venerdì, giugno 19, 2026

 

L'armadio senza vergogna


Nella primissima mattina del 10 agosto 1944 a Milano avvenne l’eccidio di Piazzale Loreto. Su ordine del capitano Theodor Saevecke, a capo della Gestapo a Milano e in Lombardia, 15 partigiani detenuti nel carcere di San Vittore vennero fucilati in piazza da un plotone di paramilitari fascisti della “Ettore Muti”.
Accatastati come spazzatura, i cadaveri rimasero esposti sino a tarda sera, oggetto di scherno e vilipendio da parte della milizia repubblichina a guardia del piazzale.

Saevecke e l’alto comando tedesco giustificarono la fucilazione come ritorsione per un camion militare saltato in aria due giorni prima in Viale Abruzzi, applicando il bando del feldmaresciallo Kesselring, comandante supremo delle forze tedesche in Italia, che imponeva l’esecuzione di 10 italiani per ogni soldato tedesco ucciso dai partigiani. Particolare non secondario: nessuna delle vittime dell’attentato di Viale Abruzzi - attribuito ai GAP ma da questi mai rivendicato - era un militare tedesco.
Meno di un anno dopo, Piazzale Loreto avrebbe ospitato lo spettacolo altrettanto brutale e macabro dei cadaveri seminudi di Benito Mussolini e dei gerarchi che l’avevano seguito nel tentativo di fuga.

Gli scheletri nell’armadio

Perché rievocare un crimine di guerra avvenuto 82 anni fa? Perché, come ha indicato in un’interrogazione la deputata Lia Quartapelle, di recente i familiari delle vittime dell’eccidio di Piazzale Loreto si sono visti recapitare un plico contenente la richiesta di restituire le somme corrisposte dallo Stato a titolo di risarcimento.
E qui entra in scena il cosiddetto Armadio della Vergogna.
Fino alla scoperta fortuita avvenuta nel 1994 nell’ex sede del tribunale militare supremo a Roma, un comunissimo armadio sistemato in uno sgabuzzino con le ante addossate al muro aveva occultato gli atti istruttori compiuti dalla magistratura militare italiana sulle stragi nazifasciste, garantendo di fatto l’impunità ai responsabili in Germania e Italia.

Il caso di Theodor Saevecke è paradigmatico di come il diritto alla giustizia fu deliberatamentee sacrificato sull’altare dell’interesse a salvaguardare gli equilibri geopolitici venutisi a creare nell’Europa del secondo dopoguerra.
Reo confesso di esecuzioni di civili e deportazioni di ebrei al momento della cattura da parte degli angloamericani, l’ex ufficiale delle SS non aveva tardato a riciclarsi come agente al soldo della CIA e a fare carriera nella Germania Federale sino a diventare vicedirettore dei servizi di sicurezza sul finire degli anni ’50.
Il curriculum criminale di Saevecke in Polonia, Nordafrica e Italia tornò a galla allorché si inimicò la stampa tedesca con un goffo tentativo d’intimidazione. Nel 1963 la magistratura tedesca chiese la collaborazione delle autorità italiane per verificare le accuse riportate sui giornali. Dopo un palleggio di documenti e responsabilità, il nostro Paese evitò di inviare in Germania la documentazione richiesta.
I dossier usciti dall’Armadio della Vergogna consentirono finalmente di processare e condannare in contumacia Saevecke. A quel punto, però, fu la Germania a fare muro respingendo la richiesta di estradizione. Il criminale di guerra si spense quasi novantenne nel suo letto ad Amburgo.

Questione di vile pecunia?

Tornando all’attualità, la richiesta di restituzione di quanto erogato a titolo di risarcimento sembra segnare un deterioramento in un quadro giuridico già di suo complicato.
Per decenni, infatti, i familiari di vittime delle stragi e di ex deportati si erano dovuti imbarcare in interminabili cause penali e civili ottenendo non di rado sentenze a favore che, però, restavano senza effetto a causa della totale indisponibilità della Germania a farsi carico dei risarcimenti.
Nel 2022, allo scopo di evitare ulteriori frizioni diplomatiche con la Germania, il governo Draghi approvò un DL con cui si stanziava un fondo apposito per i risarcimenti. In questo modo lo Stato italiano si sostituiva a quello tedesco come controparte nelle cause pendenti.
Tuttavia prima la strenua opposizione dell’Avvocatura dello Stato in sede processuale e, in seconda battuta, i ritardi biblici del Ministero dell’Economia nel liquidare i risarcimenti anche a fronte di sentenze passate in giudicato hanno mandato in tilt il sistema. Ora parrebbe addirittura che lo Stato sia passato a fare recupero crediti agendo come se il titolo a beneficiare dei risarcimenti sia stato revocato o si sia estinto.

Al di là dell’importo richiesto indietro, che va da poche migliaia a oltre 200.000 euro, ciò che amareggia e offende è il ceffone assestato alla memoria di persone coraggiose che sacrificarono le loro vite per la liberazione del Paese, ma ancor più insopportabile è lo sberleffo che sembra provenire da quell’armadio che per 40 anni ha reso indisponibile il faldone sull’eccidio di Piazzale Loreto, impedendo ai familiari delle vittime di ottenere in tempi ragionevoli l’allineamento della verità giudiziale a quella storica.

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