venerdì, maggio 07, 2010

 

Un Paese per vecchi


«Tutto questo non è reale...»
«Cosa intendi per reale? Sapresti darmi una definizione di realtà?
»
(dialogo tratto da The Matrix)
feet on the airPrima o poi qualcosa cambierà. Qualcosa DEVE cambiare: non si può continuare ad andare di male in peggio. Mi sembra quasi di recitare un mantra postmoderno mentre ripeto questa stolida professione d’ottimismo.
Vorrei che fosse tutta colpa dell’abulia, della stanchezza e del pessimismo cosmico instillati da questa interminabile settimana di pioggia. Nei volti tirati, negli occhi lucidi e nella risata nervosa delle persone che ho intorno, però, scorgo il mio stesso bisogno di evasione, di un po’ di leggerezza e di stupidità che rendano sopportabile la sensazione di tirare a campare in attesa di un cambiamento in meglio che non arriva.

Mi scopro a invidiare quanti non mettono mai in dubbio la versione edulcorata della realtà apparecchiata dalla TV, dove qualsiasi situazione può essere grave ma mai seria e persino le peggiori catastrofi si possono risolvere mettendoci una pezza. Però questa parvenza di normalità va in mille pezzi non appena mi fermo a parlare con qualcuno.
C’è l’amica che non ce la fa più e sogna di poter fuggire lontano. È satura, sfiancata, demotivata dalla mancanza di vie d’uscita al circolo vizioso di un precariato arrotondato con impegni professionali che sacrificano ferie, sabati e feste comandate: tutto per arrivare a fine mese in pareggio, se va bene.
C’è la conoscente che è rientrata dalla maternità per scoprire di essere stata messa alla porta dal titolare.
C’è il ventottenne laureato in economia che fa l'operatore in un call center outbound (quelli che ti chiamano a casa) e si era illuso di aver superato la fase peggiore quando l’avevano assunto a tempo indeterminato. Ora trema, perché i benefici statali e regionali concessi all’azienda per la regolarizzazione dei contratti di lavoro sono esauriti e hanno iniziato a fioccare le lettere di licenziamento.

Non è questa la vita che volevamo per noi:
non questa sensazione di essere compressi nel collo di un imbuto;
non questo costante schiacciamento sul presente;
non questa crescente staticità sociale che rafforza sfacciatamente le oligarchie al potere in politica, nelle aziende, nella finanza, nelle università mentre ci toglie l'aria e la prospettiva di costruire un futuro dignitoso.

L’Italia sta completando la sua trasformazione in un paese per vecchi, dove si spolpa la poca carne rimasta attaccata all’osso invece di programmare il futuro investendo in alta istruzione, nuove energie e ricerca scientifica, scommettendo sulle idee, sulla cultura e sul talento di nuove generazioni finora trattate come vuoto-a-perdere. Da questo punto di vista, la mia Sardegna si è messa in prima fila nella grande marcia all'indietro con l’abbandono di fatto del programma Master & Back.

"Time is by our side" (il tempo è dalla nostra parte) era un grido di battaglia, una convinzione diffusa nelle generazioni emerse negli anni '60 e '70: quale deliziosa illusione! Il tempo non è più dalla nostra parte e forse non lo è mai stato, oppure la mia è solamente un’alterazione percettiva che m'impedisce di comprendere la realtà che mi circonda.

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Comments:
Caro Copy, qui in Sardegna c'è una crisi nera che più nera non si può, così nera che persino uno "stipendio" di 500 euro lordi (LORDI) vengono accolti come un miracolo. Cambierà.
 
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