venerdì, aprile 17, 2009

 

Nato morto




Le vicende di Gairo e Osini che ho raccontato nel post precedente sono la dimostrazione di come i paesi siano a modo loro entità vive al di là della pietra, dei mattoni e delle tegole.
I paesi hanno una loro storia che talvolta si intreccia con gli avvenimenti della “grande storia”, ma molto più spesso segue le ordinarie, oscure vicissitudini dei loro abitanti.
I paesi nascono come villaggi, si sviluppano e, se hanno fortuna, prosperano; altrimenti sfioriscono, invecchiano avvizzendo come bozzoli abbandonati, si svuotano e lentamente muoiono, in silenzio.

La Sardegna vanta un suo affascinante “libro dei villaggi perduti”, cancellati da carestie, pestilenze, inimicizie fratricide, incursioni barbaresche, grassazioni, fonti avvelenate da rivalità di campanile o semplicemente abbandonati dagli abitanti in cerca di prospettive di vita meno dure.
Quel libro oggi rischia di arricchirsi di nuovi nomi: quelli dei piccoli centri di montagna, dissanguati a vantaggio delle poche città della costa. Però questo fenomeno abbraccia tutta l’Italia, non solo l’isola.

C’è però un caso che spicca per la sua unicità: quello del paese nato morto.
Mi riferisco a Pratobello, una borgata che da quaranta anni attende inutilmente abitanti mai arrivati o il pietoso colpo di grazia delle ruspe.
Pratobello sorge, isolato, su un piccolo altopiano nel cuore del Gennargentu, in territorio di Fonni, ed è ben visibile da chi percorre la strada statale che collega Lanusei a Nuoro.

La storia, o meglio la non-storia di questo minuscolo borgo si è consumata nel 1969.
Il governo di centrosinistra guidato da Mariano Rumor aveva deciso l'istituzione dell’ennesima servitù militare in Sardegna e, per decreto, aveva disposto la requisizione di centinaia di ettari rientranti nei territori comunali di Fonni e Orgosolo affinché fossero adibiti a poligono di tiro per i reparti di fanteria motorizzata.
Per accogliere le famiglie dei militari di stanza nella nuova struttura venne edificato a tempo record un paesello in miniatura - Pratobello appunto - completo di chiesa, scuole e abitazioni.

Solo che i pascoli requisiti erano considerati vitali dai pastori di Orgosolo, così l’intero paese barbaricino si sollevò andando a occupare i campi contesi.
Il braccio di ferro tra civili orgolesi e forze armate si protrasse per circa un mese. La tensione rischiava di degenerare in qualsiasi momento, così il progetto del poligono venne prima prudentemente sospeso, poi definitivamente accantonato.

Se si esclude l’occupazione di un grande caseggiato da parte dei Carabinieri, durata alcuni anni, Pratobello è rimasto desolatamente vuoto. Qualche casa è stata adibita - non si sa a che titolo - a ricovero per il bestiame e ancora oggi le stradine silenziose sono attraversate di quando in quando solo dagli autocarri e dai fuoristrada degli allevatori fonnesi od orgolesi.

Il paese che non doveva esistere sta andando lentamente in malora e mette malinconia. Sembra un giocattolo abbandonato tra le montagne o un personaggio tragico che, muto, guardi il cielo chiedendo incessantemente il perché di un destino tanto avvilente e senza riscatto.

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Comments:
Destino crudele che accomuna Pratobello a tanti altri piccoli comuni della Sardegna sopra tutto quella interna che lentamente ma desolatamente si sta svuotando. I giovani emigrano in cerca di opportunità che la lor terra non offre. A meno di una inversione di pendenza si può prevedere fra qualche decennio una Sardegna interna regno di cinghiali, mufloni e volpi...Così va il mondo oggi. Ciao, Pietro Atzeni.
 
abitando nel capoluogo io non conosco queste realtà, ma già io ogni tanto mi sento stretta qui...figuriamoci chi abita in paesini sperduti...Cosa si potrebbe fare? Io non ne ho idea...sembra una cosa irreversibile...Questo paesello poi non lo conoscevo, poveretto!

P.S.
contenta di farti sorridere :)
 
@Piero Atzeni
- già, la nostra "madre di pietra" sembra muta, remota e impassibile mentre il suo grembo si svuota.

@La Coniglia
- Nei paesi si ha l'impressione di morire d'asfissia, di essere seduti su un cadavere in decomposizione, di essere destinati a impazzire se non ci si accontenta, se non ci si ridimensiona conformandosi al fatalismo generale.
Ci siamo convinti di essere ultimi, periferici, ininfluenti in tutti i campi perché effettivamente il mondo come l'abbiamo conosciuto - quello dei nostri padri e nonni - è in agonia e non riusciamo a reinventarne uno diverso, che dia di che vivere e un senso alla scelta di restare.
 
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