mercoledì, ottobre 28, 2026

 

Vittorie zoppicanti



In attesa di conoscere l’esito delle elezioni in Israele, bivio cruciale per le sorti politiche e giudiziarie di Benjamin Netanyahu e sul COME (non sul SE) proseguiranno le operazioni militari nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e nel Sud del Libano, provo a fare qualche riflessione senza pretese sulle tornate elettorali appena concluse in Brasile e Serbia.

Brasile

Luiz Inacio Lula da Silva ha nuovamente sovvertito i pronostici della vigilia battendo al ballottaggio lo sfidante Flavio Bolsonaro con uno scarto di circa 4 milioni di voti.
Il sospiro di sollievo nel campo delle Sinistre per l’insperata remuntada è comprensibile, ed è d’obbligo fare tanto di cappello al carisma e alla tenacia dell’ex sindacalista.
Il rinnovato mandato presidenziale, tuttavia, si prospetta ancora più complicato e insidioso del precedente. Lula e il governo federale, infatti, dovranno vedersela con le camere del parlamento brasiliano uscite dalle urne ancora più spostate a Destra, regalando al Partido Liberal del clan Bolsonaro un numero di eletti mai registrato dalla data delle prime consultazioni democratiche post-dittatura (1986). Le Destre, inoltre, ora governano in 12 Stati brasiliani.
Con questi rapporti di forza, sembra inevitabile che Lula avrà non poche difficoltà nel portare avanti un’agenda progressista e di Sinistra senza contrattare e scendere a compromessi con le forze di Destra moderata.

Serbia

La lista degli studenti ha tutto il diritto di festeggiare l’impresa di sconfiggere alle urne il Partito Progressista dell’ex premier ed ex presidente Aleksandar Vučić, abbarbicato al potere da 14 anni.
Ora, però, per i giovani serbi si profila un esame di maturità denso di incognite. Per scelta, nessuno dei promotori del movimento degli studenti si è candidato alle elezioni. Il compito di rappresentare le loro istanze di lotta alla corruzione e all’asservimento delle istituzioni è stato affidato a una lista eterogenea di accademici, manager ed esperti selezionati per le loro competenze professionali, ma perlopiù estranei alla politica attiva.
Si può dire, perciò, che il nuovo governo serbo sarà allo stesso tempo tecnico ed eletto dal popolo; una condizione che se da una parte dovrebbe essere garanzia di discontinuità, dall’altra espone per inesperienza ai rischi di scelte impopolari, tranelli e imboscate parlamentari da parte dell’opposizione.

Si spera che gli studenti serbi facciano tesoro della lezione - dimenticata dai più - dei loro colleghi del Bangladesh.
Non più di due anni fa la repressione nel sangue delle proteste di piazza degli studenti contro la corruzione e il clientelismo dilaganti portò alle dimissioni e alla fuga in India della premier Sheikh Hasina.
Sciolto il parlamento, il governo venne affidato provvisoriamente al Nobel per l’Economia Muhammad Yunus con il compito di indire nuove elezioni e di far ratificare la “Carta nazionale di luglio”, la piattaforma programmatica elaborata dai movimenti studenteschi e sottoscritta da 24 partiti per rifondare le istituzioni statali e prevenire nuovi regimi autoritari.
Sennonché gli impegni assunti sono stati disattesi e la Carta Nazionale è rimasta lettera morta una volta che il Partito Nazionalista del Bangladesh, prese le redini del governo, ha ripristinato le care vecchie abitudini.

In ogni caso per capire se a Belgrado fioriranno le rose oppure spunteranno cetrioli bisognerà attendere che siano chiariti gli orientamenti del nuovo governo in materia di politica interna e internazionale. Personalmente dubito che la Serbia correrà ad abbracciare l’Unione Europea, cambierà idea sul Kosovo e, men che mai, rinnegherà il legame speciale, da figlia prediletta, con la Russia.

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domenica, ottobre 18, 2026

 

L'incidente di Monte Serra e la memoria selettiva



Ai primi di marzo del 1977 avevo appena compiuto 15 anni: un’età in cui sino a qualche giorno fa davo per scontato che le mie capacità di vagliare criticamente e memorizzare le notizie più rilevanti fossero sufficientemente sviluppate. Incespicando casualmente su questo video di Alberto Bonato ho dovuto prendere atto, invece, di aver totalmente rimosso il ricordo di un evento drammatico che occupò per giorni le prime pagine di giornali e TG: l’incidente aereo sul Monte Serra che il 3 marzo 1977 costò la vita a 44 persone.
La spiegazione più elementare di questa défaillance sta nell’assenza di novità che riaccendessero l’attenzione: un silenzio giudiziario e mediatico ininterrotto che, combinato al non essere coinvolto personalmente, mi ha indotto a ritenere inutile conservare il ricordo di un caso archiviato con l’etichetta generica e autoassolutoria della “tragica fatalità”.
La narrazione del video mi ha spiazzato. Spulciando i faldoni dei procedimenti giudiziari, Bonato ha ricostruito una trama sotterranea di incongruenze, anomalie e opacità incompatibile con l'assunto che sull'incidente del Monte Serra non ci sia nulla da scoprire.

Un volo di routine

Alle 15:10 del 3 marzo 1977 un C-130H Hercules dell’Aeronautica Militare decolla dall’aeroporto di Pisa con a bordo 38 allievi dell’Accademia Navale di Livorno, un ufficiale accompagnatore e i cinque membri dell’equipaggio.
Si tratta di un volo a bassa quota della durata stimata in un'ora funzionale a familiarizzare i cadetti di Marina con le condizioni di un eventuale trasferimento per via aerea, ma anche come esame per ripristinare l'idoneità al pilotaggio del secondo pilota, sospesa per non aver maturato un numero sufficiente di ore di volo.
Trascorsi circa 5 minuti dal decollo, tuttavia, l’Hercules va a schiantarsi sul crinale del Monte Serra, massiccio che si interpone tra la piana di Pisa e quella di Lucca, disintegrandosi e prendendo fuoco nell’impatto.
Sull’incidente indagheranno in parallelo la magistratura e una commissione nominata dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica; nessuna delle due riuscirà a fornire una spiegazione del tutto convincente sulle cause dello schianto.

Scartata quasi subito l’ipotesi del sabotaggio, l’indagine civile si indirizzerà su un possibile malfunzionamento del sistema idraulico causato da un’inadeguata manutenzione dell’aereo e reso fatale da un errore dei piloti. La commissione militare escluderà l’inaffidabilità del C-130, attribuendo la responsabilità dell’incidente all’errore umano e alla nebbia che quel pomeriggio avvolgeva il Monte Serra.

L'incomprensibile cambio di rotta

La dinamica degli ultimi istanti di volo è chiara. I piloti vedono i fianchi del Monte Serra sbucare dalla nebbia spaventosamente vicini al muso dell’aereo, che in quel momento sta volando a circa 700 metri di quota. L’unica possibile via di scampo all’impatto imminente consiste nel tentare una cabrata che consenta al C-130 di guadagnare rapidamente quota e scavalcare indenne la vetta della montagna, posta a 917 metri.
I piloti eseguono la manovra d’emergenza aumentando al massimo la spinta dei motori e l’angolo d’attacco, ma ormai è troppo tardi sia per pura mancanza di spazio sia perché i tempi di reazione dell'Hercules sono quelli di un bestione da oltre 34 tonnellate di peso (a vuoto) progettato per trasportare truppe, materiali e mezzi militari, non per il volo acrobatico.

Ciò che non trova spiegazione nelle inchieste è il perché l’aereo si trovava dove non sarebbe dovuto essere.
Resta incomprensibile, infatti, la virata di 60º in direzione NE con cui il C-130 abbandona la rotta prevista dal piano di volo e si inoltra nella valle del Monte Serra invece di costeggiarla dirigendosi poi a SE. Nelle comunicazioni via radio con la torre di controllo l’equipaggio non segnala alcuna avaria o emergenza a bordo che giustifichi tale manovra.
È mai possibile che il primo pilota, aviatore di grande esperienza, abbia deliberatamente ignorato i rischi per l’integrità dell’aeromobile e l’incolumità dei passeggeri derivanti dalla deviazione di rotta? Si può ipotizzare che non fosse seduto ai comandi e perciò non sia intervenuto tempestivamente per correggere l'errore del secondo pilota? Non lo sapremo mai con certezza.

Sfumature di giallo

Nel complesso, dalla ricostruzione offerta dal video sembrano emergere una serie di infrazioni, disapplicazioni o interpretazioni alquanto elastiche dei regolamenti già prima del decollo.
Gli allievi dell’Accademia Navale, infatti, sarebbero dovuti salire su un C-119 ancora in uso presso la 46ma Aerobrigata ma, all’ultimo momento, si opta per il più moderno C-130. Il cambio di programma sarebbe stato deciso allo scopo di agevolare una seconda valutazione sul reintegro al pilotaggio del secondo pilota dopo l’esito parzialmente negativo dell’esame sostenuto in mattinata: in sintesi una corsia accelerata ad hoc disposta forzando le procedure in materia.
Come si è accennato in precedenza, circolavano dubbi sull’effettiva affidabilità dell’Hercules utilizzato, il cui limitato impiego operativo sarebbe stato da imputare a ripetuti interventi di riparazione rallentati dall’indisponibilità delle parti di ricambio.
Nell’immediatezza della sciagura, inoltre, salterà fuori che il secondo pilota dell’Hercules praticava una attività lavorativa extra come rappresentante di preziosi e oggettistica in metallo e ceramica e che nessuno si era mai preso la briga di verificare la sussistenza delle gravi condizioni di salute della moglie addotte dall’ufficiale per beneficiare di prolungati periodi di licenza. Per questo desterà un certo sconcerto che la vedova, data per malata terminale e per cui era stato predisposto un servizio di assistenza medica ai funerali, presenzierà alle esequie apparentemente in buona salute. Volendo esagerare in interpretazioni fantasiose aggiungendo una coloritura in stile spy story, si potrebbe arrivare a sospettare che quella dell'agente di commercio fosse una copertura per giustificare gli spostamenti in giro per l'Italia.

La reputazione dell’Arma Azzurra è messa a rischio dalle indagini, ma sin dalle prime battute si manifestano episodi oscuri e inquietanti che, riletti sotto una luce "complottista", configurerebbero ipotesi di reato in concorso tra cui occultamento e distruzione di prove, falsa testimonianza e falso in atto pubblico. Inoltre, a quanti all’interno dell’Aeronautica si ostineranno a indagare saranno rivolte minacce e fatto il vuoto intorno.
Il quadro che emerge fa pensare a una strategia volta a disinnescare una situazione critica nascondendo prove e sminuendo i fatti prima che facciano troppo rumore o scandalo; una strategia che ha funzionato, accompagnando dolcemente, senza scosse, la memoria dell'incidente del Monte Serra al baratro del dimenticatoio.

Tirando le somme, sarebbe facile abboccare alla suggestiva ipotesi complottista che intravede nella gestione del caso un prologo di quel muro di gomma innalzato meno di tre anni dopo intorno alla strage di Ustica, ma preferisco rifuggire dai voli di fantasia senza paracadute.

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