lunedì, gennaio 12, 2026
Sard&brei : storie, leggende, curiosità Parte 2
Secoli di buio
Dall’ottavo all’undicesimo secolo la storia ebraica della Sardegna non sfugge all’oscurità che avvolge l’isola quando l’impero romano d’oriente l’abbandona al suo destino.
La Sardegna piomba in una sorta di limbo, scollegata da quanto sta avvenendo tra Italia ed Europa. Ancora a metà del XII secolo il geografo e viaggiatore arabo al-Idrisi, al servizio del re normanno di Sicilia Ruggero II, annota: “Gli abitanti della Sardegna sono rum (cristiani) Romani d’Africa e Berberi che vivono separati dalle altre nazioni rum”.
L’isolamento viene meno quando il controllo della Sardegna giudicale e delle sue risorse diventa oggetto di contesa tra le repubbliche di Pisa e Genova. Mercanti toscani e liguri, ma anche provenzali e catalani - sia cristiani che ebrei - approfittano del clima favorevole ai commerci stabilendo i loro fondaci nei porti di Cagliari, Bosa e Alghero.
la svolta aragonese
La vera svolta per la presenza israelita inizia con la conquista aragonese di 2/3 della Sardegna a spese dei Pisani, sconfitti ed estromessi dall’isola tra il 1323 il 1326.
Il coinvolgimento degli Ebrei richiede una piccola digressione. Nella penisola iberica si era riversata una quota consistente della Diaspora. Pur tra alterne vicende, la minoranza ebraica era cresciuta sino a diventare la più numerosa, culturalmente vivace e prospera del Mediterraneo occidentale. Basti considerare che nel Trecento si stima che in Spagna vivessero oltre 200.000 Ebrei contro i circa 50.000 presenti in Italia.
Questo spiega l’importanza del sostegno finanziario assicurato dai facoltosi Ebrei catalani e valenzani alla spedizione militare dell’infante Alfonso che materializza il Regnum Sardiniae et Corsicae inventato da Papa Bonifacio VIII. In cambio, il futuro re Alfonso IV e i suoi immediati successori sul trono d’Aragona incentivano l’insediamento ebraico nei nuovi possedimenti sardi concedendo a chi decida di trasferirvisi un’esenzione triennale da alcune imposte.
La politica dei sovrani aragonesi ha successo. L’esempio più evidente è la juharia (giuderia) di Cagliari, la più importante dell’isola, attestata dal 1346 e che alla fine del Quattrocento arriverà a contare circa il 5% della popolazione cittadina.
La collocazione del quartiere ebraico è significativa: gli Ebrei, infatti, vanno a vivere in una porzione della cittadella fortificata costruita dai Pisani a loro uso esclusivo e in cui hanno sede le massime autorità civili ed ecclesiastiche.
Nella Cagliari attuale occorre uno sforzo di fantasia per immaginare le anguste strade intorno al bastione di Santa Croce risuonare del brusio delle conversazioni in catalano o ladino (giudeo-spagnolo) che filtrava da abitazioni e botteghe in un microcosmo che racchiudeva ricchi e poveri, negozianti di cibi kosher e argentieri, medici, notai e prestatori di denaro a tasso d'interesse alla clientela cristiana.
In parallelo, nel Capo di Sopra spicca la juharia de l’Alguer (Alghero). La comunità ebraica e il suo qahal (organo di autogoverno) si segnalano per integrazione nella vita sociale e culturale della “piccola Barcellona”, ripopolata nel 1354 da coloni catalani in sostituzione degli abitanti sardi e liguri espulsi dalla cittadina.
Altre colonie ebraiche sono documentate a Iglesias, Oristano e Sassari.
In equilibrio sul filo del rasoio
Nel complesso, durante il XIV secolo e parte del secolo seguente la condizione degli Ebrei sull’isola è un’estensione di quella codificata negli statuti di Barcellona e delle principali città catalane: vivono confinati in quartiere separato dai cristiani ma non sono sottoposti a particolari restrizioni al movimento o proibizioni all’esercizio di professioni che saranno la norma nei ghetti.
Gli Ebrei, inoltre, godono dello status di Servi della Corona, una forma di protezione regia che li mette al riparo dagli abusi di potere della nobiltà cristiana e del clero. In Sardegna tale protezione si rivelerà più efficace che altrove. Le fonti, infatti, non riportano notizia di pogrom o espulsioni di massa che, invece, accompagnano in Europa il dilagare della peste nera a metà del Trecento.
La minoranza ebraica sarda viene risparmiata anche dall’ondata di saccheggi, massacri e conversioni forzate che nel 1391 si abbatte su città e villaggi di Castiglia, Aragona e Baleari, lasciando dietro di sé una tragica scia di sangue e terrore.
Non si deve, però, incorrere nella falsa impressione che la situazione degli Ebrei sull’isola fosse invidiabile e solida.
Lo scenario della Sardegna tra il XIV e il XV secolo è drammatico. Uscita dissanguata dalla pestilenza, l’isola non solo non dà segno di resilienza ma sprofonda in una spirale di crisi economica e demografica causata dalle devastazioni della guerra tra Aragonesi e Giudicato di Arborea, che imperversa sino al 1420, e dall’imposizione del sistema feudale iberico.
In poche parole sono tempi grami anche per quanti, come gli Ebrei di Sardegna, risiedono in prevalenza nei pochi centri urbani di rilievo.
Gli Ebrei, inoltre, hanno imparato a loro spese che la tolleranza e la protezione dei governanti - siano essi califfi musulmani o monarchi cristiani - si pagano mostrandosi pacifici e collaborativi verso le pretese delle autorità locali in materia di tasse su cimiteri e sinagoghe, licenze, dazi ecc. e, a maggior ragione, verso le richieste di contributi ordinari o straordinari che provengono dalla corona.
Coltivare la benevolenza del re poteva non dare i frutti sperati o addirittura ritorcersi contro gli Ebrei alla morte del sovrano, come avviene nel 1369 nel regno di Castiglia e León.
A Pietro detto “Il Crudele”, scomunicato per i suoi atteggiamenti anticlericali e il favore accordato agli Ebrei, succede il fratellastro fratricida Enrico di Trastamara. Questi per gran parte del suo regno infierisce e "fa cassa" sugli Ebrei castigliani con multe, confische e misure discriminatorie, punendoli per il sostegno fornito a Pietro.
I re cattolici: cala il sipario
Sarà un pronipote di Enrico di Trastamara, Ferdinando II “Il Cattolico”, a far saltare definitivamente il sistema che aveva regolato la convivenza tra Ebrei e cristiani nei reami spagnoli.
Nato nel 1452, erede ai troni di Aragona, Navarra, Sardegna e Sicilia in virtù del complicato incastro di matrimoni e successioni tra casate reali, Ferdinando di Trastamara-Aragona viene educato per essere un comandante militare, un diplomatico e un cattolico intransigente; oggi diremmo un cristiano fondamentalista.
Sebbene si sia scritto di un suo lontano retaggio ebraico trasmesso dalla linea materna, una volta salito al trono (1479) Ferdinando II mette in chiaro di considerare i sudditi non cattolici alla stregua di ospiti non graditi, inconciliabili con la sua visione del regno. Difatti raddoppia la tassa annuale a carico delle comunità ebraiche e i contributi straordinari per guerre e spedizioni militari legate alla Reconquista.
Di comune accordo con la consorte, inoltre, chiede e ottiene da Papa Sisto IV l’autorizzazione a istituire in Spagna un Tribunale della Santa Inquisizione di nomina regia, affidandone l’organizzazione al tristemente noto frate domenicano Tomás de Torquemada.
All’atto della capitolazione di Granada, ultimo bastione musulmano nella penisola iberica, Ferdinando e Isabella siglano il Decreto dell’Alhambra (31 marzo 1492) che mette gli Ebrei di tutti i possedimenti spagnoli davanti a un’alternativa secca: restare, abiurando e ricevendo il battesimo, o subire la confisca dei beni ed essere espulsi.
Così alla scadenza del 31 luglio 1492 dai porti della Sardegna salpano le ultime navi cariche di esuli ebrei in cerca di rifugio in Italia (Napoli, Palermo, Stato Pontificio, Livorno, Ducati di Urbino, Ferrara e Mantova, Venezia), sulle coste del Nordafrica e presso l’impero ottomano. La popolazione ebraica della Sicilia condividerà lo stesso destino appena un anno dopo.
Sardegna marrana: siamo tutti parenti?
Se la parabola degli Ebrei in Sardegna si conclude ufficialmente nel 1492, la cultura e le tradizioni ebraiche sopravvivono per generazioni, sia pure in forme occulte e travisate, in seno alle famiglie ebree convertitesi al cattolicesimo pur di non abbandonare le loro case e gli affetti.
Nella sua “Storia degli ebrei in Sardegna” il canonico Giovanni Spano quantificava in circa 5.000 gli Ebrei che lasciarono per sempre l’isola, mentre mancano informazioni sul numero degli Ebrei conversi, che con tutta probabilità fu cospicuo.
In Spagna questi “nuovi cristiani”, chiamati spregiativamente marrani (da porco/carne di maiale, sinonimo di individuo di dubbia integrità morale, spergiuro, impostore) furono mal tollerati, soggetti a delazioni e denunce all’Inquisizione in quanto sospettati di praticare nascostamente l’ebraismo.
Specie sotto la guida di Torquemada, migliaia di loro furono processati e condannati a morte con l’accusa di essere ricaduti nella miscredenza dopo aver abbracciato la fede cristiana.
Al contrario, in Sardegna i conversi passano indenni il vaglio dell’Inquisizione, insediatasi a Cagliari nel 1493 presso il convento di San Domenico e poi trasferitasi in contrada Is Stelladas, nelle campagne fuori le mura del capoluogo.
La macchina repressiva agli ordini dell’inquisitore Sancho Marin non tarda a produrre un clima di terrore nell’isola, ma le denunce e i processi istruiti riguardano in massima parte casi di credenze e pratiche “magiche” ereditate dai culti pre-cristiani e di presunta stregoneria.
Come mai tale diversità di trattamento? Si può ipotizzare che in Sardegna gli Ebrei anoussim (convertiti sotto costrizione) siano stati particolarmente accorti nel dissimulare la loro doppia vita, che i loro vicini di casa, compaesani e persino parroci abbiano badato alle qualità delle persone più che alla stretta conformità religiosa (mi piacerebbe pensarlo) oppure che Ebrei e Sardi fossero mescolati al punto di far recedere le autorità da propositi persecutori.
Quest’ultima opzione potrebbe trovare supporto in questo post della professoressa Giuliana Mallei.
Dalla consultazione del registro fiscale relativo alla tassa annua che ogni suddito ebreo era tenuto a versare alla corona, conservato negli archivi reali di Spagna, emergerebbe inaspettatamente una lista di contribuenti dai cognomi squisitamente sardi o molto diffusi in Sardegna.
La professoressa riporta i cognomi Addari, Alba, Arba, Aroni, Bacchis, Campus, Casula, Deiana, Depau, Elias, Farina, Gaias, Lai, Lecca, Macis, Mameli, Manca, Mancosu, Matta, Mossa, Nonnis, Olla, Pala, Piga, Raccis, Salis, Sanna, Sarais, Secci, Serra, Tedde, Tola, Urru, Zara, Zurru e Zizi, puntualizzando che si tratta di un elenco non esaustivo.
In sostanza, la tesi è che nelle vene di pressoché tutti i Sardi scorrerebbe una percentuale di sangue israelita.
«Siamo tutti parenti» era il mantra di un ometto d’età indefinibile che tanti anni fa passeggiava sulle strade del mio paese munito di bastone e di quel disarmante sorriso infantile di chi è rimasto bambino nel corpo di un adulto. Chissà che nella sua innocenza non avesse ragione.
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