venerdì, giugno 26, 2026
Vecchio cinema Bidone
A metà degli anni ’70 mi capitò tra le mani un romanzo venato di horror che mi incatenò alle pagine, costringendomi a fare le ore piccole e facendomi sentire come quei pischelli che mentre attraversano una stanza buia si mettono a cantare per nascondere che se la stanno facendo sotto dalla paura.
Si trattava della versione in italiano di Ammy Come Home, racconto firmato dalla scrittrice statunitense Barbara Michaels.
Fortunosamente ho scovato su YouTube la trasposizione del romanzo nel film per la TV La casa che non voleva morire. Al netto delle licenze e delle semplificazioni operate sulla trama del libro, devo ammettere che è stata una visione piuttosto piacevole.
Il divario tra le poche e frammentarie informazioni reperite sul web e i miei ricordi di lettore, tuttavia, mi hanno fatto saltare il ghiribizzo di dedicare tempo, spazio e sudore a un’impresa totalmente inutile: riassumere a memoria la trama di Ammy Come Home.
Questa premessa vale come disclaimer per te, lettore di passaggio: non rispondo della TUA perdita di tempo.
Ambientazione
Il racconto è ambientato a Georgetown, vivace quartiere storico di Washington DC punteggiato di eleganti dimore che hanno conservato l'architettura originaria, risalente a un periodo che spazia dalla seconda metà del XVIII ai primi del secolo scorso.
Protagonisti
- Ruth Bennett, quarantenne, single, sta concedendosi una “pausa di riflessione” sul suo futuro e sul presente da funzionaria amministrativa in un dipartimento federale andando a vivere nella casa di Georgetown ricevuta in eredità da una parente;
- Sara, nipote ventenne di Ruth. Accetta volentieri di trasferirsi dalla zia, a cui è molto legata, per frequentare l’università;
- Pat MacDougal, maturo e brillante docente di Antropologia nonché vicino di casa di Ruth e Sara;
- Bruce, coetaneo e boyfriend di Sara, in apparenza cinico e anticonformista.
Nessuno dei quattro sospetta di avere un ruolo nel catalizzare il manifestarsi di presenze arcane, tanto meno di rischiare l’incolumità fisica e mentale indagando su un crimine rimasto occultato per due secoli.
Ospiti indesiderati
La prima avvisaglia di seri problemi con il soprannaturale arriva nel corso di una seduta spiritica organizzata a casa di Ruth da alcune conoscenti del professor MacDougal. Durante la seduta, Sara cade in trance e inizia a mormorare con voce alterata frasi sconnesse cariche di pena, paura e angoscia. Subito dopo la medium spezza la catena cacciando un urlo di puro terrore perché percepisce una presenza ostile nella stanza.
Quella notte stessa, nel dormiveglia Ruth sente una voce che invoca il ritorno a casa di qualcuno di nome Amy o Andy. La donna, tuttavia, conclude che si tratti di un vicino che ha smarrito il suo animale da compagnia.
Nei giorni seguenti Sara è vittima di ulteriori episodi di possessione che coincidono con la comparsa di una colonna di fumo gelido che, contorcendosi e infittendosi, sembra minacciare i presenti e prendere di mira in particolare la ragazza.
In cerca di risposte e soluzioni
Convintisi che i fenomeni paranormali siano in qualche modo legati al passato della dimora, Ruth e gli altri iniziano a setacciare gli archivi pubblici di Washington scoprendo che l’edificio era stato costruito da Douglas Campbell, uno scozzese forse arrivato nelle colonie americane come militare di carriera britannico e successivamente divenuto un rispettato cittadino della Georgetown di fine Settecento.
La sua morte nell’incendio che aveva parzialmente distrutto l’abitazione aveva alimentato le dicerie secondo cui Campbell era impazzito a causa dell’unica figlia fuggita con un ufficiale dell’esercito indipendentista. Nei diari privati dell’epoca, infatti, Campbell veniva descritto aggirarsi intorno alla casa nel cuore della notte chiamando a gran voce la figlia.
Le manifestazioni sempre più frequenti e minacciose della colonna di tenebra spingono i protagonisti a tentare un esorcismo officiato da un sacerdote cattolico amico di lunga data di Pat MacDougal. Il rito, però, ottiene solo di aizzare l'ostilità dell’entità.
Inoltre, in quel frangente Ruth, Sara e Bruce sono costretti a fare i conti con una scomoda verità: il professor MacDougal è pericolosamente permeabile all'influenza manipolatrice dallo spettro.
Una figlia cancellata
Nelle loro ricerche Ruth e gli altri rinvengono in casa la copia della Bibbia appartenuta a Douglas Campbell, trovando nel frontespizio l’albero genealogico di famiglia e le generalità dell'unica figlia, il cui nome, tuttavia, diviene leggibile solo raschiando lo spesso strato d’inchiostro con cui era stato cancellato.
Le tessere del mistero iniziano a incastrarsi e ad acquistare senso. Dopo qualche iniziale riserva, non c'è più dubbio che lo spirito che comunica attraverso Sara sia quello di Amanda “Ammy” Campbell, la figlia fuggiasca di Douglas.
L'evidente turbamento e le frasi ripetitive che pronuncia - “Aiuto!!... Non morto... Non può essere morto!” - lasciano pensare che Amanda non sia spirata serenamente nel suo letto circondata dall'affetto di figli e nipoti ma, al contrario, abbia trascorso gli ultimi istanti di vita in un profondo stato di disperazione e di shock dopo essere stata testimone di una morte violenta.
Il principale indiziato per l’entità ostile nella spirale di fumo è, invece, Douglas Campbell, apparentemente mosso dalla volontà di vendicarsi della figlia ingrata. Ciò, però, contrasta con il tono accorato della voce che chiede ad Ammy di tornare a casa.
Amanda & Anthony
Mettendo insieme tutte le briciole di informazione raccolte, i quattro protagonisti ricostruiscono il possibile quadro degli eventi.
A vent’anni compiuti, Amanda Campbell può considerarsi avviata a un destino da zitella, assorbita com’è dal prendersi cura della casa e del padre rimasto vedovo all'atto della sua nascita.
A sparigliare le carte è l’incontro con il giovane e galante capitano Anthony Doyle, di chiare origini irlandesi, forse anche cattolico e inquadrato nell’esercito che sta muovendo guerra alla corona britannica; per il reazionario, protestante e morbosamente possessivo Douglas non poteva esserci pretendente più sgradito.
In qualità di attendente del comandante in capo, Doyle viene a conoscenza del coinvolgimento di Douglas Campbell nella cospirazione lealista del 1781. Combattuto tra il dovere di procedere e la consapevolezza che le conseguenze renderebbero impossibile sposare Amanda, Doyle si presenta a casa di Campbell per dargli la possibilità di chiarire la sua posizione e dimostrare la sua estraneità al complotto.
Da quel momento si perdono le tracce sia del giovane ufficiale sia di Amanda Campbell. Doyle finisce nel registro dei disertori ricercati dall’esercito americano senza alcuna annotazione successiva.
La resa dei conti
L’epilogo tragico di quella lontana notte viene definitivamente a galla ispezionando un angolo dello scantinato rimasto sigillato per quasi due secoli. A poca profondità sotto la superficie in terra battuta, infatti, vengono alla luce i poveri resti di Anthony Doyle e Amanda Campbell, uccisa dal padre dopo aver visto, sconvolta e inorridita, il corpo senza vita dell'amato.
Lo spettro di Campbell compie un estremo tentativo di proteggere il suo segreto servendosi di Pat MacDougal per eliminare Sara, Ruth e Bruce.
Nello scontro impari tra lo smilzo Bruce e il massiccio professore rivive quello tra Anthony Doyle e Douglas Campbell. Anche Ruth viene messa rapidamente fuori combattimento.
Quando sembra che nulla possa impedire al fantasma di aggredire Sara, ecco che Amanda ha l’ultima parola. Cullando tra le braccia la Bibbia di famiglia, Amanda si rivolge con inaspettata fermezza al padre rammentandogli l’inutilità di nascondere il suo crimine agli occhi di una giustizia superiore ed esortandolo a implorare quella misericordia divina che non è preclusa nemmeno a peccatori come lui.
Finale di partita
La ruota del destino ha completato il suo giro; la casa e i suoi occupanti sono finalmente liberi da presenze sinistre e drammi irrisolti.
Con il senno di poi, Ruth e gli altri comprendono il motivo per cui l’esorcismo non aveva funzionato. Chi, come Douglas Campbell, era stato in vita un accanito protestante non poteva che respingere un rito che disprezzava come "buffonata papista”.
Quanto alla voce che chiamava Ammy nella notte, l’unica spiegazione è attribuirla ad Anthony Doyle, morto con la coscienza pulita ma angustiato per la sorte di Amanda, il cui spirito intrappolato nell’orrore non trovava la strada per tornare a casa e riposare in pace.
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venerdì, giugno 19, 2026
L'armadio senza vergogna
Nella primissima mattina del 10 agosto 1944 a Milano avvenne l’eccidio di Piazzale Loreto. Su ordine del capitano Theodor Saevecke, a capo della Gestapo a Milano e in Lombardia, 15 partigiani detenuti nel carcere di San Vittore vennero fucilati in piazza da un plotone di paramilitari fascisti della “Ettore Muti”.
Accatastati come spazzatura, i cadaveri rimasero esposti sino a tarda sera, oggetto di scherno e vilipendio da parte della milizia repubblichina a guardia del piazzale.
Saevecke e l’alto comando tedesco giustificarono la fucilazione come ritorsione per un camion militare saltato in aria due giorni prima in Viale Abruzzi, applicando il bando del feldmaresciallo Kesselring, comandante supremo delle forze tedesche in Italia, che imponeva l’esecuzione di 10 italiani per ogni soldato tedesco ucciso dai partigiani. Particolare non secondario: nessuna delle vittime dell’attentato di Viale Abruzzi - attribuito ai GAP ma da questi mai rivendicato - era un militare tedesco.
Meno di un anno dopo, Piazzale Loreto avrebbe ospitato lo spettacolo altrettanto brutale e macabro dei cadaveri seminudi di Benito Mussolini e dei gerarchi che l’avevano seguito nel tentativo di fuga.
Gli scheletri nell’armadio
Perché rievocare un crimine di guerra avvenuto 82 anni fa? Perché, come ha indicato in un’interrogazione la deputata Lia Quartapelle, di recente i familiari delle vittime dell’eccidio di Piazzale Loreto si sono visti recapitare un plico contenente la richiesta di restituire le somme corrisposte dallo Stato a titolo di risarcimento.
E qui entra in scena il cosiddetto Armadio della Vergogna.
Fino alla scoperta fortuita avvenuta nel 1994 nell’ex sede del tribunale militare supremo a Roma, un comunissimo armadio sistemato in uno sgabuzzino con le ante addossate al muro aveva occultato gli atti istruttori compiuti dalla magistratura militare italiana sulle stragi nazifasciste, garantendo di fatto l’impunità ai responsabili in Germania e Italia.
Il caso di Theodor Saevecke è paradigmatico di come il diritto alla giustizia fu deliberatamentee sacrificato sull’altare dell’interesse a salvaguardare gli equilibri geopolitici venutisi a creare nell’Europa del secondo dopoguerra.
Reo confesso di esecuzioni di civili e deportazioni di ebrei al momento della cattura da parte degli angloamericani, l’ex ufficiale delle SS non aveva tardato a riciclarsi come agente al soldo della CIA e a fare carriera nella Germania Federale sino a diventare vicedirettore dei servizi di sicurezza sul finire degli anni ’50.
Il curriculum criminale di Saevecke in Polonia, Nordafrica e Italia tornò a galla allorché si inimicò la stampa tedesca con un goffo tentativo d’intimidazione. Nel 1963 la magistratura tedesca chiese la collaborazione delle autorità italiane per verificare le accuse riportate sui giornali. Dopo un palleggio di documenti e responsabilità, il nostro Paese evitò di inviare in Germania la documentazione richiesta.
I dossier usciti dall’Armadio della Vergogna consentirono finalmente di processare e condannare in contumacia Saevecke. A quel punto, però, fu la Germania a fare muro respingendo la richiesta di estradizione. Il criminale di guerra si spense quasi novantenne nel suo letto ad Amburgo.
Questione di vile pecunia?
Tornando all’attualità, la richiesta di restituzione di quanto erogato a titolo di risarcimento sembra segnare un deterioramento in un quadro giuridico già di suo complicato.
Per decenni, infatti, i familiari di vittime delle stragi e di ex deportati si erano dovuti imbarcare in interminabili cause penali e civili ottenendo non di rado sentenze a favore che, però, restavano senza effetto a causa della totale indisponibilità della Germania a farsi carico dei risarcimenti.
Nel 2022, allo scopo di evitare ulteriori frizioni diplomatiche con la Germania, il governo Draghi approvò un DL con cui si stanziava un fondo apposito per i risarcimenti. In questo modo lo Stato italiano si sostituiva a quello tedesco come controparte nelle cause pendenti.
Tuttavia prima la strenua opposizione dell’Avvocatura dello Stato in sede processuale e, in seconda battuta, i ritardi biblici del Ministero dell’Economia nel liquidare i risarcimenti anche a fronte di sentenze passate in giudicato hanno mandato in tilt il sistema. Ora parrebbe addirittura che lo Stato sia passato a fare recupero crediti agendo come se il titolo a beneficiare dei risarcimenti sia stato revocato o si sia estinto.
Al di là dell’importo richiesto indietro, che va da poche migliaia a oltre 200.000 euro, ciò che amareggia e offende è il ceffone assestato alla memoria di persone coraggiose che sacrificarono le loro vite per la liberazione del Paese, ma ancor più insopportabile è lo sberleffo che sembra provenire da quell’armadio che per 40 anni ha reso indisponibile il faldone sull’eccidio di Piazzale Loreto, impedendo ai familiari delle vittime di ottenere in tempi ragionevoli l’allineamento della verità giudiziale a quella storica.
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