venerdì, giugno 26, 2026

 

Vecchio cinema Bidone


Nei primi anni ’70 lessi un romanzo venato di horror che mi incatenò alle pagine, costringendomi a fare le ore piccole e facendomi sentire come quei pischelli che quando attraversano una stanza buia si mettono a cantare per nascondere la paura.
Si trattava della versione in italiano di Ammy Come Home, firmato dalla scrittrice statunitense Barbara Michaels.

Fortunosamente ho scovato su YouTube la trasposizione del romanzo nel film per la TV La casa che non voleva morire .
Al netto delle licenze e delle semplificazioni operate sulla trama originale, devo dire che è stata una visione piacevole.
Il divario tra le poche e frammentarie informazioni reperite sul web e i miei ricordi di lettore, tuttavia, mi hanno fatto venir voglia di dedicare tempo, spazio e fatica a un’impresa totalmente inutile e insensata: riassumere a memoria la trama di Ammy Come Home.
Questa premessa vale come disclaimer per te, lettore di passaggio: non rispondo della TUA perdita di tempo.

Ambientazione

Il racconto è ambientato a Georgetown, vivace quartiere storico di Washington DC punteggiato di dimore signorili che hanno conservato il loro aspetto originario, risalente a un periodo che va dalla seconda metà del XVIII ai primi del secolo scorso.

Protagonisti

Nessuno dei quattro sospetta di avere un ruolo nel catalizzare il manifestarsi di presenze arcane e di rischiare l’incolumità fisica e mentale rivivendo un crimine abietto occultato da quasi due secoli.

Ospiti non invitati

La prima avvisaglia di guai paranormali arriva nel corso di una seduta spiritica organizzata a casa di Ruth da alcune conoscenti del professor MacDougal. Durante la seduta, Sarah cade in trance e inizia a mormorare con voce alterata frasi sconnesse cariche di pena, paura e angoscia. Subito dopo la medium spezza la catena urlando di terrore perché percepisce una presenza ostile nella stanza.
Quella notte stessa, inoltre, Ruth ode per la prima volta una voce che invoca il ritorno a casa di qualcuno di nome Amy o Andy. La donna, tuttavia, conclude che si tratti di un vicino che ha smarrito un animale da compagnia.
Nei giorni seguenti Sarah è soggetta a ulteriori episodi di possessione che coincidono con la comparsa di una colonna di fumo gelido che, contorcendosi e infittendosi, sembra minacciare i presenti e mirare in particolare alla ragazza.

in cerca di risposte e soluzioni

Persuasi che i fenomeni paranormali siano in qualche modo legati al passato della dimora, Ruth e gli altri setacciano gli archivi pubblici scoprendo che l’edificio è stato costruito da Douglas Campbell, uno scozzese forse arrivato nelle colonie americane come militare di carriera britannico e successivamente divenuto un rispettabile cittadino della Georgetown di fine Settecento.
La sua morte, avvenuta nell’incendio che aveva parzialmente distrutto l’edificio, aveva alimentato la voce che Campbell fosse impazzito a causa dell’unica figlia fuggita con un ufficiale dell’esercito secessionista americano. Nei diari privati dell’epoca, infatti, Campbell veniva descritto aggirarsi nel cuore della notte intorno alla casa chiamando a gran voce la figlia.

Le manifestazioni sempre più frequenti e minacciose della colonna di tenebra spingono i protagonisti a tentare un esorcismo praticato da un sacerdote amico di lunga data di Pat MacDougal. Il tentativo, però, sembra solo scatenare ancora di più l’aggressività dell’entità.
Quel che è peggio è che in quel frangente diventa palese che Ruth, Sarah e Bruce non possono fare pieno affidamento sul professor MacDougal, suscettibile di essere manipolato e posseduto dallo spettro.

Una figlia cancellata

Ruth e gli altri rinvengono in casa la Bibbia appartenuta a Douglas Campbell, scoprendo nel frontespizio l’albero genealogico di famiglia e le generalità della figlia fuggiasca, il cui nome, tuttavia, diventa leggibile solo raschiando lo strato d’inchiostro con cui era stato depennato.

Le tessere del mistero iniziano a incastrarsi e ad acquistare senso. Tutto fa propendere che lo spirito che parla attraverso Sarah sia quello di Amanda “Ammy” Campbell, la figlia fuggiasca di Douglas.
Lo stato di agitazione e le frasi ripetitive che pronuncia - “Aiuto!!... Non morto... Non può essere morto!” - inducono a pensare che Amanda non sia spirata serenamente nel suo letto circondata da figli e nipoti ma, al contrario, abbia trascorso gli ultimi istanti di vita in un profondo stato di disperazione e di shock dopo essere stata testimone di una morte violenta.
Il principale indiziato per l’entità ostile nella colonna di fumo è invece Douglas Campbell, in apparenza mosso dalla volontà di vendicarsi della figlia ingrata che l’ha abbandonato. Ciò, però, va in conflitto con la voce maschile che, con tono accorato, chiede ad Ammy di tornare a casa.

Amanda & Anthony

Mettendo insieme tutte le informazioni reperite, i quattro protagonisti ricostruiscono il possibile quadro degli eventi.
A vent’anni compiuti, Amanda Campbell sembra rassegnata a un destino da zitella, assorbita com’è dal prendersi cura della casa e del padre rimasto vedovo al momento della sua nascita.
A sparigliare le carte arriva l’incontro galeotto con il giovane capitano Anthony Doyle, di chiare origini irlandesi, forse cattolico e inquadrato nell’esercito che sta muovendo guerra alla corona britannica. Per il reazionario, protestante e morbosamente possessivo Douglas non può esserci potenziale genero più indigesto.

In qualità di attendente del comandante in capo, Doyle viene a conoscenza del coinvolgimento di Douglas Campbell nella cospirazione lealista del 1781. Combattuto tra il dovere di procedere e la consapevolezza che le conseguenze renderebbero impossibile sposare Amanda, Doyle si presenta a casa di Campbell per dargli la possibilità di dimostrare la propria estraneità al complotto.
Da quel momento si perdono le tracce sia del giovane ufficiale sia di Amanda. Doyle finisce annotato nel registro dei disertori e fuggiaschi dell’esercito americano.

la resa dei conti

L’epilogo di quella lontana notte viene definitivamente a galla scavando in un angolo dello scantinato rimasto sigillato da due secoli. Dal pavimento in terra battuta, infatti, emergono i poveri resti di Anthony Doyle e di Amanda Campbell, uccisa dal padre subito dopo aver visto, inorridita, l’amato giacere a terra privo di vita.
In quel momento, lo spettro di Campbell compie un estremo tentativo di proteggere il suo segreto servendosi di MacDougal per eliminare Sarah, Ruth e Bruce.

Nell’impari scontro fisico tra lo snello Bruce e il massiccio professore rivive quello tra Anthony Doyle e Douglas Campbell. Anche Ruth viene messa facilmente fuori causa.
Quando nulla sembra poter impedire al fantasma di aggredire Sarah, ecco che Amanda ha l’ultima parola. Cullando tra le braccia la Bibbia di famiglia, Amanda si rivolge con inaspettata fermezza al padre ammonendolo sull’inutilità di nascondere oltre il suo crimine ed esortandolo a implorare quella misericordia divina che non è preclusa nemmeno a peccatori come lui.

Finale di partita

La ruota del destino ha completato il suo giro; la casa e i suoi occupanti sono finalmente liberi da presenze paranormali e drammi irrisolti.
Con il senno di poi, Ruth e gli altri comprendono il motivo per cui l’esorcismo non ha funzionato. Chi, come Douglas Campbell, era stato in vita un accanito protestante non poteva che respingere un rito che considerava con disprezzo “una buffonata papista”.
Quanto alla voce che chiamava nella notte, l’unica spiegazione è attribuirla ad Anthony Doyle, morto con la coscienza pulita ma angustiato per la sorte di Amanda, il cui spirito intrappolato nell’orrore non trovava la strada di casa e della pace.

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venerdì, giugno 19, 2026

 

L'armadio senza vergogna


Nella primissima mattina del 10 agosto 1944 a Milano avvenne l’eccidio di Piazzale Loreto. Su ordine del capitano Theodor Saevecke, a capo della Gestapo a Milano e in Lombardia, 15 partigiani detenuti nel carcere di San Vittore vennero fucilati in piazza da un plotone di paramilitari fascisti della “Ettore Muti”.
Accatastati come spazzatura, i cadaveri rimasero esposti sino a tarda sera, oggetto di scherno e vilipendio da parte della milizia repubblichina a guardia del piazzale.

Saevecke e l’alto comando tedesco giustificarono la fucilazione come ritorsione per un camion militare saltato in aria due giorni prima in Viale Abruzzi, applicando il bando del feldmaresciallo Kesselring, comandante supremo delle forze tedesche in Italia, che imponeva l’esecuzione di 10 italiani per ogni soldato tedesco ucciso dai partigiani. Particolare non secondario: nessuna delle vittime dell’attentato di Viale Abruzzi - attribuito ai GAP ma da questi mai rivendicato - era un militare tedesco.
Meno di un anno dopo, Piazzale Loreto avrebbe ospitato lo spettacolo altrettanto brutale e macabro dei cadaveri seminudi di Benito Mussolini e dei gerarchi che l’avevano seguito nel tentativo di fuga.

Gli scheletri nell’armadio

Perché rievocare un crimine di guerra avvenuto 82 anni fa? Perché, come ha indicato in un’interrogazione la deputata Lia Quartapelle, di recente i familiari delle vittime dell’eccidio di Piazzale Loreto si sono visti recapitare un plico contenente la richiesta di restituire le somme corrisposte dallo Stato a titolo di risarcimento.
E qui entra in scena il cosiddetto Armadio della Vergogna.
Fino alla scoperta fortuita avvenuta nel 1994 nell’ex sede del tribunale militare supremo a Roma, un comunissimo armadio sistemato in uno sgabuzzino con le ante addossate al muro aveva occultato gli atti istruttori compiuti dalla magistratura militare italiana sulle stragi nazifasciste, garantendo di fatto l’impunità ai responsabili in Germania e Italia.

Il caso di Theodor Saevecke è paradigmatico di come il diritto alla giustizia fu deliberatamentee sacrificato sull’altare dell’interesse a salvaguardare gli equilibri geopolitici venutisi a creare nell’Europa del secondo dopoguerra.
Reo confesso di esecuzioni di civili e deportazioni di ebrei al momento della cattura da parte degli angloamericani, l’ex ufficiale delle SS non aveva tardato a riciclarsi come agente al soldo della CIA e a fare carriera nella Germania Federale sino a diventare vicedirettore dei servizi di sicurezza sul finire degli anni ’50.
Il curriculum criminale di Saevecke in Polonia, Nordafrica e Italia tornò a galla allorché si inimicò la stampa tedesca con un goffo tentativo d’intimidazione. Nel 1963 la magistratura tedesca chiese la collaborazione delle autorità italiane per verificare le accuse riportate sui giornali. Dopo un palleggio di documenti e responsabilità, il nostro Paese evitò di inviare in Germania la documentazione richiesta.
I dossier usciti dall’Armadio della Vergogna consentirono finalmente di processare e condannare in contumacia Saevecke. A quel punto, però, fu la Germania a fare muro respingendo la richiesta di estradizione. Il criminale di guerra si spense quasi novantenne nel suo letto ad Amburgo.

Questione di vile pecunia?

Tornando all’attualità, la richiesta di restituzione di quanto erogato a titolo di risarcimento sembra segnare un deterioramento in un quadro giuridico già di suo complicato.
Per decenni, infatti, i familiari di vittime delle stragi e di ex deportati si erano dovuti imbarcare in interminabili cause penali e civili ottenendo non di rado sentenze a favore che, però, restavano senza effetto a causa della totale indisponibilità della Germania a farsi carico dei risarcimenti.
Nel 2022, allo scopo di evitare ulteriori frizioni diplomatiche con la Germania, il governo Draghi approvò un DL con cui si stanziava un fondo apposito per i risarcimenti. In questo modo lo Stato italiano si sostituiva a quello tedesco come controparte nelle cause pendenti.
Tuttavia prima la strenua opposizione dell’Avvocatura dello Stato in sede processuale e, in seconda battuta, i ritardi biblici del Ministero dell’Economia nel liquidare i risarcimenti anche a fronte di sentenze passate in giudicato hanno mandato in tilt il sistema. Ora parrebbe addirittura che lo Stato sia passato a fare recupero crediti agendo come se il titolo a beneficiare dei risarcimenti sia stato revocato o si sia estinto.

Al di là dell’importo richiesto indietro, che va da poche migliaia a oltre 200.000 euro, ciò che amareggia e offende è il ceffone assestato alla memoria di persone coraggiose che sacrificarono le loro vite per la liberazione del Paese, ma ancor più insopportabile è lo sberleffo che sembra provenire da quell’armadio che per 40 anni ha reso indisponibile il faldone sull’eccidio di Piazzale Loreto, impedendo ai familiari delle vittime di ottenere in tempi ragionevoli l’allineamento della verità giudiziale a quella storica.

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lunedì, aprile 13, 2026

 

Come cambieranno le Danze Ungheresi?



Il giorno dopo la vittoria di Peter Magyar in Ungheria le incognite sono pari alle aspettative. Sull’ex delfino di Orban e il suo partito di centrodestra, virtualmente vicino alle posizioni del PPE in Europa, sono confluiti i voti di TUTTI gli oppositori alla democratura orbaniana, e proprio questo rende la futura gestione di questo ampio ma anche disomogeneo tesoretto di consensi tutt’altro che scontata.

Vorrà Magyar "prendere il toro per le corna" e affrontare il delicato compito di smantellare il sistema di potere autocratico e clientelare costruito da Orban, che ha avuto 16 anni di tempo per consolidarsi in modo capillare nell’economia, nella pubblica amministrazione, nella magistratura e nei media, oppure sceglierà la via più indolore e gattopardesca di un “lifting” che si limiti a sostituire i personggi impresentabili e a smussare gli spigoli più evidenti nelle relazioni tempestose con la UE?

Per l'Unione Europea la vittoria di Magyar è una buona notizia a metà. Sicuramente la sconfitta di Orban alleggerisce le pressioni sui governi dei Paesi chiave del’Unione esercitate dal peso elettorale crescente delle formazioni politiche di estrema destra, dalle ingombranti ingerenze dell'amministrazione Trump e dalla guerra ibrida portata avanti dal Cremlino.
Dopo la Polonia, in teoria il blocco sovranista, euroscettico e filorusso dei “Paesi Visegrád” vede incrinarsi un altro dei suoi pilastri. La fronda di Slovacchia e Repubblica Ceca, tuttavia, è ancora perfettamente in grado di condizionare e inceppare i farraginosi processi decisionali della UE.
Staremo a vedere.

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mercoledì, febbraio 11, 2026

 

Quotation



Citazione da “L’anno della morte di Ricardo Reis”

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venerdì, gennaio 30, 2026

 

Giulio Regeni: giustizia un corno!


Sono trascorsi 10 anni dal ritrovamento del cadavere denudato e sfigurato dalle torture di Giulio Regeni alla periferia del Cairo e la piaga di questo delitto è ancora qui a suppurare.
Nei giorni scorsi un ministro della repubblica si è spinto a lodare la “professionalità” e la “fondamentale collaborazione” dei servizi di sicurezza egiziani a margine di un bilaterale sulla gestione dei flussi migratori; gli stessi apparati che da 10 anni irridono e boicottano sistematicamente gli sforzi della magistratura italiana.

D’altronde, in un decennio governi di ogni colore ci hanno fatto capire in tutte le salse che smuovere la polvere non conviene, che è meglio adeguarsi alla saggezza del manzoniano Conte Zio: "Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire…” e che il diritto - internazionale o nazionale - “vale fino a un certo punto”.
Archiviare la morte di Giulio Regeni come un deprecabile incidente di percorso sarebbe, perciò, un prezzo tutto sommato accettabile da pagare sull’altare della stabilità nello scacchiere mediterraneo e a protezione di commesse militari e contratti strategici per lo sfruttamento di risorse energetiche.

Chi, testardamente, non si allinea alla ragion di Stato e continua a mettersi di traverso a questa china - per inciso la stessa imboccata a suo tempo per l’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin - chiedendo giustizia viene trattato con ipocrita condiscendenza mista a malcelato astio e fastidio.

I due commenti social nello screenshot testimoniano come, a 10 anni di distanza, si continui a rovesciare la responsabilità del crimine sulla vittima, giovane ricercatore sprovveduto e “comunistello” andato in casa altrui a ficcare il naso nel cesto della biancheria sporca.
Avesse avuto meno pretese, se non si fosse fatto abbagliare e ingolosire dal prestigio accademico e dalle risorse finanziarie di un ateneo britannico a quest'ora Giulio Regeni non sarebbe uno spettro che si cerca in ogni modo di esorcizzare e silenziare, eh, su santu de aubi!!

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lunedì, gennaio 12, 2026

 

Sard&brei : storie, leggende, curiosità Parte 2


Secoli di buio

Dall’ottavo all’undicesimo secolo la storia ebraica della Sardegna non sfugge all’oscurità che avvolge l’isola quando l’impero romano d’oriente l’abbandona al suo destino.
La Sardegna piomba in una sorta di limbo, scollegata da quanto sta avvenendo tra Italia ed Europa. Ancora a metà del XII secolo il geografo e viaggiatore arabo al-Idrisi, al servizio del re normanno di Sicilia Ruggero II, annota: “Gli abitanti della Sardegna sono rum (cristiani) Romani d’Africa e Berberi che vivono separati dalle altre nazioni rum”.
L’isolamento viene meno quando il controllo della Sardegna giudicale e delle sue risorse diventa oggetto di contesa tra le repubbliche di Pisa e Genova. Mercanti toscani e liguri, ma anche provenzali e catalani - sia cristiani che ebrei - approfittano del clima favorevole ai commerci stabilendo i loro fondaci nei porti di Cagliari, Bosa e Alghero.

la svolta aragonese

La vera svolta per la presenza israelita inizia con la conquista aragonese di 2/3 della Sardegna a spese dei Pisani, sconfitti ed estromessi dall’isola tra il 1323 il 1326.
Il coinvolgimento degli Ebrei richiede una piccola digressione. Nella penisola iberica si era riversata una quota consistente della Diaspora. Pur tra alterne vicende, la minoranza ebraica era cresciuta sino a diventare la più numerosa, culturalmente vivace e prospera del Mediterraneo occidentale. Basti considerare che nel Trecento si stima che in Spagna vivessero oltre 200.000 Ebrei contro i circa 50.000 presenti in Italia.
Questo spiega l’importanza del sostegno finanziario assicurato dai facoltosi Ebrei catalani e valenzani alla spedizione militare dell’infante Alfonso che materializza il Regnum Sardiniae et Corsicae inventato da Papa Bonifacio VIII. In cambio, il futuro re Alfonso IV e i suoi immediati successori sul trono d’Aragona incentivano l’insediamento ebraico nei nuovi possedimenti sardi concedendo a chi decida di trasferirvisi un’esenzione triennale da alcune imposte.

La politica dei sovrani aragonesi ha successo. L’esempio più evidente è la juharia (giuderia) di Cagliari, la più importante dell’isola, attestata dal 1346 e che alla fine del Quattrocento arriverà a contare circa il 5% della popolazione cittadina.
La collocazione del quartiere ebraico è significativa: gli Ebrei, infatti, vanno a vivere in una porzione della cittadella fortificata costruita dai Pisani a loro uso esclusivo e in cui hanno sede le massime autorità civili ed ecclesiastiche.
Nella Cagliari attuale occorre uno sforzo di fantasia per immaginare le anguste strade intorno al bastione di Santa Croce risuonare del brusio delle conversazioni in catalano o ladino (giudeo-spagnolo) che filtrava da abitazioni e botteghe in un microcosmo che racchiudeva ricchi e poveri, negozianti di cibi kosher e argentieri, medici, notai e prestatori di denaro a tasso d'interesse alla clientela cristiana.

In parallelo, nel Capo di Sopra spicca la juharia de l’Alguer (Alghero). La comunità ebraica e il suo qahal (organo di autogoverno) si segnalano per integrazione nella vita sociale e culturale della “piccola Barcellona”, ripopolata nel 1354 da coloni catalani in sostituzione degli abitanti sardi e liguri espulsi dalla cittadina.
Altre colonie ebraiche sono documentate a Iglesias, Oristano e Sassari.

In equilibrio sul filo del rasoio

Nel complesso, durante il XIV secolo e parte del secolo seguente la condizione degli Ebrei sull’isola è un’estensione di quella codificata negli statuti di Barcellona e delle principali città catalane: vivono confinati in quartiere separato dai cristiani ma non sono sottoposti a particolari restrizioni al movimento o proibizioni all’esercizio di professioni che saranno la norma nei ghetti.
Gli Ebrei, inoltre, godono dello status di Servi della Corona, una forma di protezione regia che li mette al riparo dagli abusi di potere della nobiltà cristiana e del clero. In Sardegna tale protezione si rivelerà più efficace che altrove. Le fonti, infatti, non riportano notizia di pogrom o espulsioni di massa che, invece, accompagnano in Europa il dilagare della peste nera a metà del Trecento.
La minoranza ebraica sarda viene risparmiata anche dall’ondata di saccheggi, massacri e conversioni forzate che nel 1391 si abbatte su città e villaggi di Castiglia, Aragona e Baleari, lasciando dietro di sé una tragica scia di sangue e terrore.

Non si deve, però, incorrere nella falsa impressione che la situazione degli Ebrei sull’isola fosse invidiabile e solida.
Lo scenario della Sardegna tra il XIV e il XV secolo è drammatico. Uscita dissanguata dalla pestilenza, l’isola non solo non dà segno di resilienza ma sprofonda in una spirale di crisi economica e demografica causata dalle devastazioni della guerra tra Aragonesi e Giudicato di Arborea, che imperversa sino al 1420, e dall’imposizione del sistema feudale iberico.
In poche parole sono tempi grami anche per quanti, come gli Ebrei di Sardegna, risiedono in prevalenza nei pochi centri urbani di rilievo.

Gli Ebrei, inoltre, hanno imparato a loro spese che la tolleranza e la protezione dei governanti - siano essi califfi musulmani o monarchi cristiani - si pagano mostrandosi pacifici e collaborativi verso le pretese delle autorità locali in materia di tasse su cimiteri e sinagoghe, licenze, dazi ecc. e, a maggior ragione, verso le richieste di contributi ordinari o straordinari che provengono dalla corona.
Coltivare la benevolenza del re poteva non dare i frutti sperati o addirittura ritorcersi contro gli Ebrei alla morte del sovrano, come avviene nel 1369 nel regno di Castiglia e León.
A Pietro detto “Il Crudele”, scomunicato per i suoi atteggiamenti anticlericali e il favore accordato agli Ebrei, succede il fratellastro fratricida Enrico di Trastamara. Questi per gran parte del suo regno infierisce e "fa cassa" sugli Ebrei castigliani con multe, confische e misure discriminatorie, punendoli per il sostegno fornito a Pietro.

I re cattolici: cala il sipario

Sarà un pronipote di Enrico di Trastamara, Ferdinando IIIl Cattolico”, a far saltare definitivamente il sistema che aveva regolato la convivenza tra Ebrei e cristiani nei reami spagnoli.
Nato nel 1452, erede ai troni di Aragona, Navarra, Sardegna e Sicilia in virtù del complicato incastro di matrimoni e successioni tra casate reali, Ferdinando di Trastamara-Aragona viene educato per essere un comandante militare, un diplomatico e un cattolico intransigente; oggi diremmo un cristiano fondamentalista.

Ferdinando II
Nel 1475 sposa la futura regina di Castiglia e León Isabella sfidando la contrarietà del suocero: passo decisivo nel processo di fusione tra le due corone di Spagna.
Sebbene si sia scritto di un suo lontano retaggio ebraico trasmesso dalla linea materna, una volta salito al trono (1479) Ferdinando II mette in chiaro di considerare i sudditi non cattolici alla stregua di ospiti non graditi, inconciliabili con la sua visione del regno. Difatti raddoppia la tassa annuale a carico delle comunità  ebraiche e i contributi straordinari per guerre e spedizioni militari legate alla Reconquista.
Di comune accordo con la consorte, inoltre, chiede e ottiene da Papa Sisto IV l’autorizzazione a istituire in Spagna un Tribunale della Santa Inquisizione di nomina regia, affidandone l’organizzazione al tristemente noto frate domenicano Tomás de Torquemada.

All’atto della capitolazione di Granada, ultimo bastione musulmano nella penisola iberica, Ferdinando e Isabella siglano il Decreto dell’Alhambra (31 marzo 1492) che mette gli Ebrei di tutti i possedimenti spagnoli davanti a un’alternativa secca: restare, abiurando e ricevendo il battesimo, o subire la confisca dei beni ed essere espulsi.
Così alla scadenza del 31 luglio 1492 dai porti della Sardegna salpano le ultime navi cariche di esuli ebrei in cerca di rifugio in Italia (Napoli, Palermo, Stato Pontificio, Livorno, Ducati di Urbino, Ferrara e Mantova, Venezia), sulle coste del Nordafrica e presso l’impero ottomano. La popolazione ebraica della Sicilia condividerà lo stesso destino appena un anno dopo.

Sardegna marrana: siamo tutti parenti?

Se la parabola degli Ebrei in Sardegna si conclude ufficialmente nel 1492, la cultura e le tradizioni ebraiche sopravvivono per generazioni, sia pure in forme occulte e travisate, in seno alle famiglie ebree convertitesi al cattolicesimo pur di non abbandonare le loro case e gli affetti.
Nella sua “Storia degli ebrei in Sardegna” il canonico Giovanni Spano quantificava in circa 5.000 gli Ebrei che lasciarono per sempre l’isola, mentre mancano informazioni sul numero degli Ebrei conversi, che con tutta probabilità fu cospicuo.

In Spagna questi “nuovi cristiani”, chiamati spregiativamente marrani (da porco/carne di maiale, sinonimo di individuo di dubbia integrità morale, spergiuro, impostore) furono mal tollerati, soggetti a delazioni e denunce all’Inquisizione in quanto sospettati di praticare in segreto l’ebraismo.
Specie sotto la guida di Torquemada, migliaia di loro furono processati e condannati a morte con l’accusa di essere ricaduti nella miscredenza dopo aver abbracciato la fede cristiana.
Al contrario, in Sardegna i conversi passano indenni il vaglio dell’Inquisizione, insediatasi a Cagliari nel 1493 presso il convento di San Domenico e poi trasferitasi in contrada Is Stelladas, nelle campagne fuori le mura del capoluogo.
La macchina repressiva agli ordini dell’inquisitore Sancho Marin non tarda a produrre un clima di terrore nell’isola, ma le denunce e i processi istruiti riguardano in massima parte casi di credenze e pratiche “magiche” ereditate dai culti pre-cristiani e di presunta stregoneria.

Come mai tale diversità di trattamento? Si può ipotizzare che in Sardegna gli Ebrei anoussim (convertiti sotto costrizione) siano stati particolarmente accorti nel dissimulare la loro doppia vita, che i loro vicini di casa, compaesani e persino parroci abbiano badato alle qualità delle persone più che alla stretta conformità religiosa (mi piacerebbe pensarlo) oppure che Ebrei e Sardi fossero mescolati al punto di far recedere le autorità da propositi persecutori.
Quest’ultima opzione potrebbe trovare supporto in questo post della professoressa Giuliana Mallei.
Dalla consultazione del registro fiscale relativo alla tassa annua che ogni suddito ebreo era tenuto a versare alla corona, conservato negli archivi reali di Spagna, emergerebbe inaspettatamente una lista di contribuenti dai cognomi squisitamente sardi o molto diffusi in Sardegna.
La professoressa riporta i cognomi Addari, Alba, Arba, Aroni, Bacchis, Campus, Casula, Deiana, Depau, Elias, Farina, Gaias, Lai, Lecca, Macis, Mameli, Manca, Mancosu, Matta, Mossa, Nonnis, Olla, Pala, Piga, Raccis, Salis, Sanna, Sarais, Secci, Serra, Tedde, Tola, Urru, Zara, Zurru e Zizi, puntualizzando che si tratta di un elenco non esaustivo.
In sostanza, la tesi è che nelle vene di pressoché tutti i Sardi scorrerebbe una percentuale di sangue israelita.
«Siamo tutti parenti» era il mantra di un ometto d’età indefinibile che tanti anni fa passeggiava sulle strade del mio paese munito di bastone e di quel disarmante sorriso infantile di chi è rimasto bambino nel corpo di un adulto. Chissà che nella sua innocenza non avesse ragione.

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