lunedì, agosto 14, 2017

 

digestione difficile



"Siete come bufali senza cervello" (ipsa dixit)

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martedì, agosto 01, 2017

 

La continuità dell’inadeguatezza



A un anno e passa dell’insediamento trionfale al Campidoglio, novella Bastiglia espugnata, c’è poco gusto a infierire sulla giunta pentastellata di Roma guidata (?) dal sindaco Virginia Raggi come ha fatto, buon ultimo, il quotidiano francese Le Figaro.

Le macerie e le voragini ereditate dalle passate giunte hanno steso per mesi una comoda ombra protettiva sugli impacci, i ripensamenti e le faide interne che hanno reso un ginepraio il completamento della giunta.
La discontinuità con il malaffare sbandierata come un mantra dai Cinquestelle è stata, a sua volta, un comodo parafulmine per deviare gli strali sulla ritrosia ai limiti dell’immobilismo con cui la giunta Raggi ha approcciato gli enormi, endemici problemi della capitale.

Tuttavia la stagione di grazia non può durare in eterno. Il suo predecessore, il “marziano” Ignazio Marino, al giro di boa dell’anno già friggeva a fuoco lento con l’accusa di aver sprecato tempo in interminabili riunioni producendo scarsi risultati concreti.

Nessuno ha la bacchetta magica per trasformare una metropoli complicata, disfunzionale, anarchica e da troppo tempo abbandonata a se stessa in una città modello. L’impressione dominante, però, è che la truppa pentastellata galleggi sul pantano dell’Urbe indecisa a tutto. Sembrano evidenti le resistenze, le giravolte e le afonie di un movimento che a livello locale (e non solo) ha paura di steccare, ma soprattutto non vuole o non sa trasformarsi da opposizione in realtà che si sporca le mani muovendo le leve del governo della città, che ha una visione chiara, prospettica, realistica di programma.

Il basso profilo, il silenzio e la circospezione con cui sta lavorando la giunta capitolina è difficile da distinguere dal tirare a campare e dallo schivare le rogne in attesa di istruzioni dai sacri vertici nazionali o della botta di culo che provvidenzialmente tolga le castagne dal fuoco e spiani la strada.

Resta inevasa una domanda: può la "diversità etica" dei Cinquestelle - genuina o di facciata che sia - compensare la disarmante continuità dell’inadeguatezza?

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lunedì, luglio 24, 2017

 

scrittura etilica



Pensa che ci ripensa, in mezzo ai casini in cui sta precipitando la mia esistenza sconclusionata quel che mi rode e non riesco a perdonare è una frase cretina scappata in un momento di malumore: "questa roba l'ha scritta un ubriaco".
Permaloso al cazzo, as usual.

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martedì, giugno 20, 2017

 

Tiresiatyricon





Sulla figura di Tiresia, l’indovino per eccellenza nel mondo antico, sono fioriti diversi miti sin dai tempi di Omero.
Figlio di Evereo e della ninfa Cariclo, Tiresia viene tratteggiato come un cittadino tebano senza doti sovrannaturali e dalla vita ordinaria sino al giorno in cui, accidentalmente, viene a contatto con il mistero della metamorfosi.

Andato a passeggio sulle pendici del monte Citerone, Tiresia s’imbatte in una coppia di serpi attorcigliate nell’amplesso nel mezzo del sentiero.
Forse infastidito dalla mancanza di pudore, Tiresia separa i due rettili con un bastone finendo per colpire duramente la femmina. Mal gliene incoglie, perché si ritrova immediatamente trasformato in donna.

In questo frangente Tiresia dimostra non comuni doti di adattabilità, abbracciando senza drammi la sua nuova identità di genere di cui sperimenta tutte le sfaccettature fisiche, emotive, sociali e sessuali.

Trascorsi sette anni, Tiresia si ritrova nuovamente davanti una coppia di serpenti in amore. Ammaestrata dal ricordo di quanto avvenuto, Tiresia questa volta si premura di colpire il maschio. Ça va sans dire, Tiresia torna a essere un uomo.

La faccenda, sia pure straordinaria, sarebbe finita nel dimenticatoio se Zeus, reso disinibito da troppe libagioni, non si fosse impelagato in un’accanita discussione con sua moglie Hera.
Motivo del contendere era chi, tra uomini e donne, ricavasse maggior piacere dall’atto sessuale. Il padre degli dei sosteneva fosse la donna, mentre Hera era irremovibile nell’indicare l'uomo.

Non arrivando a un compromesso ai coniugi divini sovviene quanto accaduto a Tiresia, così lo convocano sull’Olimpo per fare da giudice alla disputa. Messo alle strette, Tiresia dichiara - con più onestà che tatto - che la donna può arrivare a provare un piacere tre volte superiore a quello dell'uomo.

Non tollerando di essere contraddetta e sentendosi smascherata, l’infuriata Hera si vendica privando Tiresia della vista.
Zeus, che non può annullare il gesto di sua moglie, per risarcire il malcapitato gli dona il potere della chiaroveggenza e una vita lunga sette volte la media dei mortali.

Tiresia morirà ultracentenario lontano da Tebe: secondo alcuni di congestione, essendosi abbeverato all’acqua gelida di una fonte mentre era in fuga dalla città messa al sacco. Secondo altri muore di sfinimento durante il viaggio di trasferimento a Delo in compagnia di sua figlia, anch’essa indovina.
Arrivato negli inferi Tiresia convince Ade, Signore dell’Oltretomba, a lasciargli il dono della preveggenza. Per questo nell’Odissea Ulisse consulta l’ombra di Tiresia per sapere se, quando e in che modo potrà fare ritorno a Itaca.


Dal mito alla farsa

La metamorfosi da uomo in donna e viceversa, la curiosità e l’esplorazione delle potenzialità insite nelle differenze non solo fisiche tra i sessi troveranno nelle Metamorfosi di Ovidio una sistemazione poetica elegante, ma in epoca romana non mancheranno di stuzzicare la produzione di parafrasi e parodie scurrili del mito.

In una di queste Tiresia, cittadino e marito integerrimo, subisce le ire del dio Apollo, che ha allacciato una tresca con l’avvenente e giovane moglie.
Ferito nell’onore, Tiresia dà in escandescenze il giorno in cui, tornato a casa, scopre i due amanti in flagrante. Nell’accesso d’ira Tiresia arriva a rovesciare sul talamo il contenuto di un braciere provocando ustioni alla virilità del dio, al momento in forma d’uomo. Sofferente e infuriato per tanta mancanza di reverenza, Apollo si vendica trasformando all’istante Tiresia in donna, pensando così di prendere due piccioni con una fava: sbarazzarsi di un infimo rivale e umiliarlo a morte.

Qualche tempo dopo, il dio si ricorda della sua vittima e si reca in incognito a Tebe, pronto a godersi lo spettacolo di un Tiresia caduto in disgrazia e oggetto di scherno.
Resta, perciò, sbigottito trovando l’ex cittadino modello intento a concedersi con evidente soddisfazione prima a un nerboruto carrettiere, poi a un alto magistrato della città.

Costretto a fare la fila confuso in mezzo a un campionario di tebani allupati, finalmente Apollo riesce ad appartarsi e a scambiare quattro chiacchiere con Tiresia. Si arrende così all'evidenza che il mortale non ha alcun rimpianto per ciò che ha perduto, anzi benedice la sventura che le ha fatto scoprire quanto limitate fossero le sue esperienze di uomo rispetto al piacere che il corpo e la mente di una donna possono provare. Malgrado sia un dio, però, Apollo è in imbarazzo: non riesce a simulare un appetito erotico per Tiresia benché quest’ultima s’industri allo scopo. Delusa, Tiresia si lascia sfuggire: “Tra tutti i figli d'uomo belli e brutti, giovani o canuti solo tu, o straniero, ti sei mostrato incerto, incapace di ardere come uno stoppino bagnato e di farmi sentire desiderata, simile a una dea!”

Indispettito, Apollo abbandona il travestimento. Indifferente alle lacrime e alle suppliche, ritrasforma un'affranta Tiresia in uomo, per di più cieco a causa dell'esposizione all'insopportabile fulgore divino.
Tuttavia, punto dal rimorso di essersi comportato in modo meschino e timoroso del giudizio degli altri dei, in extremis Apollo concede a Tiresia il dono della preveggenza.

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domenica, giugno 11, 2017

 

Disumanizzare





Non mi ritengo buonista: mi sta solo sul cazzo chi, dall'alto di una presunta superiorità culturale e morale, con due righe sprezzanti di commento su Facebook disumanizza milioni di persone di cui, ovviamente, sa tutto quel che c'è da sapere.
Agli occhi di questi colti crociati da tastiera gli altri sono il MALE alle porte di casa: se non sono belve sanguinarie sono parenti o complici di belve, infidi sempre e comunque.
Perciò ai loro occhi è innaturale che nascano, crescano, ridano, piangano, sudino, abbiano fame, paura e il mal di denti, si innamorino, abbiano figli e li amino come noi.

Ne discende che per i subumani non valga quel che diceva un Rabbi messo a morte sotto il regno di Tiberio:

E chi è quel padre fra di voi che, se il figlio gli chiede un pane, gli dia una pietra?
O se gli chiede un pesce, gli dia invece un serpente?
Oppure se gli chiede un uovo, gli dia uno scorpione?
"Believe me when I say to you / I hope the Russians love their children too" cantava Sting a metà degli anni '80...

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venerdì, giugno 09, 2017

 

Riina: il sassolino in piccionaia





Art. 27 3º comma Costituzione
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità...

In questi giorni ho letto - ahimè senza il minimo stupore - carrettate di commenti improntati a incredulità, indignazione e livore all’asserita notizia che la Corte di Cassazione aveva aperto un varco alla scarcerazione di Totò ‘o curtu, Salvatore Riina da Corleone, anni 86 e una collezione record di ergastoli da scontare in regime di 41bis per la ferocia sanguinaria con cui ha regnato da capo dei capi della mafia siciliana. La giustificazione di tale gesto di “buonismo" sarebbero state le condizioni terminali di Riina, cardiopatico e affetto da tumore ai reni in stadio avanzato.

È stato scritto che Riina non meritava alcuna pietà o trattamento di favore, inclusa la somministrazione di morfina (sic!), dato che alle decine di vittime ammazzate per strada, sciolte nell’acido o fatte saltare in aria su suo ordine era stata negata quella possibilità di una morte dignitosa che adesso implorava per se.

Una reazione di pancia, scandalizzata, intollerante dinanzi all’ennesimo presunto cedimento dello Stato, all’oltraggio alla memoria delle vittime della mafia, ma anche una reazione superficiale, fuori misura e poco aderente ai fatti.
Va precisato, infatti, che la Cassazione non si è espressa a favore di Riina rispedendo al Tribunale di Sorveglianza di Bologna la sentenza con cui quest’ultimo aveva rigettato l’istanza di differimento della pena o di ammissione agli arresti domiciliari presentata dai legali del boss.
Gli ermellini hanno semplicemente ravvisato che alcuni punti nella motivazione del rigetto erano carenti e contraddittori, ragion per cui la situazione di Riina dovrà essere nuovamente esaminata dal Tribunale di Sorveglianza.

Torniamo al terzo comma dell’articolo 27 della Costituzione. Cosa significa “trattamenti contrari al senso di umanità”?
Non esiste un riferimento univoco a qualche fonte del diritto nazionale o internazionale che aiuti a definire questo concetto, tuttavia una sentenza della Cassazione - la n.165 del 1996 - contiene un passo illuminante:

“perché la stessa restrizione in carcere possa ritenersi contraria al senso di umanità deve verificarsi una situazione di vera e propria incompatibilità tra regime carcerario, comunque disciplinato, e condizioni soggettive del condannato.”

Ed è qui il nocciolo autentico della questione: le condizioni di salute di Riina sono divenute incompatibili con la detenzione?
Le strutture sanitarie interne al carcere di Parma sono in grado di apprestare cure continue e dignitose per cui le esigenze di sicurezza - evidenti nel caso di Riina - possono senz’altro prevalere?
Se la risposta alla seconda domanda è sì non c’è motivo di discutere.
Se la risposta è no, allora neanche alla belva può essere negato il diritto, residuale ma insopprimibile, alla dignità umana.

Parteggiare per la negazione a prescindere di qualsivoglia pietas significa:

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