martedì, aprile 29, 2008

 

Itri 1911: il colore del sangue


Itri, comune del Lazio meridionale oggi in provincia di Latina ma nella prima decade del secolo scorso collocato in quella di Caserta, fu teatro nel luglio 1911 di un controverso episodio di cronaca nera che ancora oggi è coperto da una cortina di riserbo che sa tanto di rimozione: la “Caccia ai Sardignoli”.


I fatti
Per la realizzazione del quinto tronco della tratta Roma-Napoli, le Regie Ferrovie e le aziende che avevano in appalto i lavori di costruzione della strada ferrata scelsero di avvalersi di circa un migliaio di operai fatti affluire in blocco dalla Sardegna.

Le ragioni di questo reclutamento di massa, apparentemente illogico in un momento storico in cui la forza lavoro a buon mercato non difettava nell’Italia Centro-Meridionale interessata da imponenti flussi migratori in uscita, stavano in un cinico calcolo.
I lavoratori sardi, poveri in canna, analfabeti e sostanzialmente estranei per ragioni storiche, culturali e linguistiche rispetto al resto della popolazione italiana, costituivano una manodopera tutto sommato facile da controllare perché priva di appoggi materiali e morali sul territorio; una manovalanza cui imporre i lavori più duri a un salario inferiore a quello - già misero - di altri operai e condizioni di vita che oggi considereremmo subumane.

Nell’estate del 1911, circa la metà di questi lavoratori sardi si trovava a spaccare e scalpellare pietre nei pressi di Itri, sistemata alla meglio in baracche, tuguri e altri ricoveri di fortuna.

La comunità di Itri guardava con diffidenza e irritazione quest’invasione imposta dall’alto, preoccupata dalla pressione esercitata da quella massa di forestieri male in arnese, chiusi in un loro mondo incomprensibile e alieno, abbruttiti dalla fatica e potenzialmente incontrollabili fuori dal cantiere.
Dagli archivi, infatti, sono emerse le proteste e le richieste di provvedimenti urgenti d’ordine pubblico inoltrate per via gerarchica dai maggiorenti itriani, ovviamente rimaste lettera morta.

A soffiare sul fuoco dell’intolleranza provvidero elementi della malavita collegati o direttamente affiliati alla Camorra, interessati a lucrare il pizzo anche sui magri salari dei lavoratori e indispettiti dal comportamento dei sardi, che avevano reagito alla tentata estorsione organizzando un abbozzo di lega di autodifesa operaia.

Il 12 e 13 luglio 1911, prendendo a pretesto alcuni episodi di frizione tra sardi e residenti, si scatenò nel cuore di Itri la “caccia al sardignolo” cui presero parte attiva anche i notabili locali.
In totale si contarono 8 morti e 60 feriti, tutti sardi.


Vincitori e vinti
Dagli atti del processo che si svolse prima a Cassino e successivamente presso la Corte d’Assise di Napoli, emerge una linea difensiva che invoca come attenuante la ribellione popolare giustificata da presunte violazioni e prepotenze d’ogni sorta patite dai pacifici e laboriosi itriani, colpevolmente lasciati in balia di sardi dipinti come una masnada in preda al delirio dei conquistadores.
Fonti locali arrivano a insinuare che la monarchia sabauda, memore della fedeltà dei sudditi isolani al Regno di Sardegna (!!!), avesse graziosamente concesso agli operai sardi in trasferta nel basso Lazio un implicito salvacondotto per razziare impunemente (sic!).
Non c’è dubbio che tali argomentazioni suonino ridicole, contrarie come sono alla logica e alla storia. Non di meno, a distanza di un secolo dai fatti è forse il momento di andare oltre le forzature di parte e i risentimenti incrociati.

Con tutta probabilità, la manodopera sarda fece le spese della partita a scacchi per il controllo del territorio tra il governo centrale, allora retto da Giovanni Giolitti, e i notabili locali; una contesa che nei territori appartenuti ai Borbone si era chiusa solo formalmente al momento dell’annessione forzata.
D’altra parte, il Regno d’Italia si poneva in continuità con il Piemonte sabaudo nella scarsa considerazione per i sudditi sardi, ritenuti con poche eccezioni “imbarazzanti” per diversità di costumi, miseria e arretratezza. Anche allora, i sardi erano preceduti dalla fama di essere lavoratori infaticabili, però anche caratterialmente difficili, ombrosi, inclini alle zuffe e alla violenza, specialmente se in preda ai fumi dell’alcool.
Sebbene sia un paragone antipatico, politicamente scorretto e antistorico, i sardi immigrati in Terra del Lavoro si ritrovarono a fare i conti con condizioni ambientali durissime, ai limiti della sopravvivenza, rese ancora più critiche da un muro di incomunicabilità, pregiudizio e sospetto: una situazione che per molti versi somiglia a quella delle comunità di rumeni o di slavi insediatesi ai margini estremi delle periferie delle nostre metropoli.
Questo background sfavorevole concorse a ingigantire le incomprensioni tra operai sardi e popolazione itriana: due mondi messi a contatto di colpo, senza alcuna mediazione né una giustificazione che non fosse lo sfruttamento rapace della forza lavoro.

La “Caccia ai Sardignoli” fu una mattanza del povero contro il più povero, mentre chi tirava le fila del gioco, come sempre, restava a guardare a debita distanza, pronto a raccogliere i frutti.

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Comments:
Per combinazione sono stata spesso ad Itri e mi sono sentita spesso raccontare quello che dici. Giulia
 
Mamma mia. Io ero completamente all'oscuro. Se cose così si fossero raccontate più spesso, forse anche le varie mafie italiane sarebbero state neutralizzate
 
Hai fatto benissimo a ricordare questi fatti di cui io ero completamente all'oscuro...
:-(
Daniele (Macca)
 
Caro Copy avevo letto qualcosa al riguardo ma non lo ricordavo e i fatti non li ho mai conosciuti così bene. Hai fatto benissimo a raccontarli e così bene. In questi tempi di immigrazione, sfruttamento, intolleranze la riscoperta di un passato simile e il suo approfondimento è veramente illuminante per capire anche il presente, il futuro e per fare meno errori! Grazie Copy!
 
grazie per avermi fattoi conoscere tale fatto , lo scriverò nel mio blog , nel quale t'inviterò .
 
Certamente è una parte della nostra storia. sarebbe anche utile vedere chi è stato o sono stati gli avvocati che hanno difeso gli imputati itrani. Vado ad Itri qualche volta durante le vacanze estive e devo dire che la storia è raccontata nel senso che gli itrani sono stati aggrediti. Ecco perché risalendo agfli allora avvocati si potrebbe poi risalire agli atti del processo.
 
Prima di realizzare quel post sono andato a documentarmi sulle poche pagine disponibili in rete.
Un buon punto di partenza è la voce Itri su Wikipedia. Invero, l'estensore sembra sposare la ricostruzione "pro-sardi", tuttavia offre link e riferimenti per ampliare la visuale.
 
Sono il nipote dell'avvocato Francesco Manzi che ha difeso "gli itrani". Mia nonna, ora scomparsa come mio nonno, ha vissuto all'epoca i fatti oggetto di sentenza. Bene, mi ha sempre raccontato, dato che era nata il 4 marzo 1899, che la popolazione si ribellò a causa di oggettive aggressioni dei lavoratori sardi che, in preda all'alcol -forse - aggredivano anche famiglie in case coloniche approfittando delle donne. Dai racconti mi diceva che era da uno zio che aveva un bar e circolava voce della rivolta. Ad una certa ora si sentirono suonare le campane (suonate dal sagrestano) e mia nonna di corsa fu accompagnata a casa
dal parroco. Mi raccontava ancora che uno zio, proprietario di una gioielleria si chiuse dentro e teneva il fucile con se puntandolo dalla serratura.Sono storie forse un po' ingigantite ma rumina vera e propria rivoluzione e sollevazione popolare alla quale presero parte anche i "notabili" del paese. Tanti anni sono passati ed é tempo di pacificazione. Gianfranco
 
@Gianfranco - sono perfettamente d'accordo sul fatto che, passato un secolo, la pacificazione sia necessaria.
Pur essendo sardo ho cercato di inquadrare - nei limiti delle fonti accessibili, quasi mai neutrali - un fatto storico nel suo contesto affinché fosse comprensibile e se ne facesse memoria senza rinfocolare sterili polemiche e antagonismi.
 
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