lunedì, ottobre 10, 2022

 

In memoria di Antonio Russo, reporter scomodo e dimenticato



La mattina del 16 ottobre 2000 il cadavere di Antonio Russo, 40 anni, reporter free lance e collaboratore di Radio Radicale, veniva trovato sul ciglio di una strada poco frequentata a circa 25 km da Tbilisi, capitale della Georgia.
L’esame autoptico accerterà che il corpo del reporter, apparentemente integro, presentava lo sfondamento della cassa toracica e diffuse lesioni agli organi interni compatibili con un pestaggio condotto con tecniche in uso presso unità militari specializzate. Inoltre, l’alloggio di Russo a Tbilisi risultò svaligiato da ignoti che avevano fatto sparire bloc-notes, articoli, registratore, videocamera, nastri audio e video e il telefono satellitare, disdegnando denaro e altri oggetti di valore.

Qui finiscono le poche certezze: a distanza di 22 anni la morte di Antonio Russo è rimasta un cold case archiviato e, in larga misura, dimenticato. Le indagini condotte dalla Procura di Roma e dagli inquirenti georgiani, infatti, si conclusero in un nulla di fatto.
A questo punto, però, è necessario chiarire chi era Antonio Russo e cosa l’ha condotto a morire in Georgia.

Un reporter anomalo e scomodo

Antonio Russo approda al giornalismo alla fine degli anni ’80 proveniente dall’esperienza politica nelle file dei giovani federalisti e dei Radicali. E’ un reporter “anomalo” a cominciare dal rifiuto di sottostare alla trafila per l’iscrizione all’albo dei giornalisti. Malgrado la mancanza del tesserino, che talvolta gli verrà fatta pesare trattandolo da “abusivo”, Russo impara sul campo il mestiere dell’inviato di guerra seguendo i conflitti in Algeria, Rwanda, Zaire, Bosnia e Kosovo.

A Pristina, Antonio Russo è l’ultimo giornalista occidentale a lasciare la città nonostante i bombardamenti e l’ultimatum impartito da Slobodan Milosevic. Sa di essere finito nel mirino delle autorità di Belgrado a causa delle sue corrispondenze per Radio Radicale in cui denunciava le operazioni di pulizia etnica contro i kossovari di etnia albanese. Così quando le truppe serbe iniziano i rastrellamenti casa per casa, si mette in salvo rocambolescamente salendo su un convoglio di profughi diretto verso la Macedonia del Nord. Rimasto bloccato al confine, viene dato per disperso finché non raggiunge Skopje a piedi.

Le posizioni sul conflitto in Kosovo e sull’intervento militare della NATO espresse senza alcuna concessione alla diplomazia in collegamento con Radio Radicale e con il talk show Moby Dick di Michele Santoro procurano a Russo più problemi che benefici anche in Italia, tant'è vero che alla stazione ferroviaria di Mestre, di ritorno da un convegno a Treviso, viene riconosciuto, contestato e malmenato da un gruppo di pacifisti reduci da una manifestazione anti-NATO svoltasi ad Aviano.

Cecenia

Antonio Russo si trasferisce nella Repubblica di Georgia allo scopo di seguire, attraverso canali non ufficiali, la seconda guerra cecena.
Entrare in Cecenia a ostilità iniziate senza essere giornalisti accreditati da Mosca significava rischiare di essere passati per le armi sul posto dalle forze russe oppure finire catturati e uccisi dai separatisti musulmani perché scambiati per spie.
Malgrado la frontiera sia sigillata, Russo ricava dalle informazioni che filtrano in Georgia la conferma della volontà di Putin di sradicare il focolaio islamista nel Caucaso definitivamente e a qualsiasi costo, incluso il ricorso ad armamenti e tattiche di controguerriglia in deroga alle convenzioni internazionali.

Pochi giorni giorni prima di essere assassinato, Russo telefona ai familiari annunciando il rientro in Italia e accenna di aver acquisto un video scioccante sulle atrocità commesse dall’esercito russo e dai suoi alleati ceceni del clan Kadyrov. Secondo alcuni amici, il reporter avrebbe ottenuto le prove dell’impiego di granate all’uranio impoverito oppure di torture e massacri su donne e bambini; si tratta, però, di mere supposizioni.

Nonostante l’assenza di prove, è plausibile che Russo con quell’ultima telefonata a casa abbia firmato la propria condanna a morte. Resta un mistero insondabile come un inviato di guerra esperto abbia potuto lasciarsi andare al telefono a rivelazioni tanto incaute, quasi avesse deciso di sfidare la sorte mettendo alla prova la reattività degli apparati di intelligence russi o di altri Paesi.

Al di là di un'incongruenza forse rivelatasi esiziale, Antonio Russo merita di essere ricordato per il suo essere stato un hombre vertical, spigoloso, scomodo ma anche eticamente integro nell'assolvere la professione di giornalista e inviato di guerra.
«Fondamentalmente dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna sempre tener presente che chi è dall’altra parte deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere.»

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martedì, settembre 06, 2022

 

diffamazione online: quella sporca latrina



Sabato 3 settembre Cloudflare, azienda che si occupa di web hosting e sicurezza digitale, ha annunciato di aver interrotto la fornitura di servizi al forum Kiwi Farms.
Se questa notizia vi ha lasciato perplessi o indifferenti niente paura: probabilmente ancora non sapete cosa sia e come operi Kiwi Farms.

Permettetemi una premessa chiarificatrice. Di regola i fornitori di servizi tecnici sono rigorosamente agnostici nei confronti dei comportamenti e delle convinzioni dei clienti, astenendosi dal dare giudizi morali e dal surrogare le autorità competenti intervenendo con autonome iniziative censorie.
La presa di posizione di Cloudflare, perciò, rappresenta una extrema ratio giustificata da ragioni di gravità e urgenza, ovverosia la percezione che l’aggressività virtuale degli utenti di Kiwi Farms stesse per trasformarsi in una minaccia REALE alla vita di una persona.

Cos’è Kiwi Farms

Frequentando i social network vi sarete senz’altro fatti un’idea di cosa siano i troll e il cyberbullismo. Kiwi Farms combina il peggio di queste due categorie.
Creato nel 2013 da un ex administrator del controverso 8Chan, paradiso dei teorici delle cospirazioni, degli estremisti di Destra nonché una delle più malfamate discariche di internet, Kiwi Farms ospita e promuove campagne di molestie, persecuzione, calunnia, minacce e istigazione al suicidio.
Le vittime in genere sono scelte tra donne, rappresentanti di determinate minoranze quali esponenti LGBTQ o soggetti affetti da disturbi dello spettro autistico che, a giudizio degli utenti di Kiwi Farms, sarebbero del tutto immeritevoli delle attenzioni ricevute in campo artistico o nel sociale.

Una volta concordato il bersaglio, i frequentatori di Kiwi Farms mettono all’opera la panoplia delle tattiche per molestare, screditare e angosciare la vittima, i suoi familiari, amici e collaboratori.

In alcuni casi in cui il bersaglio della campagna - vuoi per problemi personali, vuoi perché prostrato dal sentirsi costantemente diffamato, minacciato e braccato - è giunto a togliersi la vita, Kiwi Farms ha celebrato l’evento intestandosene il merito. Ed è qui che si colloca, preventivamente, la sofferta decisione di Cloudflare di venire meno alla propria neutralità mettendo apertamente i bastoni tra le ruote a una campagna d’odio che stava degenerando.

A questo punto dovrebbero essere evidenti due cose:
a) che le macchine del fango come Kiwi Farms non sono affatto innocue, bolle virtuali in cui sfogare le pulsioni più sordide;
b) che ci si muove su un crinale sdrucciolevole ogni qual volta si sfiora la libertà di espressione o si avanzano nuove proposte per regolamentare responsabilità e poteri dei provider sui contenuti generati dagli utenti.
A chi non piacerebbe una Rete decontaminata dagli sversamenti di liquami tossici? Anche ipotizzando che tale risultato sia raggiungibile, il punto è: quale prezzo siamo disposti a pagare?

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martedì, agosto 30, 2022

 

Chi di GALSI ferisce...



Era inevitabile che, con le quotazioni del metano sul libero mercato schizzate alle stelle e il timore di un futuro prossimo di ristrettezze con i rubinetti dei metanodotti russi chiusi da Mosca, si riesumasse con rimpianto il ricordo del progetto - abortito - del gasdotto Algeria-Italia, noto come GALSI.
Nei giorni scorsi, infatti, eurodeputato eletto con la Lega ha presentato un’interrogazione per chiedere alla Commissione Europea chiarimenti in merito al GALSI, ricevendo in risposta il rabbuffo della Commissaria all’Energia, l’estone Kadri Simson, che ha avuto vita facile nel puntare il dito sull’incapacità dei governi italiani di utilizzare i 120 milioni di euro stanziati dall’Europa, non spesi e perciò tornati nel bilancio UE.

Cosa era, sulla carta, il GALSI?

Il progetto, sviluppato in partnership da Sonatrach, Edison, ENEL, Wintershall, Hera Trading, Sfirs (finanziaria della Regione Sardegna) e Snam Progetti, prevedeva la realizzazione di un gasdotto dai giacimenti nell’entroterra algerino sino a Piombino, dove il metano sarebbe stato immesso nella rete energetica nazionale.
Il percorso si sarebbe snodato per quasi 600 km attraverso condutture sottomarine e per circa 270 km in una dorsale a terra in Sardegna, con il territorio tagliato quasi in diagonale da SW (Porto Botte) a NE (Olbia).
Per il completamento dell’opera erano previsti 20 anni di lavori per un costo complessivo che stimato intorno ai 4 miliardi di €.
A pieno regime per il GALSI sarebbero fluiti 8 miliardi di metri cubi di gas metano l’anno: un contributo al fabbisogno energetico nazionale sostanzioso anche se non risolutivo, stante che i consumi annui di gas naturale in Italia sono nell’ordine di oltre 76 miliardi di mc, e in ogni caso una mossa intelligente in un’ottica di diversificazione dei fornitori.

Perché il GALSI non è decollato?

Questa è la parte più complicata del racconto. Spulciando gli articoli d’archivio risalenti a una dozzina e passa di anni fa è difficile destreggiarsi tra polemiche nimby, interrogativi legittimi, strategie idi mercato e decisioni prettamente politiche.

In discussione c’era la reale convenienza dell’opera. Le analisi di mercato, infatti, portavano a dubitare che anche nel lungo periodo le quotazioni del metano avrebbero avuto rialzi tali a rendere profittevole l’investimento; Edison, uno dei principali partner, fu la prima a mettere le mani avanti in questo senso.

Diverso è il discorso sulla vita operativa del gasdotto, legata allo stato delle riserve di idrocarburi nei giacimenti algerini. Se la stima di 25 anni prima dell’esaurimento era corretta, anche qualora fossero stati rispettati i tempi di consegna gli 8 miliardi di mc di gas sarebbero stati garantiti per un lasso di tempo di 5 anni o poco più.
Ne sarebbe valsa comunque la pena?
Sì, se si pensa alla nostra dipendenza energetica che rende attrattivi i giacimenti off-shore non ancora coltivati nell’Adriatico benché le stime sulle loro riserve di idrocarburi siano piuttosto modeste. Secondo alcuni esperti, se si sfruttassero tutti i giacimenti presenti sul territorio italiano si arriverebbe a coprire per alcuni anni circa il 10% del fabbisogno energetico in luogo dell’attuale 6% (3,3 miliardi di mc).

Ci sarebbero, poi, i controversi capitoli dell’impatto ambientale e del rapporto sacrifici/benefici per la Sardegna, non a caso gli argomenti su cui maggiormente infuriarono le polemiche.
L’attraversamento del territorio isolano avrebbe inevitabilmente comportato sacrifici notevoli in termini ambientali, di espropri e di limitazioni alle attività.
Anche prestando fede alle rassicurazioni sul ripristino ambientale presenti nel progetto, quali sarebbero state le contropartite per l’isola? Sulla carta NIENTE.
Nessuna royalty, dato che il gas sarebbe stato estratto all’estero, e non un solo mc del metano trasportato, di cui si prevedeva solamente il transito.
La metanizzazione della Sardegna, con le reti gas che tuttora coprono solo un numero irrisorio di comuni, non era un problema di competenza del GALSI. I costi - improponibili - di realizzazione degli allacci e delle diramazioni sarebbero stati, perciò, totalmente a carico delle casse comunali, consortili o regionali. Ancora di recente i vertici dell’ENEL hanno ribadito che nel futuro energetico della Sardegna non c'è posto per il metano (en passant, una manna per il GPL distribuito in bombole e bomboloni).
Era da scartare anche la possibilità di ottenere come partita di giro sconti sulle forniture alle imprese isolane energivore perché si dava per scontato che ciò avrebbe fatto scattare la mannaia dell’Unione Europea sugli "aiuti di Stato".

A torto o a ragione, pertanto, il GALSI si presentava come un progetto per molti versi solido e sensato, sfidante dal punto di vista ingegneristico ma mai del tutto convincente sotto il profilo della sostenibilità ambientale, economica e sociale. In altre parole, una mega infrastruttura difesa poco e male dagli stessi proponenti e - vista dalla Sardegna - l’ennesima servitù imposta all’isola.

Dal punto di vista politico, infine, è quanto mai probabile che il GALSI sia stato sacrificato dai governi succedutisi dal 2011 in poi un po’ per il mutato quadro economico mondiale e nazionale, con l’onda della recessione arrivata dagli USA e il debito pubblico italiano messo sotto stretta sorveglianza dall'Europa, un po’ perché, per una convergenza di interessi tra imprese e partiti, si scelse di andare al risparmio affidandosi al metano russo, conveniente e disponibile pronta cassa.

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giovedì, agosto 25, 2022

 

La schiavitù raccontata in prima persona



Se avete una certa età probabilmente ricorderete “Radici”, successo televisivo tratto dal bestseller dello scrittore afroamericano Alex Haley.
Rispetto alla saga familiare ricostruita nel romanzo di Haley, “The Life of Omar ibn Said” si colloca a monte. Questa autobiografia scritta in arabo, infatti, recuperata dopo oltre un secolo da un baule conservato in Virginia e acquisita dalla Biblioteca del Congresso, rappresenta una rara testimonianza in prima persona della tratta degli schiavi e della schiavitù.

1807: il venticinquenne Omar Ibn Said, membro di un’agiata famiglia senegalese, ben istruito e avviato a una carriera da Ālim (esperto in teologia, esegesi coranica e diritto) viene catturato da una banda di negrieri che fa strage lungo il percorso verso la costa, dove viene imbarcato nella stiva di una nave pronta a salpare per gli Stati Uniti.

Dopo oltre due mesi di navigazione in condizioni disumane, Omar viene sbarcato e venduto come schiavo al mercato di Charleston (Carolina del Sud). Per sua sfortuna, finisce nelle grinfie di uno schiavista locale crudele e incline alla violenza che Omar, in seguito, descriverà come senza un briciolo di umanità e totalmente privo di rispetto sia per la religione che per il Dio dei cristiani.

Omar riesce a scappare, ma la sua fuga termina a Fayetteville (Carolina del Nord), dove viene sorpreso intento in preghiera all’interno di una chiesa.
Imprigionato, Omar suscita scalpore mettendosi a scrivere in arabo sui muri della cella, smentendo il luogo comune che voleva gli schiavi africani selvaggi, carenti sul piano intellettivo e del tutto illetterati. Questo attira l’attenzione del facoltoso generale James Owen, che acquista Omar.

Consapevole di aver acquisito uno schiavo colto e musulmano, secondo lo spirito pio e "illuminato" dell’epoca Owen dona a Omar una copia della Bibbia tradotta in arabo.
Dal canto suo, Omar è abile nel compiacere il nuovo padrone mostrando di volersi integrare nella famiglia e nella comunità. Nel 1821 si fa battezzare, divenendo così un rispettato membro della locale chiesa presbiteriana.
Dal diario, però, appare chiaro che Omar applicò la Taqiyya, ossia la facoltà di simulare la conversione a un'altra religione e di adottare i costumi degli infedeli in presenza di un pericolo grave o di una persecuzione. Nella sua copia della Bibbia, infatti, annotò shure e passi del Corano o invocazioni rituali ad Allah, ovviamente incomprensibili per i membri della congregazione.

La scrittura del diario in arabo viene intrapresa da Omar quando ha superato la sessantina. L’autobiografia, infatti, è introdotta da queste righe: “Mi hai chiesto di scrivere la mia vita... Molto ho dimenticato del mio passato, così come della lingua araba. Non so più scrivere nella grammatica corretta o secondo i canoni del vero idioma. Perciò ti prego, fratello mio, in nome di Dio non biasimarmi perché sono un uomo dagli occhi deboli e dal corpo fiaccato”.
Omar ibn Said muore all’età di 94 anni.

Sebbene non esista una stima precisa sul numero di musulmani condotti come schiavi negli USA, è presumibile che lo fossero oltre il 40% degli africani catturati nelle nazioni equatoriali affacciate sul Golfo di Guinea.
In larghissima parte, la religione professata in Africa prima della riduzione in schiavitù è stata tra gli elementi identitari più velocemente cancellati sin dalla prima generazione; ciò a causa della convergenza tra le pressioni esercitate dai proprietari bianchi e un fenomeno di auto-censura e rimozione di un ricordo insieme doloroso e pericoloso.

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lunedì, giugno 13, 2022

 

Teach the adults well



Nell'epoca dei Social la memoria rischia di essere labile come quella della pesciolina co-protagonista di un noto film di animazione. Per questo mi sono permesso di fare, a futura memoria, il copia e incolla di un lungo "rocchetto di filo" (thread composto da più tweet concatenati) sull'insegnamento a un corso di formazione per adulti di Lari (@La_Ri71) che mi ha colpito.
Buona lettura.



Questo pomeriggio ho consegnato il diploma alla mia classe: la A19. Quella che ha iniziato con me e finito con me. 280 ore di formazione serali, con la neve, la pioggia, l’afa. Questo pomeriggio ho detto loro: “Ciao” ma avrei voluto dire altro. Ad esempio: “Mi mancherete tanto”.

Insegnare ad un adulto è complicato. Non per la didattica, per le metodologie, per gli orari. Formare un adulto è complesso perché bisogna tenere in considerazione un bagaglio spesso trascurato; le loro emozioni.

Così, il 15 febbraio 2020, quando siamo partiti, io in aula mi sono ritrovata 18 uomini per lo più scontenti, quasi incattiviti. Perché loro, lì, non ci volevano venire. Perché a un certo punto il mercato del lavoro a loro dice: “È necessario almeno il diploma di base”. E loro, che sanno lavorare bene, sanno farlo davvero bene, a scuola invece non sanno starci. Quella sera, quella dell’accoglienza del “ecco i libri” del “istituiamo le regole?”, loro avrebbero voluto essere da qualsiasi altra parte, ma non lì.

E allora bisogna lavorare sulle emozioni che queste persone provano, bisogna capire cosa li blocca, quali sono le resistenze. E non è né semplice né veloce; da fare. Perché non si può mica chiedere, a M., ad esempio, “Ehi, che c’è che non va?” perché M. non avrebbe risposto, nella migliore delle ipotesi. E allora si scoprono le resistenze strada facendo. Lezione dopo lezione, ora dopo ora. Guardandoli. Soprattutto guardandoli.

Guardandoli ho visto che M., sempre lui, non sapeva scrivere molto bene il suo nome, il suo indirizzo. Che quando leggeva segnava con il dito la riga e muoveva contemporaneamente le labbra scuotendo la testa. Che quando dicevo: “Scrivete questo” lui non scriveva mai.

Guardandoli ho visto che C. e G. non si sopportavano. Troppo diversi, troppo distanti.
C. così possente così muscoloso arriva da Santo Domingo e la lingua italiana la parla ancora un po’ approssimativamente. G. viene da Caserta e soffre immensamente la lontananza da casa. C. quando si arrabbia parla in spagnolo, G. quando si arrabbia tira fuori certe espressioni che io ogni volta gli chiedevo: “Ma che hai detto?”.

C. e G., sempre strada facendo, sono diventati inseparabili.
C. quando abbraccia G. rischia di incrinargli qualche costola, perché G. è piccino e magro magro. Guardandoli ho capito che non era fattibile parlare solo di matematica. Che questi uomini così male assortiti così perfettamente professionali così immensamente vivi avevano bisogno anche di altro.

Un altro fatto di: “Prof ho ricevuto questa lettera, non so come devo rispondere”, “Prof puoi correggere i compiti di mia figlia? Io non ci capisco niente e lei ha l’interrogazione”, “Prof siamo stati sulla piattaforma tanto, possiamo fare altro?”, “Prof questa sera ce la fai ascoltare la trasmissione del calcio in radio?”.

Guardandoli ho capito che la didattica è anche questo, che insegnare a un adulto a volte significa mettere da parte il programma e considerare le loro emozioni. Che insegnare a un adulto significa, anche, dover fare i conti con la vergogna. Un’emozione forte ed invalidante. E io, la vergogna, la loro, l’ho sentita: viva e veemente. L’ho sentita quando li guardavo scrivere, utilizzare la calcolatrice, girare le pagine dei libri. E nessuno dovrebbe mai provare vergogna, perché la vergogna è un’emozione feroce. Perché chi si siede dietro a un banco dovrebbe sentirsi in qualunque modo; mai in difetto.

Questo pomeriggio io li ho salutati. Li ho chiamati uno per uno, sul piccolo palco, a ritirare quel pezzetto di carta che sono certa, oggi hanno apprezzato. Che sono certa oggi sono riusciti a capire quanto valore ha. Che non è quello del mercato del lavoro, no. È il valore del sacrificio, della fatica, dell’investimento, della costanza e della vergogna che ingiustamente hanno provato.

Oggi, per la prima volta, li ho visti arrivare accompagnati dalle loro mogli, dai figli. Li ho guardati; vestiti non da lavoro ma con la giacca la camicia le scarpe eleganti.
G. e C. si sono stretti forte. Per un attimo ho temuto per l’incolumità di G. C., però, ha imparato le frazioni ma anche ad abbracciare “moderatamente”. M. che fatica a scrivere ma io l’ho visto salire su una piattaforma con l’eleganza di una ballerina della Scala. Oggi indossava una camicia bianca elegantissima, si è avvicinato e mi ha detto: “Prof, questa è mia moglie. È bella vero?”.

Lei si è un po’ vergognata, si vedeva che era a disagio. Lui le ha preso la mano e le ha detto: “Non ti vergognare. La Prof lo dice sempre, che non ci si deve vergognare. Che la vergogna nasce dalla nostra sensazione di sentirci un po’ spaesati, fuori contesto, inadeguati. Ma tu sei bella davvero, guardati attorno, sei la più bella!”.

Perché loro, in questi due anni, non hanno solo imparato a calcolare, a ragionare “matematicamente”. In questi due anni hanno imparato, loro e io con loro, a guardare. Spesso oltre. Ed esiste qualcosa di più bello di più intenso che imparare, di nuovo, a guardare? A guardare oltre? Guardarsi e riscoprirsi. Vestiti con abiti nuovi. Quelli della indulgenza.

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giovedì, marzo 24, 2022

 

Gagauzia e l’Europa dell’Est delle piccole storie complicate



bandiera gagauzia

L’invasione russa dell’Ucraina ha risvegliato dolorosamente la consapevolezza di come, a 30 anni dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’assetto di tutta l’ampia fascia di Europa Orientale che va dalle repubbliche baltiche a Nord ai contrafforti del Caucaso a Sud-Est sia fragile e precario. E’ comprensibile, perciò, che nazioni come la Georgia e la Moldova siano in fibrillazione temendo che l’orso russo non si accontenti di appendere lo scalpo dell’Ucraina alla cintura ma abbia mire espansionistiche anche nei loro confronti.

La piccola e pacifica Moldavia/Moldova, poco più vasta del Belgio, solo negli ultimi anni ha cominciato a risalire la china dalla devastante crisi economica post-indipendenza che ha portato circa il 25% della popolazione a emigrare nel ventennio 1990-2010 (i moldavi sono la terza comunità straniera in Italia). Farebbe volentieri a meno, perciò, di essere riportata con le buone o le cattive nell’orbita di Mosca e, se solo potesse, sceglierebbe di entrare nell’Unione Europea anche domani.
A preoccupare e condizionare Chişinău non c’è solo la storica spina nel fianco della repubblica (separatista) di Transnistria, che le forze russe potrebbero facilmente utilizzare come testa di ponte, ma anche la situazione nella entità territoriale autonoma della Gagauzia, dove le spinte secessioniste e filo-russe sono sempre sul punto di deflagrare.

Gagauzia???

Hai mai sentito parlare della Gagauzia?” è quasi una domanda retorica. Senza l’aiuto di Google e Wikipedia, la stragrande maggioranza degli italiani ignora l’esistenza di quest’angolo del Sud della Moldova a due passi dal confine con l’Ucraina meridionale.

In fondo non c’è da stupirsi: si tratta di un territorio prevalentemente rurale con una superficie che è meno della metà del nostro Molise, spezzettato in diverse exclavi e la cui la città capoluogo, Comrat, conta poco più di 20.000 abitanti.
In altre parole, se la Moldova ultimamente vanta un crescente numero di estimatori come meta turistica low cost e la fosca Transnistria incuriosisce con le sue atmosfere sovietiche alla “Goodbye Lenin”, la Gagauzia sembra quasi volersi nascondere agli occhi del mondo.

La scena, però, cambia se si pensa che a un’ora e mezza di macchina dalla capitale Chişinău la Repubblica Moldova (quasi) cessa di esistere. Formalmente si resta in territorio moldavo, non ci sono valichi di frontiera da superare e il paesaggio agricolo non muta. Tuttavia spariscono il moldavo (variante del rumeno) e l’alfabeto latino, sostituiti dal russo e dal cirillico, benché la lingua nativa sia il gagauzo, un idioma strettamente imparentato con il turco, l’azero, il turkmeno e lo uiguro.
Su circa 150.000 abitanti della regione, infatti, l’etnia maggioritaria (82%) è quella dei Gagauzi, popolo di origini turciche ma di religione cristiano-ortodossa insediatosi nell’area in un momento imprecisato del medioevo. Dal 1994, inoltre, la Gagauzia gode di un’ampissima autonomia amministrativa con lo status di entità territoriale autonoma, per dare un'idea qualcosa di più simile a uno stato federato che a una regione a statuto speciale.

Nazionalismi e separatismi “tattici”

Proprio l’autonomia ci porta al nocciolo della questione gagauza e, più in generale, al modo in cui nazionalismi, indipendentismi e il risiko della geopolitica interagiscano creando situazioni di conflitto semi-permanente (vedi Transnistria, Donbass, Abkhazia e Nagorno-Karabakh). Procediamo con ordine per non perdere il filo.
Al tracollo dell’URSS la Repubblica di Moldova, dichiaratasi indipendente, puntò a soddisfare due aspirazioni nazionaliste a lungo covate: riunificarsi con la Romania e de-russificare cultura e società imponendo il moldavo come lingua nazionale e l’alfabeto latino in luogo del cirillico.
Tali dichiarazioni d’intenti, fortemente simboliche, scatenarono le rivolte dei Russi e degli Ucraini stabilitisi in Transnistria e dei Gagauzi perché interpretate come volontà di imporre un’omologazione culturale e di ridurli allo status di minoranza linguistica. Transnitriani e Gagauzi preferivano mantenere i loro tradizionali legami di fedeltà alla Russia, riconoscenti alla compianta URSS che per settant’anni li aveva fatti sentire cittadini sovietici con pari diritti e dignità, almeno sulla carta.

A differenza della Transnistria, tuttavia, la secessione proclamata dalla Gagauzia nel 1992 non sfociò in un conflitto armato ma venne riposta nel cassetto nel 1994 con la concessione dell’autonomia.
Razionalmente era nell’interesse reciproco continuare a convivere, ancorché da separati in casa. Dopo la perdita della Transnistria, infatti, la Moldova non intendeva affrontare le conseguenze di un secondo, umiliante smembramento territoriale. Per la Gagauzia in gioco c’era lo sbocco per le sue produzioni agricole (vino, olio di girasole, ortofrutta, carne, lana), troppo limitate in volumi e periferiche per essere competitive su mercati esteri quali quello russo, ucraino o rumeno.

Sicuramente quasi tre decenni di recessione e feroce stagnazione economica non hanno giovato alla popolarità dello stato moldavo in Gagauzia. D’altro canto, le autorità gagauze hanno lavorato in senso contrario, portando avanti un’agenda politica filo-russa gradita alla popolazione e apertamente sostenuta da Mosca, cui si è aggiunta l'apertura alla cooperazione con la Turchia.

Se vi state chiedendo come mai due potenze regionali come Russia e Turchia si interessino a una regione piccola, povera e di scarsa rilevanza strategico-militare, la risposta è semplice.
Per la Federazione Russa l'allineamento ai suoi interessi della Gagauzia è importante per avere in mano una leva (la minaccia della seccessione) con cui ostacolare ed eventualmente bloccare l’inviso percorso di avvicinamento della Moldova alla UE.
Per la Turchia di Erdogan, che negli ultimi anni ha finanziato l’apertura di scuole e centri culturali nonché il rifacimento della rete idrica, il beneficio consiste invece nel rafforzare la narrazione neo-ottomana della "Turchia faro e patrono dei popoli turcofoni".

C’è, però, un altro punto di vista da considerare: quello dei Gagauzi. Per chi governa a Comrat danzare sul filo del rasoio tra autonomia e separatismo significa disporre di un potere contrattuale superiore al proprio peso specifico; vuol dire avere le spalle coperte dall’orso russo, flirtare con la Turchia e allo stesso tempo non rompere definitivamente con la Moldova, approfittandone per raccogliere tutti i vantaggi possibili.
Si tratta di una “politica dei tre forni” rischiosa in una parte d’Europa dove situazioni e rapporti di forza possono evolversi in modo repentino, ma per ora ha ampiamente pagato in termini di consenso popolare.
Basti pensare che nel 2014 in Gagauzia si tenne un referendum consultivo nonostante il parere di incostituzionalità dell’alta corte moldava. Sull’onda dell’annessione della vicina Crimea alla Russia, salutata in Gagauzia come un trionfo con gran sventolio di bandiere russe e gagauze, la popolazione si espresse “a maggioranza bulgara” (tra il 96 e il 98%) per il NO all’adesione della Moldova alla Unione Europea, Sì all’unione doganale con Russia, Bielorussia e Ucraina proposta da Mosca e Sì alla indipendenza da Chişinău.
L’ipotesi di un allargamento delle operazioni militari russe alla Moldova appare al momento uno scenario di fantapolitica ma, casomai si concretizzasse, è difficile pensare che la lealtà dei Gagauzi non vada spontaneamente a Mosca.

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