe umanitaria nella Striscia di Gaza, tanto da arrivare a dichiararlo persona non grata.
Da parte loro, i difensori senza se e senza ma della causa israeliana fingono di ignorare che l’efficacia dei Caschi Blu è sempre stata condizionata per numero, armamenti e regole d’ingaggio dall’imperativo di mantenersi equidistanti dalle parti in conflitto.
Inoltre, gli hardliner pro-Israele dimenticano volutamente che le distruzioni provocate dalle precedenti e fallimentari invasioni israeliane del Libano hanno contribuito al definitivo collasso economico e istituzionale del Paese dei Cedri da cui Hezbollah e Amal, il suo braccio politico, hanno guadagnato ulteriore potere potendo contare sul costante flusso finanziario e di armi dall’Iran.
In ultima analisi, nessuno intende assumersi le proprie responsabilità o corresponsabilità storiche. È più comodo invertire l’ordine tra cause ed effetti mentre i poveri cristi continuano a crepare o sono costretti a ingrossare le fila dei profughi.
Etichette: Hezbollah, Israele, Libano, ONU, The Smoking Pipe, UNIFIL
sabato, settembre 21, 2024
Stanno lavorando per noi...
Openpolis “dà i numeri” sulla produttività del Parlamento. A due anni dall’inizio della legislatura risultano depositati 2900 disegni di legge, di cui solo 144 (5%) hanno avuto l'onore di approdare alla discussione in aula.
2143 DDL sono fermi al palo in attesa di essere assegnati alle commissioni parlamentari o sepolti in coda alla lista dei lavori di queste ultime. È significativo che il 95% dei DDL parcheggiati sia costituito da proposte di iniziativa parlamentare, tanto più che queste ultime vantano un tasso di conversione in legge a dir poco deprimente: appena l’1,3% contro il 59% dei decreti presentati dal Governo.
Nel calderone dei DDL incagliati o destinati all’insabbiamento si trova un po’ di tutto: da normative su tematiche “sensibili” quali cittadinanza, fine vita, disabilità e diritti dei lavoratori ad argomenti più “eccentrici” come l’istituzione dell’albo dei sindaci emeriti o il divieto di declinare al femminile le cariche istituzionali.
In svariati casi sembra del tutto evidente che gli onorevoli sappiano in partenza che i loro disegni di legge finiranno su un binario morto. Il gioco vale comunque la candela se serve a intestarsi una causa, garantirsi scampoli di visibilità alla “vedo gente, faccio cose” od onorare simbolicamente una promessa elettorale di partito.
In definitiva le camere non saranno aule sorde e grigie e neppure bivacchi di manipoli (non ancora almeno), ma sono sempre più l’appendice notarile dell’agenda del Governo.
D’altra parte abbamo scelto noi, votando o astenendoci, chi dovesse rappresentarci e vogliamo pure fare gli schizzinosi?!?
Etichette: DDL, openpolis, parlamento, The Smoking Pipe
giovedì, agosto 08, 2024
la guerra ibrida ai lettori
Due notizie diverse per rilevanza lette in questi ultimi giorni mi hanno indotto a riflettere su una realtà di cui si sente parlare spesso ma che, a torto, siamo portati a sottovalutare nell’illusione che sia una minaccia che non ci riguarda da vicino: la guerra ibrida.
Il concetto di guerra ibrida è semplice. Le guerre oggi si combattono non solo sui campi di battaglia ma anche e sempre più immettendo nel circuito della comunicazione un costante flusso di disinformazione. Lo scopo è quello di condizionare, distorcere ed estremizzare il dibattito pubblico nelle nazioni-bersaglio per destabilizzarle screditando istituzioni, partiti o singoli esponenti politici, oltreché per portare acqua al proprio mulino rappresentando i nemici come mostri capaci di qualsiasi efferatezza.
E’ un gioco di manipolazione su scala globale che sfrutta la collaborazione locale di agguerrite fazioni sule piattaforme di social media, ma soprattutto la sempre maggiore permeabilità dei media “mainstream” alle notizie non verificate.
Dopo questa premessa andiamo ai fatti.
I presunti complici nell'UNRWA
Verso la fine del 2023, al culmine di feroci polemiche tra il governo israeliano e i vertici dell’ONU per gli spaventosi costi umani della campagna militare nella Striscia di Gaza, Israele diffuse la notizia che a Gaza almeno il 10% dei dipendenti dell’UNRWA, l’Agenzia ONU che si occupa di assistenza ai rifugiati palestinesi, avesse rapporti con fazioni armate islamiste e fosse implicato nell’assalto e nei massacri di civili israeliani del 7 ottobre scorso.
Le accuse israeliane furono riportate dall’autorevole Wall Street Journal e lo scandalo conseguente portò diversi governi occidentali - tra cui quello italiano - a sospendere gli stanziamenti destinati all’UNRWA.
A distanza di mesi e al termine di un’inchiesta interna, l’ONU ha annunciato il licenziamento di 9 dipendenti dell’UNRWA a Gaza perché POTREBBERO essere coinvolti nei fatti del 7 ottobre. In merito, un portavoce ONU ha affermato: “Abbiamo raccolto informazioni sufficienti per assumere le decisioni che abbiamo preso”.
Tutto lascia pensare che l’ONU abbia raccolto solo indizi a carico dei dipendenti ma che, per scelta politica, abbia deciso di procedere ugualmente al licenziamento.
A non uscire benissimo da questa vicenda non è solo il diritto internazionale del lavoro, ma anche il giornalismo. In oltre sette mesi di verifiche, infatti, il Wall Street Journal non è riuscito a raccogliere prove sostanziali che suffraghino le accuse mosse all’UNRWA.
A scanso di sterili polemiche, la gestione dell’assistenza ai rifugiati palestinesi da parte dell’UNRWA è tutto fuorché al di sopra di ogni sospetto. Da decenni l’UNRWA è accusata, non solo da Israele, di essere un carrozzone costoso, inefficiente e soggetto a estesi fenomeni di corruzione e malversazione che, però, sono ben altra cosa rispetto alla complicità in azioni terroristiche.
ONG terroriste per forza
La seconda notizia, datata e passata inosservata ai più, ha visto coinvolto il più diffuso quotidiano italiano: Il Corriere della Sera.
I legali del quotidiano milanese, infatti, hanno scelto di chiudere in via stragiudiziale una causa per diffamazione con la pubblicazione di un articolo di rettifica e risarcendo con circa 15.000 € la ONG palestinese Al-Haq e il suo Direttore Generale Shawan Jabarin.
Chi frequenta il mondo dell’editoria sa che nel nostro Paese le querele per diffamazione a giornalisti e direttori responsabili sono quasi più frequenti e puntuali dei treni, per cui l'accordo transattivo del Corrierone potrebbe essere ridimensionato a banale “incidente di percorso”.
E allora?!? Allora per capire perché riporto la notizia devo chiedere al lettore di pazientare mentre spiego il contesto.
Nell’ottobre 2021 il governo israeliano, con un atto squisitamente politico, inserisce 6 ONG palestinesi impegnate nella difesa dei diritti civili nella lista nera delle organizzazioni terroristiche.
A dicembre 2021 la Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato organizza un’audizione proprio sulla criminalizzazione delle ONG palestinesi cui partecipano in videoconferenza i direttori generali di Al-Haq e Addameer.
Due giorni dopo Il Corriere della Sera, Libero Quotidiano e Il Tempo pubblicano articoli nei quali si biasima l’iniziativa parlamentare per aver ospitato due associazioni terroristiche e si qualifica Shawan Jabarin come terrorista e assassino, aderendo alle tesi del governo israeliano senza fornire a lettori spiegazioni essenziali sulla presunta matrice terroristica delle ONG né prove a sostegno delle accuse (prove che nemmeno Israele ha ancora prodotto).
Tirando le somme di questo post scandalosamente lungo a me pare evidente che ci sia un filo che lega le due notizie, e non è quello più ovvio dell'identità dei protagonisti.
Dovremmo riflettere sul paradosso di avere accesso a un numero teoricamente illimitato di informazioni per farci un'idea della realtà e l'essere più che mai esposti a manipolazioni, mistificazioni e rappresentazioni alterate quando il giornalismo cessa di differenziarsi da un utente medio qualsaisi dei social media omettendo per pigrizia, fretta, piaggeria o interessi di bottega l'indispensabile verifica delle fonti, propinandoci narrazioni preconfezionate.
Noi poveri lettori siamo trattati da popolo bue, vittime collaterali e inconsapevoli di tattiche di guerra ibrida.
Etichette: giornalismo, guerra ibrida, media mainstream, The Smoking Pipe
domenica, agosto 04, 2024
La macina al collo
In alcune zone della Sardegna le scuole rette dai Padri Scolopi hanno goduto a lungo di una fama di eccellenza come fucine da cui uscivano le future classi dirigenti che era pari a quelle istituite dai Salesiani.
L’istruzione e la formazione umana della gioventù rappresentano, d’altra parte, il fulcro della missione dei Chierici regolari poveri della Madre di Dio delle scuole pie sin dalla fondazione della Congregazione a opera del religioso spagnolo san José de Colasanz nella Roma dei primi del XVII secolo.
Per questo vedere gli Scolopi invischiati nell’ennesima inchiesta giudiziaria su abusi sessuali a danno di minori induce a qualche riflessione sull’effettiva capacità delle gerarchie della Chiesa Cattolica di monitorare, prevenire e gestire fenomeni socialmente dirompenti come le devianze dal voto di castità.
La responsabilità penale è sempre personale e la cautela nel vagliare segnalazioni che potrebbero essere frutto di equivoci o maldicenze è d’obbligo. Tuttavia, le dimensioni raggiunte non solo in Italia dal problema della mancata continenza sessuale nel clero diocesano e negli ordini religiosi sollevano le scomode domande se la risposta dei vertici ecclesiastici sia adeguata nei tempi e nei modi, se non ci sia un grave deficit di fondo nella preparzione di seminaristi e novizi o, addiritura, se ciò non sia spia di un tacito “don’t ask, don’t tell” fintanto che certe "licenze" avvengono con discrezione, salvando un decoro di facciata.
È del tutto irrealistico pensare che una situazione tanto delicata possa essere bonificata dall’oggi al domani in modo drastico e definitivo o di poter isolare i consacrati all’interno di campane di vetro sorvegliate H24. Ciò non toglie che la Chiesa sia sollecitata ad affrontare in profondità e senza reticenze il nodo della castità che, oggi più che mai, è una via stretta, impervia e oltremodo sdrucciolevole.
Il riferimento nel titolo è a un passo lapidario del Vangelo secondo Matteo (18:6)
Etichette: abusi sessuali, clero, Scolopi, The Smoking Pipe
venerdì, luglio 26, 2024
Trump, Biden e "L'allegro chirurgo"
Donald Trump grida al golpe accusando Barak Obama e Nancy Pelosi di aver tramato per costringere Joe Biden a ritirarsi dalla corsa alla Casa Bianca.
Viene difficile immaginare che Trump abbia tardivamente scoperto di stimare Biden, tanto meno che per una volta abbia voluto mostrarsi cavalleresco nei confronti dell’avversario che esce di scena.
Forse è più vicino al vero che Trump in campagna elettorale non avrebbe voluto smettere di usare Biden per giocare a Operation (noto in Italia come L’Allegro Chirurgo): si divertiva tanto.
Etichette: Biden, The Smoking Pipe, Trump, USA
mercoledì, luglio 17, 2024
Giustizia "tombale" sulle vittime del terremoto?
Nel giro di pochi giorni sono state emesse due sentenze nelle cause civili intentate dai familiari di vittime del terremoto a L’Aquila etichettate nei titoli di varie testate giornalistiche come "shock", “scandalose” o "vergognose". In entrambe i procedimenti le richieste di risarcimento sono state rigettate e i familiari dovranno farsi carico delle ingenti spese legali.
A ben vedere queste sentenze non sono arrivate come fulmini a ciel sereno, ma sembrano rispecchiare un consolidato orientamento giurisprudenziale in materia di concorso di colpa che si rifà all'articolo 1227 del codice civile richiamato dal successivo articolo 2056 per la responsabilità extracontrattuale.
In particolare l'articolo 1227 comma 1 recita:
"Se il fatto colposo del danneggiato ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l'entità delle conseguenze che ne sono derivate."Già più di un anno fa, decidendo sulla richiesta di risarcimento avanzata per sette persone decedute nel crollo di una palazzina a L'Aquila, il tribunale adito stabilì di decurtare la somma da liquidare ritenendo che vi fosse concorso di colpa nella decisione degli inquilini di non abbandonare lo stabile dopo la prima forte scossa.
La corte non ritenne dimostrato che la scelta delle vittime fosse stata condizionata dalle dichiarazioni rassicuranti rilasciate dalla Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile cinque giorni prima del terremoto del 6 aprile. In quella occasione gli esperti avevano affermato che il lungo sciame sismico iniziato a novembre stava scaricando l'energia tellurica, rendendo improbabile un evento su scala maggiore.
I giudici, tuttavia, tennero in considerazione che gli inquilini avessero fatto affidamento sulle caratteristiche antisismiche dell'edificio, ignorando che il costruttore non si era attenuto alle disposizioni di legge.
La storia si ripete
In sintesi, anche nelle recenti sentenze i giudici di secondo grado si sono attenuti alla interpretazione di cui sopra, reputando non provata la sussistenza di un nesso causale tra le dichiarazioni diffuse dalla Protezione Civile e la scelta di otto studenti universitari di non lasciare i loro alloggi alle prime avvisaglie del terremoto.
Pertanto la decisione, rivelatasi fatale, di restare a dormire al chiuso è stata considerata come concorso di colpa in quanto in violazione delle norme comportamentali di prudenza e diligenza.
E ora?
L'amarezza dei familiari delle vittime per l'esito avverso delle cause è resa ancora più cocente dalla probabile impossibilità di ricorrere in Cassazione. Per effetto della cd. riforma Cartabia, infatti, il ricorso in Cassazione è precluso quando la sentenza d'appello abbia confermato per le medesime ragioni, inerenti ai medesimi fatti, quella di primo grado.
Etichette: terremoto, The Smoking Pipe
lunedì, aprile 15, 2024
guerra e pace
Oggi più che mai sembra che l'unica pace accettabile sia quella imposta con la forza delle armi; altrimenti è il belato del perdente, dell'imbelle, del vile o di chi è colluso con il nemico.
La pace è noiosa, statica, fragile.
La pace è quel concetto nebuloso invocato più per dovere d'ufficio che per convinzione dal Pontefice e dall'ONU.
La pace implica negoziati, compromessi, è l'ipocrisia di fingere fiducia tra persone che volentieri si scannerebbero a vicenda.
La pace è come tutte quelle comodità quotidiane che si danno per scontate finché non vengono meno, fintanto che puoi cambiare canale con il telecomando quando la vista ti disturba.
Il valore della pace lo capisci quando la guerra ti arriva in casa e non puoi più ragionare come lo spettatore o il tifoso allo stadio.
Solo allora, forse, ti rendi conto che qualcuno, da qualche parte, ha in mano un telecomando di altro tipo in grado di spegnerti, definitivamente.
Etichette: Guerra, Pace, The Smoking Pipe
lunedì, gennaio 01, 2024
Combattere la denatalità a chiacchiere
Si direbbe che la onorevole Lavinia Mennuni abbia preso gusto a uscire dalla dorata penombra garantita dallo scranno a Palazzo Madama ergendosi a paladina di alcune delle cause “di bandiera” più care a Fratelli d’Italia e all’elettorato di Destra, ereditate direttamente dall’armamentario ideologico e propagandistico del Movimento Sociale Italiano.
Dopo la proposta di legge di dubbia costituzionalità volta a rendere obbligatorio il presepe nelle scuole e a imporre allo Stato - supposto laico - l’onere di promuovere e tutelare le festività e le tradizioni religiose cristiane, infatti, qualche giorno fa la senatrice di FdI ha rilanciato andando a toccare il tema delicato del calo demografico.
A tal proposito la senatrice Mennuni ha dichiarato:
“È venuto il momento di far sì che la maternità torni a essere cool, che avere figli sia la massima aspirazione delle mogli e delle ragazze”La onorevole non fornisce spiegazioni su come si intenderebbe intervenire per rendere fattibile prima ancora che “cool” (...) l’incremento delle nascite, invertendo un processo di denatalità che va avanti da un secolo e riuscendo dove avevano fallito le politiche demografiche varate durante il ventennio fascista. Come annota Giuseppe Di Bartolo, infatti, nel 1926 i nuovi nati in Italia erano 27,7 per 1.000 abitanti; proporzione ridottasi a 22,4 per 1.000 nel 1936 per riprendersi, debolmente, nel 1940 con 23,5 neonati per 1.000 abitanti.
il calo delle nascite è proseguito tra oscillazioni nei decenni successivi sino al 2008, ultimo anno in cui si è registrato un incremento. Da allora la curva ha imboccato una ripida traiettoria in discesa che nel 2022 ha condotto al valore di meno di 7 nuovi nati per 1.000 abitanti.[fonte: ISTAT]
Non solo Lavinia Mennuni si astiene dall’offrire indicazioni concrete su come rimuovere le concause dell’attuale inverno demografico, ma anche dal punto di vista strettamente “motivazionale” se la cava appellandosi genericamente a un ritrovato senso di responsabilità delle donne dinanzi all’alta missione di dare nuovi cittadini alla patria.
A questo punto ci si potrebbe chiedere quale sia il senso di un messaggio allo stesso tempo fumoso e intrinsecamente arcaico nei contenuti, che non sposta di una virgola il problema delle culle vuote. A mio avviso, oltre ai gettoni di visibilità capitalizzati dall’On. Mennuni, la dichiarazione si rivolge all’elettorato conservatore rassicurandolo sulla fedeltà di Fratelli d’Italia alla propria identità e origini ora che si trova a governare.
A voler essere estremamente generosi, di buono c’è che quanto meno ci sono stati risparmiati l’evocazione dello spettro della sostituzione etnica, le tirate su femminismo e LGBTQ+ e ricette come quella formulata anni fa da Camillo Langone sulle pagine di Il Foglio, che come rimedio alla denatalità proponeva di togliere i libri alle donne e di chiudere qualche facoltà universitaria: davvero una ben magra consolazione.
Etichette: denatalità, maternità, Mennuni, The Smoking Pipe
giovedì, ottobre 05, 2023
Facebook e Instagram a pagamento. Ne varrà la pena?
Nei giorni scorsi si sono moltiplicate le voci sul passaggio di Facebook e Instagram in abbonamento per gli utenti europei.
In passato simili annunci comparivano di tanto in tanto su Facebook. Si trattava, però, di trappole spam che adescavano gli ingenui promettendo il passaggio dell'account all'inesistente status "Gold", esente da pagamento, in cambio dell'invio dei dati personali. Questa volta, invece, la faccenda sembra seria ed è stata riportata da testate autorevoli tra cui il Wall Street Journal.
Il peso dell’Europa
Tutto ruota intorno alla nuova normativa comunitaria sulla protezione dei dati personali che dovrebbe entrare in vigore nel 2024 e che per Meta rappresenta una grossa grana.
L’Europa, infatti, è il secondo mercato in termini di introiti pubblicitari per Meta e le nuove disposizioni andranno a incidere sia sulla quantità sia sulla possibilità di trasferire fuori dalla UE i dati raccolti profilando gli utenti Facebook e Instagram del Vecchio Continente, rendendo di conseguenza meno appetibili e trattabili al ribasso i servizi che Meta offre agli investitori pubblicitari.
Per correre ai ripari ed evitare future multe milionarie, il colosso di Menlo Park starebbe perciò valutando se varare o meno il piano che prevede un “doppio binario” per Facebook e Instagram in Europa.
I due social diverrebbero disponibili senza pubblicità ai sottoscrittori di un abbonamento mensile (si parla di una cifra intorno a 14/15 $).
Per chi non è disposto a pagare, FB e IG continuerebbero a essere fruibili gratuitamente ma con nuove condizioni e termini d’uso che riguarderebbero sia più ampie concessioni alla raccolta, trattamento e cessione a terzi dei dati personali sia la quantità di inserzioni pubblicitarie presenti nei contenuti visualizzati.
Che fare?
Al momento non si può fare altro che stare alla finestra in attesa degli eventi.
Qualora Zuckerberg and Co. dovessero optare per il “doppio binario” è ovvio che ciascuno dovrà fare le valutazioni del caso. E’ vero che a tutto ci si adegua bene o male, ma molto, moltissimo dipenderà da cosa offrirà in cambio Meta: in altre parole, quale sarà l’effettivo rapporto costi/benefici.
Per chi non è un/una influencer che guadagna dai contenuti che genera online, la presenza su Facebook o Instagram è un’abitudine, una pausa di intrattenimento, la curiosità di sbirciare cosa combinano amici e conoscenti lontani. Per questa larghissima fetta dii utenti, perciò, pagare un abbonamento - anche minimo - solo per godersi una versione “ripulita” di un passatempo virtuale ha tutta l'aria di essere il classico gioco che non vale la candela, niente d'irrinunciabile insomma.
Francamente dubito che l’eventuale passaggio a pagamento provocherà una fuga di massa dai social network Meta, così come non è successo sinora a X-Twitter malgrado gli opinabili ed erratici cambiamenti imposti da Elon Musk. Tuttavia il buonsenso mi induce a pensare che una scelta in tal senso non sarà affatto indolore.
Etichette: abbonamento, Facebook, Instagram, The Smoking Pipe
sabato, settembre 09, 2023
Nucleare: ciò che Salvini non dice
Uno dei temi di propaganda che la Lega sembra intenzionata a cavalcare in vista delle prossime elezioni europee è il ritorno al nucleare in nome della indipendenza energetica.
Secondo Matteo Salvini questa svolta nella politica energetica nazionale sarebbe fattibile nel giro di pochi anni: appena 5 per la costruzione della prima centrale atomica di "ultimissima generazione", sicura e "verde", in un programma che ne prevederebbe una decina da dislocare sul territorio nazionale.
Non sono contrario per principio all'energia nucleare ma, tanto per cambiare, le affermazioni del leader leghista nonché ministro dei trasporti sembrano affette da patologica “annuncite”, ovvero “mettere il carro davanti ai buoi”.
Ci sta che Salvini usi un linguaggio discorsivo e nebuloso sulla "ultimissima generazione" trattandosi di un aspetto tecnico. Basti considerare che la maggior parte delle centrali attive sono di seconda generazione, della terza se ne contano 3 o 4 nel mondo e hanno richiesto decenni e costi altissimi per essere completate, mentre sulla quarta generazione esistono solo ipotesi e studi, di cui l'unico fattibile in tempi relativamente brevi riguarda i reattori di piccole dimensioni.
Salvini, però, si guarda bene dal descrivere l'attuale situazione del nucleare in Italia, soprattutto per quanto riguarda la gestione delle scorie radioattive.
Dal 1987 (anno dei referendum) a oggi, infatti, non siamo ancora riusciti a completare il ricondizionamento e lo stoccaggio definitivo in sicurezza delle scorie radioattive provenienti in massima parte dalle 4 centrali nucleari smantellate e dai siti dismessi della filiera nucleare, ma anche da rifiuti industriali e di reparti ospedalieri di medicina nucleare. Stiamo parlando di circa 95.000 mc. di materiale a bassa, media e alta (solo il 3%) radioattività.
Manca un elemento-chiave presente in altri Paesi europei: il Deposito Nazionale.
Il progetto esiste da tempo e prevede una struttura interrata che occuperà una superficie di circa 150 ha. realizzata in moduli di calcestruzzo armato e di cemento disposti a più livelli di contenimento come una sorta di matrioska. Per il completamento dell’opera occorrerebbero, in teoria, 4 anni con 4.000 operai al lavoro per una spesa stimata in 900 milioni di €.
Solo che dal 2022 la lista ristretta dei siti con le caratteristiche ideali per accogliere il Deposito Nazionale giace secretata presso i ministeri competenti ed è ancora tutta da espletare la spinosa fase di negoziazione con gli enti locali coinvolti.
L’impasse è tutto politico perché nessuno - Lega inclusa - gradisce l’idea di intestarsi una decisione tanto controversa rischiando di alienarsi un territorio.
Traccheggiare, però, costa caro: abbiamo già speso cifre notevoli per mandare tonnellate di combustibile radioattivo a riprocessare nel Regno Unito e in Francia con la promessa di riprendercele entro il 2025 per stoccarle nel Deposito Nazionale ultimato (promessa chiaramente irrealizzabile), con Parigi che non pare più disposta a reggere il gioco accettando ulteriore materiale da trattare.
Ciò che Salvini omette di dire, infine, è che non basta costruire una o più centrali atomiche “sicure” senza sforare tempi e costi quando c’è anche da ricostruire tutta o quasi la filiera italiana dell’energia atomica.
Etichette: nucleare, Salvini, The Smoking Pipe
mercoledì, maggio 17, 2023
Rudy Giuliani e gli eroi che finiscono nella polvere
Se William Shakespeare fosse vivo è facile immaginare che trarrebbe spunto dalla figura di Rudolph William Louis “Rudy” Giuliani per una delle sue commedie.
Per chi, come me, ha raggiunto una certa età è difficile e doloroso riconoscere nel personaggio squallido dell’anziano avvocato depravato e incattivito dipinto nelle accuse di ex collaboratrici del suo studio legale il giovane ed energico procuratore distrettuale di New York che collaborava con Giorgio Ambrosoli e Giovanni Falcone nel dipanare la matassa di interessi e flussi di denaro occulti tra finanza, mafia e politica.
La stessa sensazione di smarrimento suppongo sia vissuta dagli americani che ancora ricordano Rudy Giuliani come il “Sindaco d’America”, non tanto il sindaco-sceriffo della "Tolleranza Zero" quanto il punto di riferimento dei cittadini di New York e l'eroe nazionale negli USA sotto shock dopo l’attacco alle Torri Gemelle.
Di quel Rudy Giuliani che sembrava avere le carte in regola per ascendere alla Casa Bianca si sono perse le tracce. Al suo posto è emersa una figura che sembra tratta dalla saga di Guerre Stellari e dal Lato Oscuro della Forza: lo spregiudicato avvocato d’affari dalla chiacchierata clientela internazionale, il controverso e pirotecnico consigliere legale personale di Donald Trump, l'uomo di potere invischiato in trame torbide in compagnia di soggetti da cui, come procuratore distrettuale e al vertice del Dipartimento di Giustizia, non avrebbe accettato di farsi offrire un caffè al bar.
Se le accuse che oggi gli vengono mosse saranno confermate e comprovate in un'aula di giustizia, il settantottenne Giuliani rischia di concludere la sua parabola nel più inglorioso modo possibile: da vecchio sporcaccione e predatore sessuale.
“Se vivi abbastanza a lungo vedrai i tuoi eroi finire nella polvere”
Etichette: Ambrosoli, Falcone, Giuliani, The Smoking Pipe, Trump, USA

















