martedì, agosto 25, 2026

 

Rivivere il dramma di una donna di 2000 anni fa



Verso YouTube nutro sentimenti contrastanti: mi irritano profondamente l’affollamento pubblicitario che massacra ogni riproduzione e la profilazione a cui sono sottoposto volente o nolente; però talvolta la piattaforma mi fa scoprire video di buona fattura su argomenti che m’interessano di cui, altrimenti, non verrei a conoscenza.
È questo il caso della serie TV britannica “History Cold Case UK” prodotta da Banijay, della quale sono disponibili solo alcuni episodi della prima e della seconda stagione.

La serie è incentrata sulle indagini del Center for Anatomy and Human Identification con sede a Dundee (Scozia): un team multidisciplinare di scienziati, storici, antropologi ed esperti in medicina forense specializzato nel fare luce su casi oscuri del passato del Regno Unito.
Ovviamente si può storcere il naso davanti a una narrazione semplificata e snellita per rispettare i tempi di un documentario e tenere alta la soglia d’attenzione di un pubblico eterogeneo. Il rigore del metodo scientifico applicato nelle indagini, tuttavia, non viene diluito o svilito, né le tecnologie (TAC, datazione C-14, analisi del DNA e dei depositi sui denti, ricostruzione digitale dei volti) sono spacciato per armi infallibili nelle mani di medici legali-Avengers .
Ciò premesso, senza ulteriori indugi passo a parlare dell’episodio che più mi ha impressionato: la donna sepolta con tre neonati a Baldock.

Una macabra scoperta

Baldock è un comune del Hertfordshire situato a una cinquantina di km a nord di Londra. Dal neolitico al medio evo il terreno fertile e pianeggiante avevano fatto di Baldock un importante riferimento per i commerci e sede di culto. Quell'antica e documentata prosperità, però, è stata del tutto cancellata, nascosta nel sottosuolo all'insaputa dei residenti.
Questo spiega perché nel 1989 venne disposta una ricognizione archeologica preliminare su dei terreni destinati alla costruzione di nuove abitazioni. La campagna rivelò la presenza di una necropoli non censita e databile alla dominazione romana, le cui tombe vennero scavate e fotografate e i relativi reperti, sia umani che di corredo funebre, catalogati e conservati per esami più approfonditi.

Una sepoltura in particolare attirò l’attenzione. Al di sotto della tomba di un individuo di sesso maschile, infatti, venne scoperta un’ulteriore fossa scavata ad angolo nella quale erano presenti gli scheletri di una donna e tre neonati.
Il macabro ritrovamento alimentò da subito domande a cui era arduo dare risposta. Chi era quella donna? Di cosa era morta? Perché era stata deposta su un fianco anziché supina? Come interpretare la presenza di tre neonati in punti diversi della tomba?
Inoltre, la collocazione della sepoltura, disallineata rispetto alle altre e all’estremità della necropoli, era forse parte di un rituale volto a impedire allo spirito di una donna considerata “problematica” di tornare dall’oltretomba a turbare la comunità?

Ricomporre il puzzle

A distanza di decenni dal rinvenimento, l’esame autoptico eseguito dal team del Center for Anatomy and Human Identification confermò che lo scheletro adulto apparteneva a un soggetto di sesso femminile, di bassa statura (circa 1 metro e 30 cm) e che al momento del decesso aveva un’età stimata intorno ai 30 anni. Non si riscontravano evidenze di morte violenta, patologie, denutrizione e gravidanze. Quanto ai neonati, le misurazioni ossee erano in linea con gestazioni portate a termine.

Ricomporre un puzzle con tante tessere mancanti o ambigue richiese tempi lunghi dovuti principalmente all’attesa dei risultati della datazione al radiocarbonio e delle analisi genetiche che, tuttavia, una volta pervenuti fornirono indizi utili ma non risolutivi.

villaggio celtico

Il DNA estratto era troppo compromesso per ricostruire il profilo genetico della donna e stabilire il grado di consanguineità con i tre neonati.
La datazione delle ossa da una parte fissava un arco temporale a cavallo tra I e II secolo d.C., ossia nel contesto di una provincia saldamente in mano a Roma, dall'altra lasciava impregiudicata l'alternativa tra appartenenza a una tribù celtica e provenienza da qualche regione dell'impero.
Come vedremo a breve, dirimere l’aspetto “etnico” non era una questione marginale se si considera che quattro secoli di dominazione di Roma non stravolsero né annullarono la distanza tra le usanze sociali celtiche praticate dalla maggioranza della popolazione e la cultura greco-romana adottata dalle élite e nelle principali città.

La svolta

Un contributo fondamentale alla soluzione del caso arrivò dal consulto di un’autorità accademica nelle pratiche magico-superstiziose diffuse tra i Romani e altri popoli dell’evo antico.
A giudizio dell’esperta la deposizione su un fianco non solo non rientrava tra gli “esorcismi” a protezione dei viventi, ma neppure andava interpretata come manifestazione di disapprovazione post-mortem. Al contrario, la composizione della salma suggeriva rispetto verso la defunta in quanto era la postura più confortevole per il riposo di una donna dal ventre appesantito e ingrossato da una gravidanza avanzata.

Queste indicazioni, unite al sopraggiunto esito delle analisi sui residui dentali che descriveva una dieta coerente con le abitudini della popolazione celtica rurale, chiarirono la sequenza degli eventi. Tutto ciò che era apparso anomalo o incongruo ora acquisiva senso e la dimensione di un dramma frequente persino ai giorni nostri: il decesso per complicanze di una partoriente, tanto più incinta di tre gemelli.

L’ipotesi trovò conferma in un riesame dello scheletro: la minuta e matura donna di Baldock effettivamente rientrava nei casi abbastanza rari - in media 1 ogni 10.000 - di gravidanza trigemellare.
Ancora oggi questo evento comporta rischi di aborto e di complicanze sia per la gestante che per i nascituri, tanto da far preferire il parto cesareo a quello naturale. 2.000 anni fa la donna celta andò incontro al suo destino non avendo accesso alle cure e ai metodi cruenti e brutali, ma talvolta efficaci in caso di pericolo di morte della partoriente, dell’ostetricia romana.

La gravidanza arrivò felicemente a termine e la donna entrò in travaglio assistita dalle parenti e da chi nel villaggio assolveva il ruolo di levatrice.
Il primo gemello venne alla luce, ma il secondo si presentò in posizione podalica andando a ostruire il canale del parto. Si può solo immaginare l’infelice, indebolita da ore se non giorni di doglie, esaurire ogni residua stilla di energia sino a perdere conoscenza e morire.

Il decesso della donna fissò la sorte dei tre neonati. Per quanto possa suonare crudele, il padre o le autorità del villaggio decisero che il bimbo partorito non aveva speranze di sopravvivenza. Il suo cadavere fu deposto sulle spalle della madre all'altezza della nuca. Il secondo venne espulso nel processo di decomposizione finendo tra le ginocchia della defunta. il terzo gemello, morto nella vana attesa del suo turno, rimase invece a contatto con il grembo materno.

Dopo la scienza

Il team scientifico ha condiviso i risultati dell’indagine con gli abitanti di Baldock in un incontro pubblico. Una volta rimossa la cappa di mistero, la vicenda della madre e dei suoi tre gemelli ha suscitato sentimenti di compassione e vicinanza verso l'antica "concittadina", resi ancora più forti dalla ricostruzione digitale del volto della defunta.
Il team, inoltre, ha rivelato di aver mandato ad analizzare il DNA dell’uomo che occupava la sepoltura soprastante sospettando che si trattasse del compagno della donna nonché padre dei tre gemelli, ma di non aver ottenuto riscontri sufficienti.
Esaurito il compito della scienza e raggiunti gli obiettivi di divulgazione, si può sperare che per i poveri resti mortali sia arrivato il momento di lasciare definitivamente gli scatoloni per essere trasferiti in un luogo dove riposare indisturbati.

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venerdì, giugno 26, 2026

 

Vecchio cinema Bidone


A metà degli anni ’70 mi capitò tra le mani un romanzo venato di horror che mi incatenò alle pagine, costringendomi a fare le ore piccole e facendomi sentire come quei pischelli che mentre attraversano una stanza buia si mettono a cantare per nascondere che se la stanno facendo sotto dalla paura.
Si trattava della versione in italiano di Ammy Come Home, racconto firmato dalla scrittrice statunitense Barbara Michaels.

Fortunosamente ho scovato su YouTube la trasposizione del romanzo nel film per la TV La casa che non voleva morire. Al netto delle licenze e delle semplificazioni operate sulla trama del libro, devo ammettere che è stata una visione piuttosto piacevole.
Il divario tra le poche e frammentarie informazioni reperite sul web e i miei ricordi di lettore, tuttavia, mi hanno fatto saltare il ghiribizzo di dedicare tempo, spazio e sudore a un’impresa totalmente inutile: riassumere a memoria la trama di Ammy Come Home.
Questa premessa vale come disclaimer per te, lettore di passaggio: non rispondo della TUA perdita di tempo.

Ambientazione

Il racconto è ambientato a Georgetown, vivace quartiere storico di Washington DC punteggiato di eleganti dimore che hanno conservato l'architettura originaria, risalente a un periodo che spazia dalla seconda metà del XVIII ai primi del secolo scorso.

Protagonisti

Nessuno dei quattro sospetta di avere un ruolo nel catalizzare il manifestarsi di presenze arcane, tanto meno di rischiare l’incolumità fisica e mentale indagando su un crimine rimasto occultato per due secoli.

Ospiti indesiderati

La prima avvisaglia di seri problemi con il soprannaturale arriva nel corso di una seduta spiritica organizzata a casa di Ruth da alcune conoscenti del professor MacDougal. Durante la seduta, Sara cade in trance e inizia a mormorare con voce alterata frasi sconnesse cariche di pena, paura e angoscia. Subito dopo la medium spezza la catena cacciando un urlo di puro terrore perché percepisce una presenza ostile nella stanza.
Quella notte stessa, nel dormiveglia Ruth sente una voce che invoca il ritorno a casa di qualcuno di nome Amy o Andy. La donna, tuttavia, conclude che si tratti di un vicino che ha smarrito il suo animale da compagnia.
Nei giorni seguenti Sara è vittima di ulteriori episodi di possessione che coincidono con la comparsa di una colonna di fumo gelido che, contorcendosi e infittendosi, sembra minacciare i presenti e prendere di mira in particolare la ragazza.

In cerca di risposte e soluzioni

Convintisi che i fenomeni paranormali siano in qualche modo legati al passato della dimora, Ruth e gli altri iniziano a setacciare gli archivi pubblici di Washington scoprendo che l’edificio era stato costruito da Douglas Campbell, uno scozzese forse arrivato nelle colonie americane come militare di carriera britannico e successivamente divenuto un rispettato cittadino della Georgetown di fine Settecento.
La sua morte nell’incendio che aveva parzialmente distrutto l’abitazione aveva alimentato le dicerie secondo cui Campbell era impazzito a causa dell’unica figlia fuggita con un ufficiale dell’esercito indipendentista. Nei diari privati dell’epoca, infatti, Campbell veniva descritto aggirarsi intorno alla casa nel cuore della notte chiamando a gran voce la figlia.

Le manifestazioni sempre più frequenti e minacciose della colonna di tenebra spingono i protagonisti a tentare un esorcismo officiato da un sacerdote cattolico amico di lunga data di Pat MacDougal. Il rito, però, ottiene solo di aizzare l'ostilità dell’entità.
Inoltre, in quel frangente Ruth, Sara e Bruce sono costretti a fare i conti con una scomoda verità: il professor MacDougal è pericolosamente permeabile all'influenza manipolatrice dallo spettro.

Una figlia cancellata

Nelle loro ricerche Ruth e gli altri rinvengono in casa la copia della Bibbia appartenuta a Douglas Campbell, trovando nel frontespizio l’albero genealogico di famiglia e le generalità dell'unica figlia, il cui nome, tuttavia, diviene leggibile solo raschiando lo spesso strato d’inchiostro con cui era stato cancellato.

Le tessere del mistero iniziano a incastrarsi e ad acquistare senso. Dopo qualche iniziale riserva, non c'è più dubbio che lo spirito che comunica attraverso Sara sia quello di Amanda “Ammy” Campbell, la figlia fuggiasca di Douglas.
L'evidente turbamento e le frasi ripetitive che pronuncia - “Aiuto!!... Non morto... Non può essere morto!” - lasciano pensare che Amanda non sia spirata serenamente nel suo letto circondata dall'affetto di figli e nipoti ma, al contrario, abbia trascorso gli ultimi istanti di vita in un profondo stato di disperazione e di shock dopo essere stata testimone di una morte violenta.
Il principale indiziato per l’entità ostile nella spirale di fumo è, invece, Douglas Campbell, apparentemente mosso dalla volontà di vendicarsi della figlia ingrata. Ciò, però, contrasta con il tono accorato della voce che chiede ad Ammy di tornare a casa.

Amanda & Anthony

Mettendo insieme tutte le briciole di informazione raccolte, i quattro protagonisti ricostruiscono il possibile quadro degli eventi.
A vent’anni compiuti, Amanda Campbell può considerarsi avviata a un destino da zitella, assorbita com’è dal prendersi cura della casa e del padre rimasto vedovo all'atto della sua nascita.
A sparigliare le carte è l’incontro con il giovane e galante capitano Anthony Doyle, di chiare origini irlandesi, forse anche cattolico e inquadrato nell’esercito che sta muovendo guerra alla corona britannica; per il reazionario, protestante e morbosamente possessivo Douglas non poteva esserci pretendente più sgradito.

In qualità di attendente del comandante in capo, Doyle viene a conoscenza del coinvolgimento di Douglas Campbell nella cospirazione lealista del 1781. Combattuto tra il dovere di procedere e la consapevolezza che le conseguenze renderebbero impossibile sposare Amanda, Doyle si presenta a casa di Campbell per dargli la possibilità di chiarire la sua posizione e dimostrare la sua estraneità al complotto.
Da quel momento si perdono le tracce sia del giovane ufficiale sia di Amanda Campbell. Doyle finisce nel registro dei disertori ricercati dall’esercito americano senza alcuna annotazione successiva.

La resa dei conti

L’epilogo tragico di quella lontana notte viene definitivamente a galla ispezionando un angolo dello scantinato rimasto sigillato per quasi due secoli. A poca profondità sotto la superficie in terra battuta, infatti, vengono alla luce i poveri resti di Anthony Doyle e Amanda Campbell, uccisa dal padre dopo aver visto, sconvolta e inorridita, il corpo senza vita dell'amato.
Lo spettro di Campbell compie un estremo tentativo di proteggere il suo segreto servendosi di Pat MacDougal per eliminare Sara, Ruth e Bruce.

Nello scontro impari tra lo smilzo Bruce e il massiccio professore rivive quello tra Anthony Doyle e Douglas Campbell. Anche Ruth viene messa rapidamente fuori combattimento.
Quando sembra che nulla possa impedire al fantasma di aggredire Sara, ecco che Amanda ha l’ultima parola. Cullando tra le braccia la Bibbia di famiglia, Amanda si rivolge con inaspettata fermezza al padre rammentandogli l’inutilità di nascondere il suo crimine agli occhi di una giustizia superiore ed esortandolo a implorare quella misericordia divina che non è preclusa nemmeno a peccatori come lui.

Finale di partita

La ruota del destino ha completato il suo giro; la casa e i suoi occupanti sono finalmente liberi da presenze sinistre e drammi irrisolti.
Con il senno di poi, Ruth e gli altri comprendono il motivo per cui l’esorcismo non aveva funzionato. Chi, come Douglas Campbell, era stato in vita un accanito protestante non poteva che respingere un rito che disprezzava come "buffonata papista”.
Quanto alla voce che chiamava Ammy nella notte, l’unica spiegazione è attribuirla ad Anthony Doyle, morto con la coscienza pulita ma angustiato per la sorte di Amanda, il cui spirito intrappolato nell’orrore non trovava la strada per tornare a casa e riposare in pace.

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venerdì, giugno 19, 2026

 

L'armadio senza vergogna


Nella primissima mattina del 10 agosto 1944 a Milano avvenne l’eccidio di Piazzale Loreto. Su ordine del capitano Theodor Saevecke, a capo della Gestapo a Milano e in Lombardia, 15 partigiani detenuti nel carcere di San Vittore vennero fucilati in piazza da un plotone di paramilitari fascisti della “Ettore Muti”.
Accatastati come spazzatura, i cadaveri rimasero esposti sino a tarda sera, oggetto di scherno e vilipendio da parte della milizia repubblichina a guardia del piazzale.

Saevecke e l’alto comando tedesco giustificarono la fucilazione come ritorsione per un camion militare saltato in aria due giorni prima in Viale Abruzzi, applicando il bando del feldmaresciallo Kesselring, comandante supremo delle forze tedesche in Italia, che imponeva l’esecuzione di 10 italiani per ogni soldato tedesco ucciso dai partigiani. Particolare non secondario: nessuna delle vittime dell’attentato di Viale Abruzzi - attribuito ai GAP ma da questi mai rivendicato - era un militare tedesco.
Meno di un anno dopo, Piazzale Loreto avrebbe ospitato lo spettacolo altrettanto brutale e macabro dei cadaveri seminudi di Benito Mussolini e dei gerarchi che l’avevano seguito nel tentativo di fuga.

Gli scheletri nell’armadio

Perché rievocare un crimine di guerra avvenuto 82 anni fa? Perché, come ha indicato in un’interrogazione la deputata Lia Quartapelle, di recente i familiari delle vittime dell’eccidio di Piazzale Loreto si sono visti recapitare un plico contenente la richiesta di restituire le somme corrisposte dallo Stato a titolo di risarcimento.
E qui entra in scena il cosiddetto Armadio della Vergogna.
Fino alla scoperta fortuita avvenuta nel 1994 nell’ex sede del tribunale militare supremo a Roma, un comunissimo armadio sistemato in uno sgabuzzino con le ante addossate al muro aveva occultato gli atti istruttori compiuti dalla magistratura militare italiana sulle stragi nazifasciste, garantendo di fatto l’impunità ai responsabili in Germania e Italia.

Il caso di Theodor Saevecke è paradigmatico di come il diritto alla giustizia fu deliberatamentee sacrificato sull’altare dell’interesse a salvaguardare gli equilibri geopolitici venutisi a creare nell’Europa del secondo dopoguerra.
Reo confesso di esecuzioni di civili e deportazioni di ebrei al momento della cattura da parte degli angloamericani, l’ex ufficiale delle SS non aveva tardato a riciclarsi come agente al soldo della CIA e a fare carriera nella Germania Federale sino a diventare vicedirettore dei servizi di sicurezza sul finire degli anni ’50.
Il curriculum criminale di Saevecke in Polonia, Nordafrica e Italia tornò a galla allorché si inimicò la stampa tedesca con un goffo tentativo d’intimidazione. Nel 1963 la magistratura tedesca chiese la collaborazione delle autorità italiane per verificare le accuse riportate sui giornali. Dopo un palleggio di documenti e responsabilità, il nostro Paese evitò di inviare in Germania la documentazione richiesta.
I dossier usciti dall’Armadio della Vergogna consentirono finalmente di processare e condannare in contumacia Saevecke. A quel punto, però, fu la Germania a fare muro respingendo la richiesta di estradizione. Il criminale di guerra si spense quasi novantenne nel suo letto ad Amburgo.

Questione di vile pecunia?

Tornando all’attualità, la richiesta di restituzione di quanto erogato a titolo di risarcimento sembra segnare un deterioramento in un quadro giuridico già di suo complicato.
Per decenni, infatti, i familiari di vittime delle stragi e di ex deportati si erano dovuti imbarcare in interminabili cause penali e civili ottenendo non di rado sentenze a favore che, però, restavano senza effetto a causa della totale indisponibilità della Germania a farsi carico dei risarcimenti.
Nel 2022, allo scopo di evitare ulteriori frizioni diplomatiche con la Germania, il governo Draghi approvò un DL con cui si stanziava un fondo apposito per i risarcimenti. In questo modo lo Stato italiano si sostituiva a quello tedesco come controparte nelle cause pendenti.
Tuttavia prima la strenua opposizione dell’Avvocatura dello Stato in sede processuale e, in seconda battuta, i ritardi biblici del Ministero dell’Economia nel liquidare i risarcimenti anche a fronte di sentenze passate in giudicato hanno mandato in tilt il sistema. Ora parrebbe addirittura che lo Stato sia passato a fare recupero crediti agendo come se il titolo a beneficiare dei risarcimenti sia stato revocato o si sia estinto.

Al di là dell’importo richiesto indietro, che va da poche migliaia a oltre 200.000 euro, ciò che amareggia e offende è il ceffone assestato alla memoria di persone coraggiose che sacrificarono le loro vite per la liberazione del Paese, ma ancor più insopportabile è lo sberleffo che sembra provenire da quell’armadio che per 40 anni ha reso indisponibile il faldone sull’eccidio di Piazzale Loreto, impedendo ai familiari delle vittime di ottenere in tempi ragionevoli l’allineamento della verità giudiziale a quella storica.

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lunedì, aprile 13, 2026

 

Come cambieranno le Danze Ungheresi?



Il giorno dopo la vittoria di Peter Magyar in Ungheria le incognite sono pari alle aspettative. Sull’ex delfino di Orban e il suo partito di centrodestra, virtualmente vicino alle posizioni del PPE in Europa, sono confluiti i voti di TUTTI gli oppositori alla democratura orbaniana, e proprio questo rende la futura gestione di questo ampio ma anche disomogeneo tesoretto di consensi tutt’altro che scontata.

Vorrà Magyar "prendere il toro per le corna" e affrontare il delicato compito di smantellare il sistema di potere autocratico e clientelare costruito da Orban, che ha avuto 16 anni di tempo per consolidarsi in modo capillare nell’economia, nella pubblica amministrazione, nella magistratura e nei media, oppure sceglierà la via più indolore e gattopardesca di un “lifting” che si limiti a sostituire i personggi impresentabili e a smussare gli spigoli più evidenti nelle relazioni tempestose con la UE?

Per l'Unione Europea la vittoria di Magyar è una buona notizia a metà. Sicuramente la sconfitta di Orban alleggerisce le pressioni sui governi dei Paesi chiave del’Unione esercitate dal peso elettorale crescente delle formazioni politiche di estrema destra, dalle ingombranti ingerenze dell'amministrazione Trump e dalla guerra ibrida portata avanti dal Cremlino.
Dopo la Polonia, in teoria il blocco sovranista, euroscettico e filorusso dei “Paesi Visegrád” vede incrinarsi un altro dei suoi pilastri. La fronda di Slovacchia e Repubblica Ceca, tuttavia, è ancora perfettamente in grado di condizionare e inceppare i farraginosi processi decisionali della UE.
Staremo a vedere.

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mercoledì, febbraio 11, 2026

 

Quotation



Citazione da “L’anno della morte di Ricardo Reis”

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venerdì, gennaio 30, 2026

 

Giulio Regeni: giustizia un corno!


Sono trascorsi 10 anni dal ritrovamento del cadavere denudato e sfigurato dalle torture di Giulio Regeni alla periferia del Cairo e la piaga di questo delitto è ancora qui a suppurare.
Nei giorni scorsi un ministro della repubblica si è spinto a lodare la “professionalità” e la “fondamentale collaborazione” dei servizi di sicurezza egiziani a margine di un bilaterale sulla gestione dei flussi migratori; gli stessi apparati che da 10 anni irridono e boicottano sistematicamente gli sforzi della magistratura italiana.

D’altronde, in un decennio governi di ogni colore ci hanno fatto capire in tutte le salse che smuovere la polvere non conviene, che è meglio adeguarsi alla saggezza del manzoniano Conte Zio: "Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire…” e che il diritto - internazionale o nazionale - “vale fino a un certo punto”.
Archiviare la morte di Giulio Regeni come un deprecabile incidente di percorso sarebbe, perciò, un prezzo tutto sommato accettabile da pagare sull’altare della stabilità nello scacchiere mediterraneo e a protezione di commesse militari e contratti strategici per lo sfruttamento di risorse energetiche.

Chi, testardamente, non si allinea alla ragion di Stato e continua a mettersi di traverso a questa china - per inciso la stessa imboccata a suo tempo per l’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin - chiedendo giustizia viene trattato con ipocrita condiscendenza mista a malcelato astio e fastidio.

I due commenti social nello screenshot testimoniano come, a 10 anni di distanza, si continui a rovesciare la responsabilità del crimine sulla vittima, giovane ricercatore sprovveduto e “comunistello” andato in casa altrui a ficcare il naso nel cesto della biancheria sporca.
Avesse avuto meno pretese, se non si fosse fatto abbagliare e ingolosire dal prestigio accademico e dalle risorse finanziarie di un ateneo britannico a quest'ora Giulio Regeni non sarebbe uno spettro che si cerca in ogni modo di esorcizzare e silenziare, eh, su santu de aubi!!

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